Atlantide
24.11.2009 - 19:55
ANALISI
 
Cosa davvero implica il viaggio asiatico di Obama
Roma, 24 nov 2009 19:55 - (Agenzia Nova) - In uno dei viaggi più importanti compiuti da quando si è insediato alla Casa Bianca, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha visitato Giappone, Cina e Corea del Sud. La tappa di Tokyo è sicuramente servita a raccogliere delle impressioni di prima mano sui nuovi orientamenti del governo di centro-sinistra recentemente salito al potere e diretto da Yukyo Hatoyama, finora distintosi soprattutto per il pronunciato impegno in campo ambientale. Quella a Seul è stata invece il rituale omaggio dei presidenti americani ad uno dei paesi in assoluto più vicini a Washington, in ragione di quanto accadde negli anni Cinquanta ed altresì per effetto della permanente minaccia nord-coreana. Non vi è però dubbio circa il fatto che il momento più importante del lungo tour sia stato la sosta a Pechino. Perché nella sostanza si è trattato del debutto del G2 sulla scena mondiale. Barack Obama e Hu Jintao hanno infatti discusso di un ampio ventaglio di materie, dal riassetto del commercio internazionale alle misure da adottare per contrastare l’effetto serra, passando in rassegna anche le maggiori crisi regionali del momento: Afghanistan, Corea del Nord, Iran.

Ciò che tuttavia ha maggiormente impressionato gli osservatori è la straordinaria assertività dimostrata dai cinesi nei confronti del capo della Casa Bianca. Perché se da un lato è naturale che per uscire dalla recessione internazionale si possa discutere di come coordinare le politiche economiche adottate dalla prima e dalla terza potenza industriale del pianeta, meno scontato è il fatto che quella teoricamente minore, l’emergente, chieda chiarimenti e pretenda garanzie circa la politica di spesa pubblica praticata da quella sulla carta più forte. Invece, è proprio quel che è accaduto. Perché la dirigenza cinese non soltanto ha chiesto ed ottenuto da Obama un impegno nel contrasto alle tendenze protezionistiche che stanno prendendo piede nel mondo, ma pare aver altresì preteso dalla controparte statunitense tutta una serie d’informazioni relative alla sostenibilità economico-finanziaria della riforma sanitaria cui Obama intende legare il proprio nome. Un fatto, questo, logico e sconvolgente al tempo stesso. Logico, perché è normale che un paese detentore di 800 miliardi di dollari di titoli del debito pubblico americano voglia esser certo della solvibilità del debitore; e sconvolgente, perché nel riproporre l’immagine di un “impero a credito” ha posto per la prima volta a nudo le vulnerabilità di un’America che, per prosperare e persino per armarsi fino ai denti, ha ormai bisogno del denaro dei risparmiatori cinesi.

In questo senso, il G2 che sta vedendo la luce, nasce già squilibrato. Se Pechino riesce oggi a discutere con Washington l’impatto monetario delle nuove assicurazioni sulla salute proposte da Obama, domani a maggior ragione potrà esigere anche il taglio del bilancio del Pentagono, attaccando direttamente le fondamenta stesse della supremazia geopolitica statunitense ed accelerando il declino dell’Occidente. E poco importa che proprio per il fatto di esser creditrice degli Stati Uniti la Repubblica popolare non abbia alcun interesse a destabilizzarli. Quello che rileva è il rischio ormai significativo che la Cina approfitti del suo potere e del suo status di creditore di ultima istanza per porsi al centro del sistema economico mondiale ed imporre in modo morbido la sua maniera d’intendere l’ordine capitalistico e le gerarchie internazionali. La Repubblica popolare potrà in un certo senso condizionare la politica interna degli Stati Uniti, una cosa che non riuscì mai neanche all’Unione Sovietica. Mentre quella estera è già sotto la sua influenza, come riprova la rinuncia di Barack Obama ad incontrare il Dalai Lama.

E’ interessante, in questo senso, anche il fatto che Pechino sia ostile alla formalizzazione dell’esclusivo G2 e propenda invece per il consolidamento del più inclusivo G20, dove può contare su un largo seguito e che può sfruttare per allargare la platea dei suoi clienti politici, depotenziando al contempo i timori dei rivali tradizionali, come India e Giappone, che nell’ascesa della Cina devono trovare un loro tornaconto se si vuole scongiurare il pericolo che diano vita ad un fronte antagonista, come accadde in Europa con la Nato contro l’Urss, offrendo una sponda ai neoconservatori americani che, prima o poi, torneranno alla riscossa.
 
