Atlantide
01.12.2009 - 13:19
Analisi
 
Afghanistan: Obama pone fine all’incertezza
Roma, 1 dic 2009 13:19 - (Agenzia Nova) - Stanotte verrà finalmente meno l’incertezza che negli ultimi mesi ha circondato le intenzioni dell’Amministrazione americana nei confronti del prosieguo delle operazioni in Afghanistan. Barack Obama annuncerà infatti in diretta televisiva dall’Accademia militare di West Point le sue decisioni in merito al potenziamento del dispositivo statunitense in quel teatro nonché, probabilmente, alcuni aspetti della strategia che verrà perseguita nei prossimi mesi. Su quanto la squadra competente in materia di sicurezza nazionale ha suggerito al Presidente sono trapelate soltanto indiscrezioni e non sempre univoche. Sappiamo tuttavia alcune cose: la prima delle quali, e forse la più importante, è che il rilevante incremento di truppe autorizzato nella scorsa primavera non ha dato i frutti sperati. Doveva servire ad applicare anche all’Afghanistan l’approccio del generale David Petraeus che tanti positivi risultati aveva prodotto in Iraq. Ma così non è stato: com’era prevedibile, i circa centomila militari occidentali ormai presenti sul terreno non sono infatti riusciti nel critico intento di proteggere la popolazione dalle intimidazioni della guerriglia talebana, che si è anzi significativamente rafforzata sfruttando a suo vantaggio proprio la crescita della presenza militare straniera.

Lo si è visto con chiarezza il 20 agosto, giorno delle elezioni presidenziali, quando l’evidente fallimento ha preso la forma di un’affluenza alle urne eccezionalmente bassa. Nelle zone maggiormente infestate dai ribelli, a dispetto degli sforzi generosi fatti specialmente da americani e britannici, numerosi seggi sarebbero rimasti addirittura chiusi, permettendo a davvero poche persone di esercitare il proprio diritto di voto, in forte contrasto con quanto era accaduto nel 2004, quando il trionfo elettorale di Hamid Karzai aveva assunto le caratteristiche di una grande festa popolare. Dalla constatazione dei magri traguardi ottenuti aveva preso le mosse il tentativo del generale Stanley McChrystal di ottenere nuovi rinforzi dalla Casa Bianca, evidenziando in un rapporto riservato ai vertici dell’Amministrazione Obama l’impossibilità di seguire il metodo raccomandato da Petraeus con le ridotte risorse umane e materiali disponibili.

La relazione è stata ampiamente discussa – sono state convocate nove riunioni “ad hoc” nell’arco di tre mesi – così come sono state valutate e soppesate le varie opzioni sul tappeto, che differivano sia per l’entità dell’incremento di truppe prospettato che sotto il profilo delle modalità previste per il loro impiego. La variante massimalista contemplava addirittura l’invio in teatro di quasi 70 mila uomini addizionali da parte dei soli Stati Uniti, mentre quella meno impegnativa ne ipotizzava solo diecimila. Il discorso del Presidente adesso sgombrerà il terreno da ogni equivoco, almeno su questo punto. Meno sicuro è invece che da Obama giungano parole inequivoche sugli obiettivi politici e la strategia alla quale saranno asservite le nuove truppe e quelle che già sono in Afghanistan.


La soluzione attesa e le richieste all’Italia

Barack Obama ha sicuramente deliberato l’entità dei rinforzi che saranno inviati in Afghanistan prima di partire per il recente tour asiatico. Lo prova la circostanza che ordini di partenza operativi a partire dal 3 dicembre siano già stati diramati a circa novemila Marines destinati alle province di Kandahar e di Helmand. Nel complesso, dovrebbe trattarsi di almeno trentamila effettivi aggiuntivi, ai quali si spera di sommarne altri diecimila forniti dagli europei. Tuttavia, il Presidente si è riservato alcuni giorni per preparare al meglio la presentazione al pubblico delle sue decisioni. Non si è trattato soltanto di scegliere una data ed una sede appropriate per il grande annuncio, ma altresì di sondare gli umori degli alleati, che dovranno contribuire al rilancio dello sforzo occidentale in Afghanistan anche per ammorbidire il Congresso di Washington, dove molti esponenti della sinistra democratica si oppongono all’ulteriore potenziamento dell’intervento statunitense in quel paese ed alcuni invocano addirittura l’imposizione di una tassa per finanziare la prosecuzione dell’impopolare conflitto.

Il discorso del Presidente è stato in effetti preceduto da una serie di sondaggi e colloqui, non sempre delicati, condotti con i leader dei principali Stati membri della Nato, tanto da Barack Obama quanto dal premier britannico, Gordon Brown. Una telefonata a sorpresa è giunta anche a Palazzo Chigi, costringendo Silvio Berlusconi ad assumersi la responsabilità politica di aderire all’invito americano a partecipare al surge senza alcun margine per procedere a adeguate consultazioni interne nell’ambito del governo e del Parlamento. La circostanza merita di essere sottolineata, perché mostra come in materia di sicurezza nazionale ed impiego della forza, l’Amministrazione Obama sia non meno unilaterale di quella che l’ha preceduta alla Casa Bianca. In questi tre mesi di dibattito e tentennamenti, nessun alleato è stato invitato a dire la sua, neanche i britannici che pure hanno novemila uomini nello Helmand, né risulta che alcuno sia stato informato dei progressi che la revisione della strategia maturava durante le ultime settimane. Come in passato, la consultazione si è invece tradotta nel rito consueto ed un po’ stantio della comunicazione a posteriori delle scelte fatte.


