Atlantide
13.10.2009 - 15:59
Analisi
 
Nobel a Obama: un tentativo di condizionare il Presidente Usa?
Roma, 13 ott 2009 15:59 - (Agenzia Nova) - L’assegnazione a Barack Obama del premio Nobel per la pace, resa di pubblico dominio nella mattinata del 9 ottobre scorso, è stata decisamente una grossa sorpresa, non soltanto perché è la prima volta che l’alto riconoscimento è concesso ad un Presidente americano nel pieno dei suoi poteri, ma altresì per la sua tempistica. Obama, infatti, è in carica da appena otto mesi, un periodo troppo breve per giudicarne gli effettivi orientamenti, specialmente in assenza di fatti concreti, a parte qualche gesto di valenza simbolica – tra i quali il confinamento dei soldati statunitensi di stanza in Iraq nelle caserme o la decisione di presiedere personalmente una sessione dei lavori del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 24 settembre.

Come ha avuto modo di riconoscere lo stesso Presidente nell’atto di comunicare pubblicamente la sua accettazione del premio, in realtà il comitato norvegese che delibera ogni anno a chi debba andare il Nobel per la pace ha probabilmente inteso enfatizzare il presunto carattere di rottura della nuova amministrazione democratica rispetto a quella precedente diretta da George W. Bush e probabilmente vincolare Obama ad alcuni aspetti del programma enunciato durante la campagna elettorale dello scorso anno. Resta peraltro da chiarire se effettiva rottura ci sia – perché se ne può discutere – e se, tra gli aspetti del programma annunciato dal Presidente, il Nobel abbia voluto ricompensare anche quelli relativi al potenziamento della pressione militare americana sull’Afghanistan ed il confinante Pakistan.

Tuttavia, non è da escludere un disegno più sottile, che vedrebbe il Presidente statunitense vittima di un sofisticato tentativo di renderlo prigioniero del proprio personaggio, in modo tale da condizionarne le scelte in una serie di scacchieri: dallo stesso Afghanistan all’Iran, nonché, ovviamente, nei complessi rapporti con la Cina e con la Federazione Russa. Si tratta di una strategia che è del resto già stata impiegata con successo dall’Occidente nei confronti dell’allora segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, con il risultato ultimo di trasformare Mikhail Gorbaciov in un eroe del mondo libero completamente inviso alla popolazione del suo paese, nei confronti della quale era politicamente responsabile. Lo stesso Gorbaciov venne peraltro insignito del premio Nobel per la pace nel 1990, cioè cinque anni dopo il suo insediamento e comunque dopo il crollo del Muro di Berlino.

La scelta fatta ad Oslo è chiaramente orientata a produrre il collasso di altre barriere, a prescindere dall’identità di coloro che le hanno concretamente erette. E qui risiede precisamente il pericolo insito nella concessione del premio ad Obama: quello d’incentivare la pratica da parte della Casa Bianca di politiche ingiustificatamente arrendevoli, cui il Presidente sarebbe già di suo fin troppo propenso. Il rischio è stato chiaramente avvertito dallo stesso Obama, che non a caso ha manifestato l’auspicio di esser in grado di meritarsi il riconoscimento ricevuto, ed anche dalla gran parte della stampa d’oltreoceano, alla quale potrebbe presto spettare l’ingrato compito di ricordare al Presidente che sono gli interessi americani e non quelli della pace universale il vero core business della Casa Bianca. Le difficoltà si paleseranno rapidamente. Nessuno riesce infatti concretamente ad immaginare come il premio Nobel per la pace possa assumere, senza perdere la faccia, la scelta d’incrementare le forze combattenti schierate in Afghanistan o, peggio, decidere per l’impiego dello strumento militare nei confronti dell’Iran o di qualsiasi altro Paese del mondo che sfidasse la comunità internazionale.

Seppure se ne siano lamentati, i beneficiari ultimi dell’assegnazione del Nobel ad Obama potrebbero essere proprio i talebani. Potrebbero trarne vantaggio anche gli iraniani, che peraltro hanno già ottenuto moltissimo dall’America. Costituisce in effetti un sintomo rivelatore dello strano clima creatosi con Teheran l’invito rivolto dalla dirigenza iraniana al Presidente statunitense appena premiato di rimuovere finalmente le ingiustizie dal Medio Oriente: un plauso che pare tradire la voglia di stravincere di chi è già certo del proprio successo. Per effetto della mossa a sorpresa dei saggi di Oslo, comunque, Obama sarà presto o tardi nella necessità di adottare politiche scomode che dovrà spiegare non soltanto all’opinione pubblica del proprio paese, come sarebbe normale, ma anche a quella del mondo intero. (g.d.)
 