La debolezza dell’Europa e il viaggio di Obama in Asia
Roma, 24 nov 2009 19:55 - (Agenzia Nova) - Lo spostamento dell’asse geopolitico e geoeconomico mondiale verso il Pacifico implica ovviamente rischi gravissimi di marginalità per un’Europa condannata dalla propria frammentazione politica e dalla sua debolezza demografica a recitare un ruolo di secondo piano in questa fase probabilmente costituente del nuovo ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, è stato fra coloro che hanno percepito il pericolo, proponendo per superarlo il rilancio del processo d’integrazione europea nel campo della difesa, magari anche utilizzando lo strumento delle cooperazioni rafforzate previste dal Trattato di Lisbona: una svolta clamorosa, specialmente se si confronta questa posizione con quella tenuta nel 2003-2004 dal nostro governo contro il tentativo franco-tedesco-belga-lussemburghese di fare esattamente la stessa cosa. Ma all’epoca il peso della Cina era incomparabilmente inferiore e l’Amministrazione repubblicana statunitense era più che mai interessata a rafforzare la sua presa su almeno parte dei paesi europei. Lo scenario è nel frattempo profondamente cambiato, divaricando sensibilmente le posizioni e forse anche gli interessi di Stati Uniti, da un lato, ed Europa ed Italia dall’altro.

Ad ogni buon conto, la proposta formulata da Frattini resterà lettera morta. Se c’è una lezione da trarre dalle nomine ai vertici dell’Ue, fatte giovedì scorso, è infatti proprio quella relativa all’estrema riluttanza degli Stati membri a rafforzarla. La presidenza del Consiglio europeo è andata al primo ministro belga, un uomo troppo assorbito dalla missione di salvare il suo paese d’origine dalla disgregazione per essere il leader credibile di un processo integrativo continentale serio. Non è comunque soltanto l’Unione Europea a rischiare l’irrilevanza, in questo contesto, ma persino la Nato, che si gioca buona parte del suo destino in Afghanistan, come è stato ribadito il 23 novembre durante l’Atlantic Forum svoltosi alla Farnesina. Per gli europei, l’Alleanza atlantica è infatti l’ultimo strumento di cui dispongono per cercare di mantenere gli Stati Uniti agganciati al Vecchio continente e soprattutto permettere all’Europa di partecipare come socio di minoranza al sistema di gestione degli equilibri mondiali ruotante intorno agli Usa. Quello stesso sistema che ha permesso anche agli europei di accedere a cariche di tutto rispetto nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale.

E’ quindi ragionevole che in nome della sopravvivenza della Nato si facciano dei sacrifici. Ma non è affatto detto che bastino. Tra le cose che l’Amministrazione del Presidente Barack Obama ha dimostrato di condividere con quella che l’ha preceduta, infatti, c’è anche l’atteggiamento “sufficiente” adottato da entrambe nei confronti dell’organizzazione politico-militare brussellese. Che è sempre meno una sede di concertazione e sempre più, invece, un foro dove si attendono passivamente gli input di Washington.
 
L’Europa guarda con crescente attenzione alla Russia
Roma, 24 nov 2009 19:55 - (Agenzia Nova) - L’attenzione degli Stati Uniti per la Cina, e la loro “disattenzione” per gli sviluppi dell’Ue, aumentano l’interesse degli europei per quanto fa la Federazione Russa. Non sono pochi gli analisti che hanno infatti preconizzato l’avvento di un’intesa strategica tra Unione Europea e Russia quale contrappeso al possibile futuro direttorio sino-americano. Il fatto è che persino Mosca sembra nutrire scarsa considerazione per l’Europa, come provano la circostanza che i russi cerchino ansiosamente il riconoscimento del proprio status da parte americana e, ancor di più, il tentativo del Cremlino di giocare a sua volta la carta cinese, ampliando i mercati di sbocco per le risorse energetiche della Federazione. Si osserva quindi un fenomeno paradossale. Tanto gli Stati Uniti quanto la Russia scommettono sulla Cina, seppur partendo da posizioni differenti.

Difficile dire chi rischi di più nell’abbraccio con Pechino. Probabilmente la Russia, che confina direttamente con il gigante ed è presto o tardi destinata a sopportarne l’esuberanza demografica, ma che potrebbe tuttavia acquisire con il tempo la possibilità di esercitare nei confronti della Repubblica popolare le medesime pressioni con le quali sono state tenute a bada le ambizioni atlantiche degli ucraini e si sono influenzate le posizioni dei principali paesi dell’Europa occidentale, aprendo o chiudendo la manopola del gas. Neanche si può escludere che l’apertura russa alla Cina serva al Cremlino soprattutto a rafforzare la propria posizione nei confronti degli europei.

In ogni caso, il China First è destinato a porre problemi tanto alla Russia quanto all’America, posto che il valore del dollaro è ormai in misura significativa nelle mani dei decisori cinesi, così come alcuni aspetti delicatissimi della politica interna statunitense. Alla fine degli anni Settanta, tre forti personalità ascesero al potere in America, Cina e Gran Bretagna. Ronald Reagan e Margaret Thatcher impressero il loro segno sugli anni ottanta. Oggi, trenta anni dopo, sappiamo che ad aver lasciato le tracce più profonde e significative è stato probabilmente Deng Xiaoping. Non è una bella notizia.