Atlantide
27.10.2009 - 18:12
ANALISI
 
Afghanistan: il Presidente Karzai costretto ad accettare il ballottaggio
Roma, 27 ott 2009 18:12 - (Agenzia Nova) - La scorsa settimana – grazie anche alle pressioni esercitate dal presidente della Commissione Esteri del Senato americano, John Forbes Kerry, che nell’occasione è riuscito ad eclissare l’inviato Richard Holbrooke – il Presidente afgano, Hamid Karzai, ha accettato i risultati della revisione dello spoglio elettorale appena ultimato dalla commissione incaricata di vagliarne la regolarità e giudicare sulle accuse di frodi. L’organismo, emanazione delle Nazioni Unite, ha annullato un certo numero di voti: tanti quanto basta per riportare Karzai appena di un soffio sotto la magica soglia del 50 per cento, che gli avrebbe garantito la riconferma al primo turno. Si è conseguentemente deciso di convocare nuovamente gli afgani alle urne e procedere al ballottaggio. Onde evitare di perdere inutilmente tempo, si è optato per una data ravvicinata, il prossimo 7 novembre. Lo sfidante Abdullah Abdullah dovrebbe prendervi parte, anche se la scelta di votare così presto sembra essere stata pensata apposta per favorire la ricomposizione del quadro politico su altre basi. Organizzare elezioni nazionali in appena due settimane è infatti già un’impresa difficile in un Paese tranquillo. Figurarsi in uno Stato come l’Afghanistan, in cui larghe porzioni di territorio sfuggono a qualsiasi genere di controllo ed è troppo tardi per pensare a nuove massicce offensive della Nato.

I funzionari internazionali incaricati di controllare la correttezza delle operazioni e persino esponenti importanti dei contingenti militari impegnati sul teatro afghano hanno già lasciato intendere che realizzare uno scrutinio al di sopra di ogni sospetto sarà impossibile. Di qui, la sensazione che quella in procinto di materializzarsi sia una grossa messinscena. I due maggiori contendenti si sarebbero già messi d’accordo per spartirsi le maggiori cariche nazionali e restituire immediatamente al governo dell’Afghanistan quella credibilità e quel prestigio perduti, senza i quali nessuno sforzo militare alleato potrebbe condurre al successo contro l’insurrezione neo-talebana. Molti osservatori ritengono che nei prossimi giorni, con un pretesto qualsiasi, Abdullah rinuncerà alla partita, permettendo a Karzai di reinsediarsi e successivamente cooptarlo nel contesto di un esecutivo di emergenza e “larghe intese”. Già si intravvedrebbero, secondo alcuni, i sintomi della preparazione di una mossa di questo tipo: lo sfidante, infatti, proprio il 26 ottobre ha iniziato a lamentarsi dell’impossibilità di proteggere il risultato dalle manipolazioni inevitabilmente ostili che ne danneggerebbero le prospettive di successo, precostituendosi una via di uscita dalla competizione. Favorirebbero questa composizione della crisi anche gli americani, che non possono permettersi una nuova delegittimazione dello strumento elettorale e della nascente democrazia afgana né, tanto meno, il rischio che il potere a Kabul finisca nelle mani di un tagiko, qual è appunto Abdullah, perché ciò implicherebbe l’allontanamento ulteriore dei pashtun, che sono l’etnia largamente maggioritaria in Afghanistan, da ogni prospettiva di riconciliazione nazionale.

Una vittoria elettorale tagika non piacerebbe neanche alla maggior parte dei paesi alleati presenti con proprie truppe in Afghanistan, specialmente quelli più esposti nelle instabili province meridionali del paese, come Canada, Australia, Danimarca ed Olanda, che si troverebbero certamente in quel caso a fare i conti con un’insurrezione ancor più forte di quella attualmente loro di fronte. Sarebbe forse contenta soltanto Londra, che contro Karzai pare aver imbastito una crociata solitaria almeno dal 2006, pagandone l’inevitabile scotto. Peraltro, la vittoria di Abdullah renderebbe più facilmente praticabile, per queste stesse ragioni, la ricetta ipotizzata dal vicepresidente Usa, Joseph Biden, il quale da tempo si batte per il ritorno all’approccio cosiddetto “dell’impronta leggera”, che non solo implicherebbe il drastico ridimensionamento dello sforzo militare alleato in Afghanistan, ma il rilancio dell’Alleanza del Nord e più in generale, del ricorso al sostegno ai signori della guerra in tutto il territorio afgano. Si rinuncerebbe allora per sempre al sogno di costruire uno Stato moderno in quello sfortunato paese, alimentato a dire il vero soprattutto dagli europei, demandando invece ai signori della guerra, opportunamente armati e sovvenzionati, il compito di tenere in scacco i neo-talebani.

