Atlantide
17.11.2009 - 11:32
ANALISI
 
Afghanistan: Obama pensa al ritiro e prende tempo
Roma, 17 nov 2009 11:32 - (Agenzia Nova) - Il Presidente degli Stati Uniti sembra sempre più insoddisfatto delle proposte preparate dalla sua Amministrazione per venire a capo della crisi in Afghanistan. Per questa ragione, dopo aver convocato per l’ottava volta alla Casa Bianca le personalità che compongono il team incaricato di occuparsi della politica di sicurezza nazionale, invece di assumere una decisione definitiva sui rinforzi richiesti dal generale Stanley McChrystal e sulla nuova strategia da adottare, Barack Obama ha chiesto nuove opzioni. Il risultato ha sorpreso la stampa d’oltreoceano, che aveva dato per certa l’accettazione di un piano che contemplasse l’invio in Afghanistan di circa 34 mila uomini in più, a dispetto delle smentite operate dal generale James Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale del Presidente, e da diversi portavoce della Casa Bianca.

In realtà, le alternative sottoposte ad Obama differivano soprattutto per il numero dei militari da far partire, quasi che la strategia da adottare fosse una variabile dipendente dalle risorse effettivamente messe a disposizione, quando il processo va normalmente nella direzione opposta. Di solito, infatti, prima s’identificano gli obiettivi politici da perseguire, poi si elabora una strategia per ottenerli ed infine si determina il numero esatto di uomini e donne in armi da impiegare sul campo di battaglia. A quanto è dato di capire, invece, la Casa Bianca ha ulteriormente rinviato ogni deliberazione conclusiva proprio per ripensare le finalità politiche ultime dell’intervento militare.

Come si è già verificato in relazione all’Iraq, ciò che pare adesso premere particolarmente ad Obama non è tanto il conseguimento della vittoria, qualsiasi condizione sul terreno si voglia far passare per tale, quanto la definizione dei tempi del rimpatrio delle truppe americane stanziate in Afghanistan. Siamo quindi probabilmente giunti ad una svolta nel confronto di volontà che oppone dall’autunno del 2001 il sistema politico-militare statunitense al movimento talebano. La determinazione dimostrata dai seguaci del mullah Omar sembra sul punto di avere ragione della più potente macchina da guerra del pianeta. In termini concreti, tuttavia, il Presidente non autorizzerebbe immediatamente la smobilitazione del grande dispositivo allestito in Afghanistan dal Pentagono, ma anzi sarebbe disponibile a sottoscriverne l’ulteriore incremento per un limitato periodo di tempo, prima di avviare la marcia indietro. Nelle intenzioni della Casa Bianca, la mossa dovrebbe servire a pungolare l’esecutivo diretto da Hamid Karzai ad assumere finalmente la leadership delle operazioni di stabilizzazione sul terreno, quasi che a provocare l’attuale situazione sia stato un deficit di volontà da parte del Presidente dell’Afghanistan e non una condizione di oggettiva debolezza del governo nazionale. Qualora a Kabul si desse segno di fare sul serio, l’America ed i suoi alleati della Nato sarebbero peraltro disponibili ad aiutare Karzai, potenziando i programmi addestrativi a profitto delle forze di sicurezza del nuovo Stato afghano, con l’obiettivo di creare rapidamente un apparato nazionale forte di diverse centinaia di migliaia di uomini.


Gli elementi critici del nuovo disegno

Che si sia in procinto d’imboccare questa strada lo provano anche le iniziative assunte dal Segretario generale dell’Alleanza atlantica, Fogh Rasmussen, che nella settimana appena trascorsa ha più volte fatto cenno alla volontà dell’Isaf di cominciare già il prossimo anno a restituire al governo di Kabul la responsabilità del mantenimento della sicurezza in un certo numero di province e distretti afgani. Si mirerebbe quindi ad afganizzare il conflitto, senza però tornare alla situazione del 2002-2004, quando lo stesso risultato venne ottenuto in larghe porzioni del paese ricorrendo alle milizie dei cosiddetti “signori della guerra”. Si tratta di una scommessa difficilissima, se si tiene conto che l’Esercito nazionale afgano (Ana), a sette anni dalla sua fondazione, dispone ancora di soli 70 mila uomini, poco meno di quanti ne abbia la polizia di Kabul, che è tuttavia considerata ampiamente infiltrata dai signori della guerra e dagli stessi talebani, come ha mostrato un paio di settimane or sono l’increscioso incidente costato nell’Helmand la vita a cinque militari britannici.

