Atlantide
19.10.2009 - 18:23
Analisi
 
L’attentato di Milano: un segnale inquietante
Roma, 19 ott 2009 18:23 - (Agenzia Nova) - Mentre si attende di conoscere le risultanze dell’istruttoria aperta dalla magistratura sui fatti accaduti davanti alla caserma Santa Barbara di Milano il 12 ottobre scorso, alcuni elementi permettono già di stabilire dei punti fermi. Innanzitutto l’opinione espressa a caldo dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, sulle caratteristiche del gruppo che ha perpetrato il tentativo di strage, pare assolutamente condivisibile. L’aspirante kamikaze libico, Mohammed Gameh, ed i suoi fiancheggiatori costituivano certamente una cellula jihadista spontanea, dalle capacità tecnico-tattiche alquanto limitate, come il fallimento dell’attentato ha fortunatamente dimostrato. Ciò nulla toglie, tuttavia, alla pericolosità del gesto, poiché non è da escludere che altri gruppi di terroristi “fai da te” siano all’opera per conquistarsi uno spazio nella complessa galassia del jihadismo internazionale. In sintesi, l’attentato di Milano potrebbe essere il sintomo del fatto che anche l’Italia è ormai entrata nell’epoca del terrorismo home grown, cioè non importato direttamente dall’estero ma in qualche modo cresciuto in casa nostra. Tale realtà, in effetti, è già emersa in diversi paesi europei, dove esistono consistenti masse d’immigrati provenienti da stati infiltrati dalla propaganda di al Qaeda.

La gravità di quanto accaduto aumenta se si tiene conto di un altro fattore: per quanto il cosiddetto top tier, vale a dire il livello superiore della dirigenza di al Qaeda, sia quasi certamente estraneo all’accaduto e da tempo prevalentemente concentrato sull’obiettivo di destabilizzare il Pakistan, va tenuto presente che una caratteristica tipica dei movimenti terroristici è quella d’ingrandirsi accogliendo cellule spontanee come quella manifestatasi a Milano. Il meccanismo non è neanche nuovo, essendo l’affiliazione attraverso l’azione diretta un modo di aderire ai gruppi terroristici maggiori teorizzato sin dai tempi di Carlos Marighella, che nel 1968 dedicò un manuale alla gestione della guerriglia urbana. Così stando le cose, il rischio maggiore che ora corre il nostro paese è di esser colpito da atti di micro-terrorismo organizzati da soggetti non direttamente legati ad al Qaeda, ma alla ricerca di un’investitura o legittimazione da parte di Osama bin Laden o Ayman al Zawahiri, o forse semplicemente impegnati nel tentativo di dare una forma politicamente spendibile al risentimento identitario degli immigrati musulmani giunti in Italia.

La circostanza ha aspetti positivi e negativi. Infatti, pur permettendo di ritenere poco probabili atti di mega-terrorismo contro le infrastrutture strategiche nazionali o condotti con armi di distruzione di massa, gli atti di micro-terrorismo possono comunque raggiungere un significativo grado di letalità, specialmente quando realizzati in ambienti affollati (come gli autobus, i tram o i supermercati). Sarà inoltre più complicato prevenire efficacemente le attività di questi gruppi “sciolti”. I terroristi “fai da te” hanno infatti apparentemente acquisito la capacità di produrre ordigni improvvisati, che richiedono soltanto la disponibilità di fertilizzanti ed alcune conoscenze di chimica elementare, scaricabili dal Web. Per prevenirne le malefatte, quindi, non basterà più controllare il mercato delle armi leggere, ma si dovrà pensare a sistemi di monitoraggio più sofisticati ed in grado di coprire anche prodotti suscettibili di uso duale, cioè fabbricati per impieghi civili, ma all’occorrenza militarizzabili con investimenti minimi. E’ ovvio che gli ambienti a maggior rischio restano quelli collegati all’immigrazione proveniente dai paesi musulmani, inclusa la Libia, da cui sono giunte finora poche persone, ma tra le quali è probabile la presenza d’individui che hanno scelto di abbandonare la madrepatria anche per sfuggire alla repressione dei movimenti islamisti radicali promossa dal regime del colonnello Muhammar Gheddafi. (g.d.)
 