Turchia: le scelte “neo-ottomane” di Erdogan mettono a rischio l’alleanza con Israele
Roma, 13 ott 2009 15:59 - (Agenzia Nova) - La decisione del governo turco di cancellare le importanti esercitazioni militari note come Anatolian Eagle è un evento di grande portata materiale e simbolica. Le esercitazioni, infatti, avrebbero dovuto coinvolgere a partire dal 12 ottobre apparecchi americani, italiani, turchi ed israeliani, come già accaduto nelle ultime edizioni. Secondo la ricostruzione della stampa anglosassone, accettata anche dai media italiani, la scorsa settimana il governo turco avrebbe invitato Israele a rinunciare alle manovre, determinando l’irritata reazione degli Stati Uniti, che avrebbero a loro volta deliberato il ritiro da Anatolian Eagle, costringendo infine Ankara al rinvio a tempo indeterminato delle esercitazioni, finora svoltesi con cadenza annuale.

Il quotidiano israeliano Jerusalem Post ha tuttavia divulgato una versione diversa e più sofisticata della vicenda, rivelando come la Turchia avesse minacciato di non partecipare alle manovre qualora gli israeliani non avessero fatto un passo indietro. Ad infastidire il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan e, pare, anche alcuni esponenti militari del suo paese, era stata la prospettiva di permettere il volo sul territorio turco di aerei che si supponeva avessero bombardato Gaza al principio dell’anno, nel contesto della controversa operazione “piombo fuso”. I fatti dello scorso gennaio erano del resto già stati motivo di un siparietto diplomatico non proprio edificante a Davos, quando Erdogan aveva abbandonato una conferenza in segno di protesta con il Presidente israeliano Shimon Peres, che gli sedeva accanto. Ora il rischio di rottura si è fatto più concreto e potrebbe avere ripercussioni anche nell’atteggiamento di Washington verso la Turchia.

Al di là delle circostanze in cui è maturata la crisi, sembra ovvio rilevare come l’episodio marchi un ulteriore passaggio nel processo di degrado dell’alleanza militare che lega Ankara a Tel Aviv dal 1996, anche se specialmente da parte israeliana sono giunti molteplici inviti alla calma e a non trarre conclusioni affrettate. Per Israele, in effetti, la relazione con la Turchia continua ad avere un elevato valore strategico, come ha ricordato proprio il 12 ottobre il ministro della Difesa Ehud Barak, e la sua compromissione rappresenterebbe certamente un danno grave. Il problema è che l’intera visione geopolitica che ispira l’attuale governo turco non è più la stessa degli scorsi decenni, con buona pace degli Stati Uniti e dei loro alleati che sostengono attivamente la candidatura della Turchia all’adesione all’Ue. Erdogan e la classe dirigente che lo circonda, infatti, non sembrano più guardare allo Stato turco come all’estrema appendice occidentale in terra d’Islam, ma piuttosto come al centro d’irradiazione di un esperimento politico nuovo, in cui non è difficile riconoscere una matrice di tipo neo-ottomano. La stessa opinione pubblica turca sarebbe favorevole al cambiamento e ad una maggiore integrazione anche economica con lo spazio geopolitico musulmano, ed appoggia quindi il riorientamento della politica estera di Ankara.

L’interesse per i Balcani, il Caucaso, l’Egitto, la Palestina ed i paesi che costituiscono la grande famiglia dei popoli di lingua turca, inclusi quelli di ceppo uzbeko residenti in Afghanistan, ha apparentemente soppiantato l’ansia di omologarsi alla comunità dei paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Del disegno sono parte anche i gesti di distensione compiuti nei confronti dell’Armenia e, attraverso Erevan, della Federazione Russa, anche se in prospettiva Mosca rappresenta un ostacolo alle ambizioni geopolitiche della nuova Turchia, che si proiettano sull’Asia Centrale e contemplano l’erosione del monopolio russo sulla gestione delle risorse energetiche gravitanti sul Caspio. Prima o poi, di questo mutamento si renderanno probabilmente conto anche a Washington, dando più forza in Europa a chi si batte affinché la domanda di adesione all’Ue, da tempo avanzata dalla Turchia, sia respinta definitivamente. (g.d.)