Atlantide
02.11.2009 - 19:18
ANALISI
 
Afghanistan: il paese scivola verso il caos, gli Usa ancora incerti
Roma, 2 nov 2009 19:18 - (Agenzia Nova) - Gli sviluppi in atto in Afghanistan sono sempre meno promettenti. Ottobre si è concluso con una nuova ondata di perdite a carico degli Stati Uniti, che hanno rimpatriato 55 caduti in 28 giorni. Al conto vanno aggiunti poi un elicottero da trasporto Ch-47 Chinook e due elicotteri da combattimento Uh-1 ed Ah-1 Cobra, andati distrutti in due distinti incidenti la cui dinamica deve essere ancora chiarita. Sul piano annuale, è ora facile prevedere che il 2009 possa terminare con un passivo tra le forze militari occidentali non inferiore ai 450 morti e forse anche superiore ai 500.

La decisione di spingere il Presidente uscente, Hamid Karzai, ad accettare un ballottaggio non pare aver contribuito a migliorare le cose. Ha infatti costretto i guerriglieri vicini al movimento talebano ad intraprendere azioni eclatanti per sabotarlo, come quelle che hanno interessato nella settimana la capitale Kabul, colpita in due luoghi dall’alta valenza simbolica: l’hotel Serena, utilizzato come ritrovo e punto d’incontro degli occidentali residenti in Afghanistan, e la foresteria delle Nazioni Unite. Queste azioni hanno notevolmente aggravato le preoccupazioni relative al deterioramento delle condizioni di sicurezza nella capitale, al punto che persino giornalisti avvezzi a quelle zone, s’interrogano ormai sul modo migliore di proteggersi una volta giunti a Kabul.

E’ quindi da salutare con favore, per quanto tardiva, la decisione dello sfidante Abdullah Abdullah di abbandonare la partita, formalizzata nel fine settimana, ma da tempo anticipata dagli osservatori più sensibili agli sviluppi della vicenda politica afgana. La logica conseguenza di questa decisione è stata l’opportuna pronuncia della Commissione elettorale indipendente afghana, che il 2 novembre mattina ha confermato la vittoria di Karzai, annullando la convocazione del secondo turno di votazioni originariamente previsto per il 7. Non avrebbe in effetti avuto alcun senso un’elezione dall’esito certo. Vi avrebbe certamente preso parte un basso numero di elettori, infliggendo una nuova lesione alla già precaria legittimità delle istituzioni dello Stato afghano e rendendo ancora più complicato il compito delle forze armate occidentali che sostengono il processo di stabilizzazione. Perché l’esercito nazionale afgano ed i corpi di polizia dipendenti dal governo locale possano crescere in dimensioni ed efficienza, infatti, la solidità del quadro politico interno è ancora più importante del numero degli addestratori che ciascun paese occidentale potrà fornire. Grazie a quanto accaduto, è adesso possibile che, al di là delle schermaglie di queste ore, il Presidente confermato ed il suo ex sfidante finiscano per trovare un’intesa che spiani la via ad un esecutivo di larghe intese.

Dal punto di vista strategico, comunque, nelle ultime settimane la correlazione delle forze si è nuovamente modificata in favore della guerriglia. In seguito ad un sanguinoso assalto, costato alcune settimane or sono la vita ad otto militari statunitensi, il generale Stanley McChrystal ha infatti avviato il ripiegamento delle unità alleate dagli avamposti più esposti verso posizioni più sicure, all’interno dei centri urbani di maggiori dimensioni. Sostanzialmente, si è rinunciato al presidio del territorio montano e delle valli, riconoscendo la locale superiorità dei talebani e dei loro fiancheggiatori. Per comprendere l’entità del colpo è utile un paragone: sarebbe come se in Iraq il generale David Petraeus avesse abbandonato la provincia di Al Anbar, invece di portarne le tribù dal proprio lato. In un certo senso, l’approccio adottato in Mesopotamia, basato sulla protezione estesa della popolazione per vincerne il sostegno, si è rivelato inadatto al più dispersivo contesto afgano, come avevano predetto alcuni analisti, constatando come gli afgani vivessero sparsi tra oltre 40 mila villaggi poco collegati tra loro e fosse quindi impensabile riuscire a difenderli dalle intimidazioni dei talebani con le risorse militari disponibili.

Tuttavia, non pare che la nuova revisione, i cui risultati dovrebbero essere formalizzati tra il 7 e l’11 novembre prossimi, stia conducendo a risultati più promettenti. Tutt’altro. A quanto per il momento si sa, McChrystal dovrebbe infatti ricevere alcune migliaia di uomini di rinforzo, anche se non i 40-60 mila richiesti, ed utilizzarli nelle zone più densamente popolate del Paese, nell’intento di controllare le maggiori città afgane ed il loro circondario. Il Presidente Usa, Barack Obama, avrebbe chiesto, proprio a questo scopo, una verifica delle situazioni più compromesse, provincia per provincia. Appare comunque già certo l’invio di consistenti rinforzi a Kandahar ed Herat. L’approccio prescelto, tuttavia, presenta almeno due ordini di problemi. Uno di carattere generale ed un altro che concerne specificamente la posizione delle truppe italiane in teatro.

Il primo è che l’Afghanistan non si controlla dalle città. Le città sono sempre state, invece, il premio delle guerre vinte. La soluzione che si prospetta, quindi, lungi dal migliorare la situazione, potrebbe contribuire a degradarla ulteriormente. Se americani ed alleati si ritirassero nei maggiori centri urbani, inoltre, verrebbe inopinatamente ripetuto l’errore strategico compiuto dai sovietici, condannando la missione ad un insuccesso pressoché sicuro. La stampa militare russa lo sta rilevando impietosamente.