L’assalto della stampa anglosassone contro l’Italia e le sue possibili conseguenze
Roma, 19 ott 2009 18:23 - (Agenzia Nova) - Negli ultimi dieci giorni si è assistito ad un’inquietante intensificazione degli attacchi portati dalla stampa anglosassone contro il governo italiano. Era dalla vigilia del vertice aquilano del G8 che il presidente del Consiglio ed il paese tutto non erano soggetti ad una pressione di questo tipo. Il settimanale americano Newsweek, di simpatie liberal, ha dedicato un’eloquente copertina al primo ministro, intitolandola Dump Berlusconi, cioè letteralmente “Scaricate Berlusconi”. Editoriali molto critici sono apparsi anche sul New York Times e sulla Washington Post. Affondi persino più gravi sono venuti da Oltremanica, a dispetto del sostegno promesso da Berlusconi alla candidatura di Tony Blair alla presidenza del Consiglio europeo.

Il Times di Londra, che secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha sfruttato informazioni ricevute riservatamente dall’intelligence di Washington, ha denunciato in tre reportage pubblicati nel corso di cinque giorni la presunta prassi italiana di comprare la sicurezza delle truppe in Afghanistan pagando tangenti ai talebani. Scendendo nei dettagli, i servizi del nostro paese avrebbero mantenuto la calma nella valle di Surobi – nella Regione della capitale Kabul – e nei dintorni di Herat durante i mesi precedenti al giugno 2008, pagando mazzette dell’importo di decine di migliaia di dollari ai comandanti della guerriglia ed ai signori della guerra locali. A fare le spese di questa politica, secondo il Times, sarebbero stati i dieci paracadutisti francesi caduti in un’imboscata nei pressi del villaggio di Sper Kunday il 18 agosto 2008, avventuratisi senza grandi cautele in un’area a torto ritenuta sicura.

Vale la pena di ricordare come, all’epoca, alcuni settori della stampa transalpina accusassero apertamente l’Italia di esser stata troppo morbida nell’area in questione e soprattutto di aver rinunciato a pattugliarla seriamente dopo l’uccisione del maresciallo Giovanni Pezzulo, avvenuta nel febbraio precedente. Senza mai scendere, tuttavia, al punto di rimproverare al governo di Roma di aver acquistato la quiete all’insaputa degli alleati, come invece ha fatto l’autorevole testata londinese. Ancora oggi, tra l’altro, da Parigi non è giunta alcuna sponda all’offensiva scatenata dal Times: anzi, il ministero della Difesa francese ha confermato piena fiducia nell’Italia e nelle sue Forze armate, con le quali le truppe transalpine hanno continuato a collaborare nella regione di Kabul anche nel 2009.

Se sono abbastanza chiari i motivi che spingono la stampa americana vicina all’amministrazione di Barack Obama a tentare di destabilizzare Berlusconi, il premier più vicino alla Russia che l’Italia abbia mai avuto, sulla campagna del Times si possono fare solo congetture. Una prima ipotesi è che dietro l’offensiva del quotidiano, che appartiene al gruppo editoriale di Rupert Murdoch, vi sia soprattutto la volontà di aggiungere difficoltà ai problemi già numerosi che Berlusconi deve affrontare a casa propria e nel rapporto con gli Stati Uniti. Tuttavia, non si vede per quale motivo il Times si sia mosso riportando alla ribalta fatti avvenuti quando a Palazzo Chigi c’era Romano Prodi. Forse si contava in una reazione di tipo istituzionale da parte del governo, che in effetti nella circostanza ha difeso anche il vecchio esecutivo, prima ancora che vi provvedessero i diretti interessati, cioè lo stesso Prodi ed il suo ministro della Difesa, Arturo Parisi.