Un apparato afgano di sicurezza che annoverasse i 3-400 mila effettivi necessari, pare altresì eccessivamente costoso per un paese che non dispone tuttora di un sistema centralizzato di riscossione delle imposte. Spetterebbe quindi alla comunità internazionale pagare le forze armate e di polizia afgane, per un arco di tempo indefinito e presumibilmente lunghissimo. Sul tutto, poi, pesa un’ulteriore incognita: sarebbero effettivamente in grado, i soldati di Karzai, di respingere da soli i talebani alla riscossa? C’è ragione di dubitarne. Perché gli esperti militari occidentali ritengono i guerriglieri fedeli al mullah Omar tecnicamente preparatissimi. E le cifre delle perdite sofferte quest’anno dalle forze armate americane, britanniche e degli altri paesi Nato – quasi 500 militari uccisi – sono un’eloquente riprova delle capacità militari raggiunte dai ribelli antigovernativi. Come ha affermato lo sfidante tagiko di Hamid Karzai, Abdullah Abdullah, senza i centomila soldati degli Stati Uniti e dei loro alleati, l’Afghanistan cadrebbe di certo abbastanza rapidamente nelle mani dei Talebani.

Un altro punto debole del progetto che si profila all’orizzonte risiede nella stessa pubblicità del piano di ritiro a medio termine delle truppe occidentali che verrebbe associato all’invio dei rinforzi. Si dice tra i guerriglieri che la differenza tra i militari della Nato ed i talebani sia nel fatto che i primi hanno gli orologi, mentre i secondi possiedono il tempo. L’annuncio del rimpatrio a tappe delle truppe atlantiche confermerebbe questa sensazione e permetterebbe agli avversari del governo di Kabul di adattare la propria strategia a questa nuova realtà, favorendone una volta di più le prospettive di successo. Avendo una prova tangibile del cedimento della volontà avversaria di resistere a lungo termine, i talebani dovrebbero infatti solo aspettare il loro momento. Non stupisce che, partecipando la scorsa settimana ad un seminario a porte chiuse svoltosi alla Farnesina, l’ambasciatore afgano a Roma abbia espresso fortissime preoccupazioni riguardo gli sviluppi che si vanno definendo. Senza l’Isaf alle proprie spalle, nessuna manipolazione degli equilibri tribali permetterebbe a Karzai di sopravvivere.


Le conseguenze per l’Italia

Nell’immediato, comunque, gli Stati Uniti chiederebbero a tutti i loro alleati di partecipare all’ultimo surge, probabilmente inviando contingenti di addestratori. In questo contesto, a trovarsi in particolare difficoltà sarebbe proprio l’Italia, che ha iniziato il 9 novembre scorso a ridurre l’entità delle proprie truppe schierate in Afghanistan, ma alla quale verrebbe certamente chiesto un contributo di elevato profilo. Tanto a Washington quanto a Bruxelles, sia i carabinieri che i quadri dell’esercito italiano sono infatti particolarmente appetiti in ragione delle capacità acquisite e delle esperienze maturate nello specifico campo dell’addestramento delle forze militari e di polizia straniere, esattamente come la Gendarmerie francese. Risulterebbe impossibile negare agli Stati Uniti ed alla Nato un apporto alla realizzazione di questa nuova strategia.

I problemi, peraltro, non si limiterebbero alla probabile richiesta di nuovi rinforzi, ma anche alla probabile concentrazione di truppe americane prevista il prossimo anno nell’Afghanistan occidentale, dal momento che porrebbe in pericolo il comando esercitato dagli italiani in quella regione e con esso anche la possibilità di tenere sotto controllo il modo in cui si impiega la forza in tutta quell’area. C’è però un elemento di consolazione. In attesa dell’auspicata afganizzazione del conflitto, l’accentuarsi della sua americanizzazione potrebbe implicare a breve termine un importante ridimensionamento dei compiti operativi attribuiti alle forze non statunitensi dell’Isaf. McChrystal ha fatto discretamente sapere di essere intenzionato ad allontanare i britannici dall’Helmand – per proteggerli dall’ondata di attacchi che si abbatterebbe su di loro in vista delle imminenti elezioni politiche inglesi – e Londra ha ammesso di essere sul punto di ordinare l’abbandono della parte settentrionale della provincia.

Si tratterebbe di una nuova sconfitta, dopo quella bruciante patita dalla truppe di Sua Maestà a Bassora, tanto più grave se si considerano le ambizioni politiche coltivate da Tony Blair che furono all’origine, al principio di questo decennio, delle rischiose scelte fatte dal governo britannico nel contesto della Global War on Terror scatenata dall’Amministrazione Bush. La Gran Bretagna subirebbe una decisione che per noi potrebbe invece essere un’onorevole via di uscita per ridurre i rischi gravanti sui nostri militari nel periodo che rimane da trascorrere in Afghanistan prima del ritiro generale. Invece di combattere nelle province di Baghdis, Farah ed Herat, perché non offrire un considerevole numero di addestratori in cambio dell’abbandono consensuale della regione occidentale del paese? (g.d.)