La soluzione è già stata tentata, con qualche successo, dai sovietici dopo il loro ritiro da Kabul, tra il 1989 ed il 1991 e, più recentemente, dagli stessi americani tra il 2002 ed il 2003, in quello che è considerato tuttora il periodo migliore della presenza militare occidentale in Afghanistan. Il problema è, tuttavia, che ora come ora il movimento neo-talebano è molto più forte di quanto non fosse sei anni fa, e forse in grado di prevalere su qualsiasi alleanza tribale gli si opponga, proprio come nel 1996. Se così fosse, il ritorno alla strategia originaria implicherebbe quasi certamente la disfatta occidentale, il completo fallimento del conflitto iniziato il 7 ottobre 2001 ed il successo ultimo dei jihadisti autori degli attacchi dell’11 settembre. Le prossime due settimane potrebbero quindi riservare molte sorprese e saranno in ogni caso estremamente delicate. Non è un caso che il Presidente Barack Obama non abbia ancora assunto una decisione definitiva riguardo al nuovo incremento di truppe americane chiesto dal suo comandante in teatro, Stanley McChrystal. (g.d.)
 
Iraq: rischio di un ritorno al caos
Roma, 27 ott 2009 18:12 - (Agenzia Nova) - Uno degli assunti del riorientamento complessivo della strategia americana preannunciato dal Presidente Barack Obama nel corso della sua campagna elettorale dello scorso anno prevedeva che l’America rimpatriasse i soldati inviati in Iraq, per concentrare gli sforzi in Afghanistan, la war of necessity contrapposta a quella “opzionale”, avviata in base a ragioni di merito e di principio destituite di qualsiasi fondamento. Mentre cala il consenso degli americani alla prosecuzione dell’intervento afgano, ormai divenuto significativamente costoso in termini di vite umane, visto che gli Stati Uniti vi perdono mediamente un soldato al giorno, la riduzione dell’impegno militare americano in Iraq sembra però coincidere con il riemergere delle violenze settarie. Il dato non è sorprendente e concerne da vicino anche l’Italia, perché il governo del nostro paese mantiene in Iraq un centinaio di carabinieri, nel contesto di una missione addestrativa a profitto delle forze di sicurezza del nuovo Stato iracheno, nonché due navi con un centinaio di marinai, nel quadro di un’operazione di cooperazione al pattugliamento delle acque territoriali irachene in corso nel Sud sciita.

Al culmine della guerra civile inaugurata dal bombardamento della cupola d’oro della moschea di Samarra, le stragi provocate dal terrorismo sunnita di matrice jihadista erano servite come miccia d’innesco per le rappresaglie sciite, che a loro volta accrescevano il senso d’insicurezza ed alienazione dal nuovo Stato delle masse sunnite, e quindi la loro determinazione a fiancheggiare il terrore. Soltanto con l’arrivo di David Petraeus e l’aumento delle truppe voluto da George W. Bush contro ogni evidenza questa dinamica era stata spezzata, mettendo più soldati americani nelle strade, arruolando milizie nelle tribù sunnite e dividendo ermeticamente lungo linee etno-confessionali i maggiori quartieri della capitale. La strategia aveva funzionato, ma quest’anno, dopo il cambio ai vertici della Casa Bianca e la decisione di consegnare i militari di Washington nelle caserme costruite sul suolo iracheno, le cose sono cambiate. Non è strano che coloro che sono interessati a riportare l’Iraq nel caos stiano iniziando a muoversi. E’ strano, casomai, che non lo avessero fatto prima.

Tuttavia, non è detto che gli eventi prendano la stessa drammatica piega del 2006-2007. Intanto perché adesso a Baghdad c’è un uomo forte, il premier Nouri al Maliki, notevolmente consolidatosi da tre anni a questa parte e risoluto anche nell’impiegare la forza. E poi anche perché lo scenario internazionale pare diverso da quello di allora, con un Iran che – a differenza di allora – ha tutto l’interesse ad apparire come un attore responsabile mentre negozia il futuro del suo programma nucleare. Non c’è dubbio, comunque, che Barack Obama stia rischiando grosso. Potrebbe perdere una guerra che il suo predecessore era riuscito comunque in qualche modo a porre su binari accettabili, per di più senza vincere neanche quella che aveva presentato ai suoi elettori come il conflitto giusto da combattere. (g.d.)
 
Le incertezze di Obama sciolgono le redini agli alleati
Roma, 27 ott 2009 18:12 - (Agenzia Nova) - Giorni fa sul “Los Angeles Times” è apparso un editoriale estremamente critico nei confronti del presidente americano Barack Obama che il foglio californiano aveva appoggiato nella corsa alla Casa Bianca. Gli veniva imputata la colpa più grave per chi è incaricato del comando: ovvero l’incapacità di decidere nelle questioni cruciali, vuoi per fatto caratteriale che per contrasti interni alla sua squadra di consiglieri. Molti gli esempi: il rinvio della risposta ai generali che gli chiedono rinforzi in Afghanistan; l’atteggiamento contraddittorio di fronte al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente palestinese Abu Mazen, che ha messo entrambi in difficoltà di fronte alle rispettive opinioni pubbliche; l’essersi prestato al gioco dei pacifisti rinunciando alla scudo missilistico in Europa, senza pensare alle conseguenze per i suoi alleati; l’avere dato spago all’Iran nelle sue tattiche dilatorie sul nucleare, e così via. Al punto che il presidente francese Nicolas Sarkozy gli avrebbe rinfacciato, durante una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, di vivere “in un mondo virtuale anziché in quello reale”.

