Atlantide
10.11.2009 - 09:19
Editoriale
 
Usa: le vittorie repubblicane in Florida e New Jersey
Roma, 10 nov 2009 09:19 - (Agenzia Nova) - Con le sconfitte riportate dai candidati governatori del Partito democratico in Florida e New Jersey, le crescenti perplessità degli elettori americani nei confronti della Casa Bianca hanno iniziato a produrre conseguenze politiche. L’appannamento dell’immagine di Barack Obama era già stato rilevato dai sondaggi che avevano evidenziato come nelle preferenze del pubblico statunitense l’attuale Presidente fosse stato superato da rivali appartenenti alla sua stessa famiglia politica, come il segretario di Stato, Hillary Clinton. Ma il voto del 4 novembre scorso ha dato nuove dimensioni alla crisi, costringendo Obama ad una energica reazione.

Il fronte sul quale l’inquilino della Casa Bianca ha cercato la rivincita è quello, tutto interno, della riforma sanitaria, anche se i collaboratori del Presidente non hanno mancato di fare accenno, negli ultimi giorni, all’imminente formalizzazione della decisione sui rinforzi da destinare all’Afghanistan. Obama ha speso gli ultimi giorni della settimana appena trascorsa alla Camera dei rappresentanti, ottenendo alla fine, contrariamente ai pronostici della vigilia, il via libera di uno dei due rami del Congresso statunitense al suo progetto, che mira a fornire a 36 milioni di cittadini americani una tutela sanitaria minima di cui sono attualmente sprovvisti, ad un costo di mille miliardi di dollari nell’arco dei prossimi dieci anni. Il risultato del voto finale dei Rappresentanti ha comunque evidenziato tutte le difficoltà incontrate dal Presidente, poiché i sì hanno prevalso con uno scarto minimo, 220 a 215, per di più con l’apporto di un deputato repubblicano e solo dopo l’intesa negoziata dallo speaker della Camera, Nancy Pelosi, per ridurre al minimo le ipotesi di finanziamento pubblico dell’aborto: una mossa risultata decisiva per convincere i democratici più centristi. Occorre ricordare come negli Stati Uniti la questione dell’interruzione volontaria della gravidanza sia ancor più divisiva di quanto non sia in Europa.

Fondamentalmente, sapendo di poter contare comunque sul sostegno della fazione più liberal e progressista del suo partito, con un cedimento a destra Obama ha cercato di conquistare l’appoggio della sua parte più moderata. Il Presidente potrebbe quindi aver in parte colto il senso del voto popolare di questo autunno, con il quale gli elettori hanno probabilmente inteso invitarlo ad una maggiore concretezza e fedeltà al programma centrista enunciato durante la campagna dello scorso anno. La concessione fatta sul fronte dell’aborto è tanto più significativa se si considera che ha fatto seguito all’importante affermazione ottenuta la scorsa settimana dall’ex governatrice repubblicana dell’Alaska, Sarah Palin. Notoriamente una campionessa dei valori conservatori della destra religiosa americana, e proprio per questo voluta lo scorso autunno da John McCain al proprio fianco, la Palin è infatti scesa in campo a fianco dei candidati repubblicani risultati vincenti nel New Jersey ed in Florida, riscuotendo ampi consensi e confermando di essere intenzionata a consolidare il proprio profilo di figura politica di rilevanza nazionale, un passo indispensabile nella preparazione della propria candidatura alla Casa Bianca nel 2012.

Tornando in qualche modo al centro, come è accaduto con il compromesso maturato al Congresso, Obama si prepara a gestirne la sfida. La strada è comunque lunga. Il Presidente deve portare a casa la sua riforma sanitaria anche al Senato, dove gli equilibri sono ancora più precari e nel quale potrebbe essere varato un provvedimento assai diverso rispetto a quello sponsorizzato dalla Casa Bianca. E’ chiaro inoltre che, per risalire la china, il Presidente dovrà dimostrarsi più convincente anche sul terreno della politica internazionale, rivelatosi finora molto più infido del previsto, cercando di ottenere qualche risultato di prestigio prima delle elezioni di medio termine del 2010. (g.d.)
 
Usa: Obama, una leadership ancora debole
Roma, 10 nov 2009 09:19 - (Agenzia Nova) - Anche se è stato insignito del Premio Nobel per la pace ed ha riscosso un vasto apprezzamento il suo tentativo di restituire peso e prestigio alla diplomazia ed ai fori multilaterali come le Nazioni Unite, in questi primi mesi del suo mandato la politica estera e di sicurezza nazionale è stata per il Presidente Usa, Barack Obama, complessivamente più una fonte di problemi e difficoltà che di autentiche soddisfazioni. L’Afghanistan, rappresentato agli elettori come “la guerra di necessità” sulla quale investire le risorse umane e materiali degli Stati Uniti, disimpegnandosi dall’Iraq, ha riservato la più amara delle sorprese. Perché al notevole incremento di truppe deciso nel marzo scorso ed all’adozione dell’approccio adottato con successo dal generale David Petraeus in Iraq, non hanno fatto seguito progressi sostanziali sul terreno. Il 2009, anzi, si concluderà con non meno di 500 caduti tra le forze militari occidentali e con un’ulteriore perdita di credibilità e prestigio del governo di Kabul, complicando il compito di chi deve mantenere il consenso dell’opinione pubblica alla prosecuzione della missione di stabilizzazione e di chi deve costruire quello degli afgani nei confronti di chi li amministra.