Il secondo è che l’arrivo in forze degli statunitensi ad Herat renderebbe impossibile al nostro contingente mantenere il controllo su quanto avviene in larga parte della regione occidentale sottoposta al comando dei nostri ufficiali. Sostanzialmente, diventerebbe difficilissimo mantenere una linea di condotta indipendente rispetto a quella Usa, come fatto finora, ed in particolare coltivare i rapporti con gli anziani locali. Il rischio è l’aumento dell’instabilità complessiva intorno ad Herat e, ovviamente, del numero delle perdite da sostenere. La Difesa italiana sembra del resto predisporsi ad una svolta in questo senso. E’ del 30 ottobre la conferma dell’invio di quattro cacciabombardieri leggeri Amx in teatro, dove andranno a sostituire i Tornado originariamente mandati con compiti ricognitivi e successivamente adibiti a missioni di strafing (cioè di mitragliamento del terreno a bassa quota). La novità però c’è e sta nel fatto che gli Amx ed i loro equipaggi si stanno addestrando dalla scorsa estate all’impiego di bombe a guida laser. E’ quindi chiaro che ci stiamo preparando ad usare la forza in modo ancora più deciso, e per di più sotto la pressione di comandi, come quelli statunitensi, certamente più disinvolti e muscolari nel loro modo di affrontare le sfide tattiche del conflitto in corso. (g.d.)
 
Libano: cambia il carattere politico della missione
Roma, 2 nov 2009 19:18 - (Agenzia Nova) - In Libano si assiste, imprevedibilmente, ad una cambiamento del carattere e della funzione politica della missione italiana alla testa dell’Unifil II. Nata originariamente come un intervento concepito per rilanciare l’Italia in Europa e nelle Nazioni Unite, ma anche per valorizzare l’apporto della stessa Unione Europea e dell’Onu alla sicurezza internazionale in chiara polemica con l’approccio unilaterale proprio dell’amministrazione americana dell’epoca, la missione prodiana oggi piace soprattutto ad israeliani ed americani. Di qui, probabilmente, la resistenza opposta dalla Farnesina a qualsiasi progetto di ridimensionamento della nostra presenza in Unifil II. E’ un dato sorprendente, dietro il quale, tuttavia, c’è l’obiettivo deterioramento delle condizioni di sicurezza nell’area, dovuto all’estromissione dell’Hezbollah dal governo di Beirut ed al pericolo crescente che il Partito di Dio libanese, magari opportunamente sostenuto dall’Iran, cerchi di recuperare terreno attaccando lo Stato ebraico esattamente come fece nel 2006, nell’intento di precipitare una reazione militare di Tel Aviv contro Beirut e demolire così un governo nazionale libanese percepito come ostile.

C’è da rilevare altresì come il generale Claudio Graziano, che comanda l’intera Unifil II, abbia subito intimidazioni significative dagli israeliani nei mesi scorsi. Non è quindi da escludere che l’esecutivo diretto da Benjamin Netanyahu lo consideri adesso un capo militare fortemente condizionato. Ostile ad una riduzione dell’impegno militare in Libano meridionale adesso è anche il ministero della Difesa italiano, seppure per ragioni diverse. Lo Stato maggiore della Difesa, infatti, desidera marcare il punto dei confronti della Spagna, che ambirebbe a rilevare con un proprio ufficiale il generale Graziano, senza tuttavia fornire le truppe necessarie a fare del proprio contingente il primo sul terreno per consistenza numerica. Le tensioni che oppongono Palazzo Baracchini agli spagnoli non si limitano neanche al Libano, perché polemiche sono esplose recentemente anche riguardo alla passività delle truppe di Madrid in Afghanistan, che obbliga il nostro contingente a sforzi supplementari nella provincia di Baghdis. (g.d.)
 
Iran: più incerto l’esito del negoziato
Roma, 2 nov 2009 19:18 - (Agenzia Nova) - Sembra confermarsi la strategia negoziale iraniana, tesa a guadagnare tempo in modo tale da avvicinare Teheran al raggiungimento della capacità nucleare, prima che la comunità internazionale possa opportunamente reagire. Dopo i colloqui di Vienna, in cui si era sostanzialmente raggiunto un accordo per arricchire all’estero l’uranio necessario alla produzione di energia elettronucleare, l’Iran ha fatto pervenire una risposta nella quale all’accettazione dei principi di massima della soluzione concordata viene associata la richiesta di discutere su alcuni suoi aspetti fondamentali. Secondo alcuni sarebbero state respinte, non è chiaro se totalmente o in parte, addirittura le disposizioni dell’intesa che prevedono il trasferimento del 75 per cento dell’uranio iraniano arricchito al 5 per cento in Russia, dove verrebbe portato al 19,5 per cento. In particolare, Teheran vorrebbe trasferire l’uranio arricchito di cui dispone gradualmente, e non immediatamente.

Qualora l’istanza fosse in questi termini e venisse accolta, è chiaro che la diplomazia di Teheran sarebbe riuscita nel suo tentativo di sabotare scientemente i progressi realizzati in un mese, riportando la trattativa alla casella di partenza. Il colpo al prestigio del Presidente Usa, Barack Obama, sarebbe notevolissimo. E’ forse per questo motivo che gli Stati Uniti si accingono a colpire con proprie sanzioni ad hoc tutte le imprese ed i paesi che forniranno benzina all’Iran, prima ancora che sul punto il gruppo dei 5+1 raggiunga un accordo. (g.d.)