Non si può escludere che lo scoop, facendo riferimento ad iniziative assunte dall’ex ambasciatore Ronald Spogli, nei confronti di Berlusconi nell’estate dello scorso anno, contasse di coinvolgere nella crisi anche l’ambasciata statunitense a Roma. Tale ipotesi si rafforza, anzi, considerando la possibile imbeccata ricevuta dai servizi americani e, soprattutto, i risultati ottenuti: da Via Veneto, infatti, non è giunta una vera smentita, ma una dichiarazione ambigua che è parsa una mezza ammissione della fondatezza del reportage. Si può infine supporre che con i suoi pezzi il Times abbia inteso alienare a Berlusconi anche le simpatie del Presidente Nicolas Sarkozy, unico tra i leader occidentali attualmente al potere ad intrattenere buoni rapporti con il premier italiano. Il Presidente francese, infatti, sta subendo significative pressioni da parte dell’opposizione parlamentare socialista affinché il governo di Parigi esca allo scoperto e descriva all’Assemblée Nationale cosa sappia e cosa pensi del modus operandi delle truppe italiane in Afghanistan.

Ma cosa veramente viene rimproverato al nostro paese? E’ davvero verosimile che i nostri servizi abbiano corrotto i comandanti locali della guerriglia afgana per avere vita più facile ed evitare perdite insostenibili per l’opinione pubblica interna? In realtà, non è da escludere che l’intelligence del nostro paese abbia cercato di stabilire contatti ed amicizie con i capi-tribù e gli anziani delle zone dove operano i militari italiani. E’ anzi una prassi corrente, persino raccomandata dai vertici attuali dell’Isaf e dal manuale americano sulle operazioni di contrasto ai movimenti di guerriglia. Certo, è possibile e perfino probabile che in qualche caso i soldi siano finiti per errore nelle mani sbagliate. Del resto, non fosse così, non si spiegherebbe per quale ragione specialmente nelle province occidentali di Baghdis e Farah i nostri soldati siano stati chiamati così frequentemente a combattere da tre anni a questa parte.

Non c’è in ogni caso nulla di cui scandalizzarsi. Tra il settembre ed il novembre 2001, i servizi americani sborsarono cifre elevatissime per cementare l’Alleanza del Nord, all’epoca molto divisa tra tagiki ed uzbeki, e determinare defezioni tra i talebani, ad esempio pagando signori della guerra di etnia pashtun, come Pacha Khan Zadran, uomo forte della provincia orientale di Paktia, affinché cambiassero campo e fornissero milizie agli alleati. In Iraq il generale David Petraeus ha fatto anche di peggio, mettendo a libro paga migliaia di ex fiancheggiatori di al Qaeda nella provincia sunnita di al Anbar. Persino in queste ore, dentro l’Amministrazione americana e sulla stampa statunitense, c’è chi si chiede se non sia meglio corrompere i cosiddetti “talebani da dieci dollari al giorno”, piuttosto che continuare a mantenere in Afghanistan un contingente pesantemente armato di oltre centomila uomini, che oltretutto irrita le popolazioni locali. Non si vede quindi per quali ragioni si rimproveri a noi di aver fatto cose che alleati ben più forti hanno elevato al livello di opzione strategica.

Le accuse, comunque, sono destinate a lasciare un segno profondo e forse anche a precipitare un riallineamento ulteriore della politica estera e di sicurezza nazionale dell’Italia. Silvio Berlusconi ha già reagito all’uccisione di Nicola Calipari nel 2005, avviando il ridimensionamento dell’impegno militare del nostro paese a Nassiriyah. E’ quindi facile, sulla base di questo precedente, immaginare a cosa stia pensando il premier italiano: il raffreddamento italiano sull’Afghanistan, oltretutto, piacerebbe alla Lega ed agli elettori dello stesso Popolo della libertà. Il tempo delle decisioni si avvicina, perché a fine ottobre occorrerà determinare il futuro delle missioni in scadenza. Forse per meglio riflettere, e trovare il sostegno di amici che si sono ben guardati dal criticarlo in questo delicato frangente della sua carriera politica, il presidente del Consiglio si è recato in visita privata dal primo ministro russo, Vladimir Putin. (g.d.)