Il generale Stanley McChrystal, che dirige le operazioni statunitensi e della Nato sul teatro afgano, ha fatto presente la gravità della situazione, evidenziando la necessità di ricevere cospicui rinforzi se si vuole evitare la definitiva caduta dell’Afghanistan nel caos. Il Presidente ha preso tempo, una scelta in sé non riprovevole, ma che ha trasmesso una pericolosa sensazione di debolezza ed incertezza sul da farsi. Una percezione al cui radicarsi hanno dato un contributo rilevante anche le divisioni palesatesi tra i suoi collaboratori. Entro l’11 novembre, è stato ribadito durante il fine settimana appena trascorso, la Casa Bianca farà conoscere le proprie deliberazioni. Stando alle anticipazioni, anche in questo caso, si tratterà di una soluzione di compromesso. Obama concederà maggiori risorse militari, forse anche 20 mila uomini in più, ma pretenderà una strategia diversa e meno costosa in termini di vite umane. Ad esempio, una che contempli l’abbandono delle zone rurali dell’Afghanistan al loro destino, per concentrare le truppe nelle maggiori città, proprio come fecero i sovietici negli anni Ottanta, contemporaneamente intensificando le attività addestrative a profitto delle forze armate e di polizia dello Stato afghano.

L’amministrazione Usa confida che gli alleati atlantici facciano la loro parte ed anche questo sarà un test importante. Perché gli olandesi hanno già deciso di ritirarsi il prossimo anno, mentre i canadesi faranno fagotto nel 2011, rinunciando ai sogni di gloria coltivati dall’ex capo di Stato maggiore della loro Difesa, Rick Hillier. La stessa Gran Bretagna potrebbe essere sul punto di mollare la presa nello Helmand, accettando il rischieramento dei propri militari nelle zone meno esposte che le propongono gli statunitensi, per ridurre la pressione esercitata su Gordon Brown da ampi settori dell’opinione pubblica britannica e delle stesse forze armate.

Anche l’Italia si muoverà in controtendenza, rimpatriando 400 uomini proprio mentre si profila all’orizzonte l’arrivo in forze degli statunitensi a Herat. Ma non dovrebbero derivarne gravi conseguenze sul piano dei rapporti bilaterali tra Roma e la Casa Bianca. La recente sentenza milanese contro la cellula Cia del Nord Italia, incredibilmente, potrebbe infatti aver convinto anche Washington del fatto che la magistratura del nostro paese agisce in base a convinzioni ideologiche, indirettamente migliorando la posizione del presidente del Consiglio. (g.d.)
Il nodo iraniano
 
Teheran: il tempo per le sanzioni è scaduto
Roma, 10 nov 2009 09:19 - (Agenzia Nova) - La leadership iraniana ha sostanzialmente silurato l’accordo raggiunto il mese scorso, in base al quale l’uranio necessario agli usi civili sarebbe stato riprocessato in Russia, se non addirittura negli stessi Stati Uniti, ed è attualmente addirittura sospettato di condurre studi avanzati sulla produzione di testate nucleari miniaturizzate. Per i non addetti ai lavori, la pericolosità di quanto è stato rivelato dagli esperti dell’Aiea, l’Agenzia atomica delle Nazioni Unite, basata a Vienna, non è immediatamente evidente. Ma è notevolissima. Si tratta infatti di uno sviluppo drammatico quanto imprevisto.

La progressiva miniaturizzazione delle bombe è il processo che ne rende più agevole l’impiego, permettendone il montaggio su missili anche relativamente poco potenti e, soprattutto, il trasporto clandestino. In sintesi, non solo gli iraniani potrebbero essere sul punto di ottenere una tecnologia nucleare militare, ma addirittura in procinto di acquisire la capacità di realizzare operazioni terroristiche che prevedano l’impiego di armi atomiche. Un incubo politico-strategico che potrebbe vanificare anche le contromisure alle quali tanto gli americani quanto gli israeliani starebbero pensando per contenere la futura minaccia proveniente da Teheran. Un bel rompicapo per il Presidente Usa, Barack Obama, il quale sa che il tempo per le sanzioni è scaduto, anche grazie alla resistenza opposta dai cinesi ed, in minor misura, dai russi. Ed è alquanto restio all’ipotesi di autorizzare l’uso della forza contro la Repubblica islamica. (g.d.)