Atlantide
10.12.2009 - 10:19
ANALISI
 
Afghanistan: Obama invia rinforzi ma elude le scelte di fondo
Roma, 10 dic 2009 10:19 - (Agenzia Nova) - Lo scorso primo dicembre, rivolgendosi al mondo dall’accademia militare di West Point, il Presidente Usa, Barack Obama, ha finalmente rotto gli indugi, rendendo di pubblico dominio le proprie decisioni circa il futuro dell’intervento occidentale in Afghanistan. Si è così avuto modo di apprendere che nei prossimi mesi le truppe americane impegnate in quel Paese aumenteranno di almeno altre trentamila unità, ma forse anche 34 mila, raggiungendo la soglia dei centomila effettivi, ai quali andranno aggiunti i circa quarantamila uomini forniti dagli alleati atlantici e dagli altri Stati partecipanti alla missione Isaf, di cui 32 circa già sul posto ed altri settemila appena offerti. Lo sforzo complessivo supererà quindi, e notevolmente, l’entità massima raggiunta dal contingente sovietico inviato in Afghanistan negli anni Ottanta, che non oltrepassò mai le 120 mila unità. Obama, tuttavia, non si è limitato a questa comunicazione, ma ha fornito informazioni interessanti circa gli obiettivi che verranno perseguiti, la strategia che verrà attuata ed i limiti temporali ai quali verrà assoggettata la prosecuzione dell’intervento militare statunitense nello scacchiere afgano-pachistano.

Il Presidente ha infatti chiarito che con i rinforzi sulla via di Kabul si cercherà, nell’ordine, di strappare terreno alla guerriglia neo-talebana, proteggere la popolazione, specialmente quella residente nei centri urbani maggiori, ed intensificare i programmi addestrativi a profitto delle forze di sicurezza afgane, allo scopo di metterle in grado di assumere direttamente la responsabilità del mantenimento dell’ordine nel territorio nazionale del loro stato. Dopo ben nove riunioni del team della sicurezza nazionale che lo assiste, si deve conseguentemente constatare che Barack Obama ha preferito una soluzione di compromesso fra le molte che gli erano state prospettate. Non ha scelto nettamente tra contro-terrorismo e contro-guerriglia, come gli veniva raccomandato di fare dalle opposte fazioni materializzatesi dentro la sua amministrazione e guidate, rispettivamente, dal vicepresidente Joseph Biden e dal segretario di Stato, Hillary Clinton. E neanche tra gli obiettivi in una certa misura antagonisti della lotta a fondo contro il nemico e della protezione dei civili inermi dalle intimidazioni della guerriglia. Si farà invece un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Malauguratamente, però, è molto difficile che dall’approccio “misto” prescelto possa venire la soluzione che il pubblico americano e tutti i paesi con proprie truppe in Afghanistan si aspettano in tempi brevi o, al massimo, a medio termine, per far fagotto e tornare a casa. Sembra invece sempre più probabile che si vada verso l’insuccesso finale.


Focus strategico sul Sud e sulle città

Dalla gerarchia delle priorità enunciate dal Presidente Obama è tuttavia possibile dedurre i passi che saranno concretamente fatti in Afghanistan. Intanto, muovere dal recupero del terreno perduto significa che le forze alleate verranno impegnate soprattutto laddove più rilevanti sono stati i successi ottenuti dai neo-talebani e dai loro fiancheggiatori. Cioè al sud, in quella che gli esperti chiamano la regione della Grande Kandahar, dove del resto il movimento guidato dal mullah Omar ebbe a suo tempo i natali. I rinforzi verranno incanalati soprattutto nello Helmand, evidentemente identificato come il centro di gravità dell’insurrezione neo-talebana, dove una prima offensiva, denominata “Rabbia del Cobra”, è iniziata proprio al principio di questa settimana. Si attende però per gennaio la spallata vera e propria, che dovrebbe impegnare non meno di 8-9 mila uomini e mirare alla sottomissione delle zone maggiormente infestate dalle produzioni di oppiacei.

Probabilmente si è ritenuto che una vittoria nell’Helmand potesse assicurare in Afghanistan lo stesso effetto generato in Iraq dal successo riportato a Baghdad da David Petraeus. Non è affatto sicuro, però, che ciò accada davvero. Perché la guerriglia potrebbe assumere un atteggiamento rinunciatario su quel fronte e magari colpire altrove. Dalle prime operazioni dovrebbe essere agevole comprenderlo. Se il surge avrà o meno ottenuto un risultato decisivo dovremmo pertanto saperlo molto presto: verosimilmente prima che giungano ad Herat i mille uomini di rinforzo promessi dal nostro governo, che non partiranno prima del giugno 2010. In sé, il modo in cui il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha risposto all’invito rivoltogli dalla Casa Bianca, è uno straordinario esercizio di astuzia, poiché ha permesso di trarre il massimo vantaggio garantito dall’effetto annuncio, riducendo contemporaneamente al minimo i rischi immediati per il nostro paese. Quando i militari italiani ed i loro mezzi dovranno partire, infatti, la situazione si presterà forse a ripensamenti ulteriori.