Il quotidiano di Los Angeles non ha fatto che raccogliere un sentimento che ormai si va diffondendo. Secondo molti osservatori, infatti, le incertezze mostrate da Obama su tutti i più importanti dossier strategici hanno spinto i leader dei paesi alleati a sentirsi più liberi di perseguire i propri interessi nazionali. E’ significativo, per esempio, il fatto che la Germania di Angela Merkel abbia preferito che fossero i finanziatori russi di Magna a rilevare Opel, e non i fondi di previdenza americani; e che la Francia di Nicolas Sarkozy abbia scelto di far partecipare Edf al consorzio italo-russo South Stream, piuttosto che al progetto Nabucco, sponsorizzato da Washington.

E’ in questo contesto che va considerato il recente viaggio di Silvio Berlusconi in Russia. Ufficialmente, il presidente del Consiglio ha colto l’occasione del compleanno del premier Vladimir Putin per una visita di tre giorni sul lago Valdaj. Una “visita privatissima” che tuttavia ha assunto presto un grande rilievo politico ed economico. Agli incontri nella dacia di Putin hanno partecipato infatti l’ex Cancelliere tedesco, Gerhard Schroeder, attualmente presidente del consorzio Nord Stream, ed un rappresentante francese il cui nome non è stato reso pubblico. In video-conferenza è intervenuto inoltre il premier turco, Recep Tayyp Erdogan. I convitati hanno discusso soprattutto di energia, decidendo in particolare di accelerare la realizzazione del gasdotto South Stream, che dovrebbe convogliare il gas dell’Asia Centrale verso l’Italia, attraverso Russia, Mar Nero e Balcani. Con Berlusconi, Putin ha discusso però anche accordi di partnership tra aziende russe, Fiat e Finmeccanica. E’ significativo che, proprio mentre il convivio stava per sciogliersi, il presidente dell’Eni, Paolo Scaroni, abbia ribadito in un’intervista i motivi dell’alleanza strategica con la Russia, affermando però che i responsabili statunitensi capiscono la posizione italiana e che non sono quindi preoccupati per la politica energetica del nostro paese.

In effetti, nei mesi scorsi la politica energetica italiana, assieme agli strettissimi rapporti intrecciati da Berlusconi con la leadership russa, ma anche con alcuni paesi arabi, aveva provocato forte irritazione a Washington, tanto da spingere il nuovo ambasciatore Usa a Roma, David Thorne, a paventare i rischi di una eccessiva dipendenza dell’Italia dalla Russia. La questione era già stata affrontata da Berlusconi alla Casa Bianca, nel colloquio avuto con il Presidente Barack Obama il 15 giugno scorso. In quell’occasione il premier italiano si era impegnato ad inviare 450 nuovi militari in Afghanistan, per tutto il periodo delle elezioni presidenziali: una mossa apprezzata in particolare dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, con cui lo staff berlusconiano aveva stabilito forti legami già nel corso delle due amministrazioni guidate da George W. Bush. Nelle ultime settimane, poi, visite prolungate negli Usa erano state organizzate sia da Scaroni, sia dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. Quest’ultimo, in particolare, aveva proposto a Washington una partnership tra Eni e Westinghouse per partecipare alla realizzazione del piano nazionale per l’energia atomica.

Queste attenzioni sembravano aver prodotto un risultato importante quando, il 13 ottobre scorso, il ministero del Petrolio iracheno, guidato da Hussein al-Shahristani, ha assegnava lo sfruttamento del campo petrolifero di Zubair, uno dei più importanti del paese, ad un consorzio composto da Eni, dall’americana Occidental Petroleum e dalla Korea Gas Corporation. Vale la pena di ricordare che Occidental Petroleum, quarta compagnia petrolifera degli Usa, era controllata da Armand Hammer, un eclettico imprenditore statunitense divenuto amico di Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin, già nel 1921. Figura di primo piano nel commercio estero della Russia, Hammer conquistò nel 1961 concessioni petrolifere in Libia, dove la Occidental operò fino al 1986, quando le sanzioni volute da Ronald Reagan impedirono il proseguimento della cooperazione. E’ interessante inoltre notare che il ministro iracheno al-Shahristani viene proprio in questi giorni sottoposto a fortissime critiche sia a livello parlamentare, sia dalla stampa vicina al Presidente Jalal Talabani, leale alleato degli Usa, proprio a causa della gestione delle concessioni. Non è detto, dunque, che anche l’Iraq, così come fanno Germania, Francia e Italia, non stia seguendo i propri interessi nazionali, approfittando delle incertezze e della disattenzione di Obama. (f.s.)