I limiti del nuovo unilateralismo di Obama

Alla luce di questa considerazione, sono probabilmente più chiare le ragioni dei deludenti risultati del primo giro di telefonate fatte dal Presidente Obama e dai suoi più stretti collaboratori. I francesi, che pure fino a qualche mese fa erano ritenuti in procinto di varare per ragioni di prestigio un significativo surge nazionale, hanno declinato l’invito a fornire rinforzi. Lo stesso hanno fatto gli altri maggiori “indiziati”, i tedeschi, dei quali era stato ipotizzato il disegno di portare sino a settemila effettivi il proprio contingente. Il Cancelliere federale, Angela Merkel, ha infatti congelato qualsiasi proposito in questa direzione, anche a causa delle pesanti ricadute interne dello scandalo che ha condotto alle dimissioni prima il capo di Stato maggiore generale, e poi il ministro del Lavoro, Franz Josef Jung, già titolare del dicastero della Difesa all’epoca del maldestro bombardamento dello scorso settembre nei pressi di Kunduz, in cui rimasero uccise ben 142 persone, in massima parte civili. Sia Jung che il suo capo di Stato maggiore erano stati accusati di aver deliberatamente occultato al pubblico nazionale l’entità del disastro, procurato dalla richiesta del comandante tedesco sul campo d’intervenire contro un gruppo di talebani impadronitosi di un paio di cisterne.

Il metodo unilaterale seguito dagli americani non ha comunque certamente facilitato le cose, che sono state invece complicate dall’assoluta mancanza di trasparenza sugli obiettivi politici del piano di rinforzi e sulla strategia che sarà adottata per ottenerli. Secondo alcune indiscrezioni, gli effettivi addizionali saranno inviati a contendere ai talebani le province più instabili del sud. Secondo altre, che han preso forza dopo l’abbandono di alcuni avamposti difficilmente difendibili, si cercherà invece di proteggere a macchia di leopardo le agglomerazioni urbane, inclusa Herat, dove stazionano i nostri soldati. Non sono neanche mancate le voci di coloro per i quali il surge dovrebbe comprendere soprattutto una forte aliquota di addestratori occidentali, per accelerare la formazione delle forze di sicurezza afgane. L’Amministrazione democratica americana potrebbe perfino aver deciso di fare tutte queste cose insieme ed allo stesso tempo, seppure non sia chiaro come. Si dice anche che i rinforzi e la permanenza delle truppe sul terreno verranno ancorati a precisi benchmark da ottenere, in vista della futura cessione a Kabul delle responsabilità per il mantenimento della sicurezza interna: di tutte è di certo questa di gran lunga la parte più irrealistica di tutto il disegno che si profila, posto che le diserzioni nelle fila dell’esercito nazionale afgano hanno ripreso a salire ed è molto probabile che ancora una volta si dovrà puntare sull’aiuto dei signori della guerra.

Il risultato della confusione è che a poche ore dall’intervento di Obama, l’Alleanza atlantica è lontana tanto dal tetto dei diecimila uomini aggiuntivi auspicati da Washington, quanto dalla soglia minima sufficiente di cinquemila, perseguita dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen. Oltre all’Italia, infatti, soltanto la Polonia e la Gran Bretagna hanno offerto truppe di rinforzo, nella misura di millecinquecento uomini rispettivamente. I georgiani, che però dell’Alleanza non fanno parte, ne metteranno altri mille, mentre sembra da escludere che Roma ne fornisca più di cinquecento, anche se il 28 novembre scorso l’ambasciatore Usa nel nostro paese, David Thorne, dichiarò di aspettarsi un incremento cospicuo delle truppe italiane dell’Isaf. Nelle ultime ore si è altresì avuto privatamente modo di apprendere da alcuni diplomatici statunitensi che il contributo minimo atteso dall’Italia non sarebbe inferiore ai mille effettivi ulteriori, a fronte di una richiesta formale ancora più elevata.

Ad ogni buon conto, subito dopo l’intervento di Barack Obama a West Point, l’argomento verrà trattato nell’ambito del Consiglio nord-atlantico, che si riunirà a Bruxelles a livello di ministri degli Esteri. Seguirà, il 7 dicembre, una Force Generation Conference, in cui le offerte dei singoli Stati membri dell’Alleanza saranno formalizzate. E’ davvero straordinario che in vista di questi appuntamenti d’importanza fondamentale le Camere non siano ancora state convocate per discutere l’atteggiamento che il governo dovrà tenere. D’altra parte, ancora ieri pomeriggio, consultando il sito internet di Palazzo Madama, era possibile constatare come l’Atto Senato recante la proroga della missione militare italiana in Afghanistan non figurasse neppure nella lista dei dieci provvedimenti in itinere maggiormente consultati. Poco da fare: la politica italiana nel suo complesso continua ad annettere scarsissimo peso all’attualità internazionale.