Va altresì sottolineato come la focalizzazione della pressione nel sud afgano completi un mutamento che era già in atto da almeno un anno e mezzo nelle priorità militari statunitensi. Perderà parallelamente importanza il presidio dell’est, invece fondamentale nei primi anni dell’intervento in Afghanistan: una circostanza singolare, considerati l’intensificazione delle operazioni condotte dall’esercito pachistano nelle confinanti zone tribali, i numerosi sconfinamenti dei talebani d’oltrefrontiera nel Nuristan afgano e l’impegno a non abbandonare alla loro sorte gli abitanti dei villaggi rurali assistiti in questi anni. Alcuni avamposti particolarmente difficili da proteggere sono invece già stati sgomberati, fatto che difficilmente sarà interpretato come un segno della potenza della coalizione occidentale.

A prescindere da come andrà la battaglia per lo Helmand, Obama ha inoltre promesso che si difenderanno le maggiori città: quindi Kabul, ma altresì Kandahar, Herat e Mazar-i Sharif. Una missione meno complicata, ma anche destinata a portare frutti meno importanti, atteso il fatto che in Afghanistan i centri urbani sono le prede finali dei conflitti e non luoghi decisivi ai fini del loro esito. I soldati americani schierati nei pressi della capitale, dalla quale fino a poco tempo fa avevano cercato di rimanere lontani, sono ormai migliaia ed in aumento ulteriore.

Dubbi ancora maggiori sussistono sugli ambiziosi obiettivi previsti per i piani addestrativi. Si parla di un traguardo a medio-lungo termine di 400 mila tra militari e poliziotti afgani, ma si tratta di cifre completamente al di fuori della ragionevole portata del governo di Kabul, sia sotto il profilo delle risorse umane arruolabili che sotto quello della sostenibilità economico-finanziaria di un apparato di sicurezza di quelle dimensioni in un paese che è tra i più poveri del mondo. L’Afghanistan ha circa 30 milioni di abitanti, un Pil pari a più di 21 miliardi di dollari ed uno Stato che non dispone di un sistema centralizzato efficiente di raccolta delle tasse. E’ chiaro che spetterebbe al mondo farsi carico del mantenimento dell’Esercito e delle polizie di Kabul.

Occorre poi sottolineare la circostanza che negli ultimi mesi i successi riportati dalle campagne di reclutamento sono diminuiti. I tassi di diserzione tra i militari ed i poliziotti destinati alle aree maggiormente a rischio sono tornati a salire e si ha ormai notizia persino di persone che si presentano nelle caserme, vengono incorporati e poi scappano per vendere le armi in dotazione al miglior offerente. E’ per questo motivo che, prudentemente, il Presidente Hamid Karzai ha fatto chiaramente sapere al segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, di non ritenere possibile un trasferimento completo delle responsabilità sulla sicurezza dalla coalizione al governo di Kabul prima di 15 o 20 anni. Un bel problema, specialmente considerando l’intenzione di Barack Obama di avviare la Transition Strategy nel luglio 2011, con l’obiettivo di completare il ripiegamento del grosso delle truppe entro la fine del 2013.


Inopportuna l’indicazione di una data per l’avvio del ritiro

Proprio questo sembra l’elemento critico di tutto il disegno concepito dall’amministrazione Obama. Per spostare dal lato del governo di Kabul e delle truppe occidentali che lo sostengono gli indecisi e tutti coloro che attendono di conoscere l’identità dei vincitori in questo scontro, sarebbe più che mai necessario un impegno “aperto” e di lungo periodo. Indicando, invece, una data per l’avvio del ripiegamento, gli Stati Uniti hanno fornito ai loro avversari l’importante certezza della durata massima dell’impegno militare occidentale. I guerriglieri neo-talebani ed i loro fiancheggiatori appartenenti alla rete internazionale del terrore sapevano già di disporre di maggior tempo rispetto ai nostri contingenti: adesso conoscono esattamente la durata dello sforzo che dovranno sostenere per riportare il successo finale. Tutto ciò scoraggerà anche i civili afgani dal collaborare, perché ognuno di loro saprà che al più tardi fra due o tre anni sarà chiamato dai futuri vincitori a rendere conto del proprio atteggiamento.

Forse, se ne stanno accorgendo anche alla Casa Bianca, dove si stanno moltiplicando da qualche giorno a questa parte gli annunci e i comunicati che sottolineano come il luglio 2011 rappresenti solo la prima tappa di un processo che potrebbe anche essere teoricamente lunghissimo. Ma l’impressione è che il danno sia stato comunque fatto. Gli interlocutori che contano sul terreno hanno capito che l’Afghanistan è forse il punto più debole dell’amministrazione Obama, la questione sulla quale il Presidente si giocherà nel 2012 la rielezione. Proprio per questo, si predisporranno nel modo migliore per convincerlo a rimpatriare il grosso delle sue truppe entro quella data. Forse infliggendo perdite maggiori, ma forse anche eludendo gli scontri più pericolosi. Sarebbe quanto meno logico che così facessero: perché rischiare oggi e nei prossimi mesi una parte cospicua delle proprie risorse, se dopo il ritiro la vittoria potrà essere conseguita ad un prezzo decisamente più basso? (g.d.)