Atlantide
05.10.2009 - 18:43
Analisi
 
Iran: esiti non chiari dal vertice di Ginevra
Roma, 5 ott 2009 18:43 - (Agenzia Nova) - Anche se il pubblico italiano non ha avuto il modo di accorgersene, in quanto mediaticamente sequestrato dal caso D’Addario, lo scorso primo ottobre è stata una giornata di grande importanza per la politica internazionale. A Ginevra, infatti, i rappresentanti delle potenze del gruppo dei 5+1 si sono riuniti insieme ad una delegazione proveniente da Teheran per discutere del futuro del controverso programma nucleare iraniano. Il livello era solo apparentemente tecnico perché, se è vero che la Germania ed i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno inviato all’incontro i direttori politici dei rispettivi ministeri degli Esteri, per l’Iran era presente il capo negoziatore incaricato dal regime di occuparsi degli sviluppi della trattativa sulle ambizioni nucleari di Teheran, Said Jalili.

Altro fatto sensazionale e per nulla scontato alla vigilia dell’inizio dei lavori, alla sessione plenaria hanno successivamente fatto seguito anche alcuni incontri bilaterali, fra i quali quello certamente più importante è quello che ha visto sedersi allo stesso tavolo iraniani ed americani. Contemporaneamente al vertice, inoltre, si è svolta negli Stati Uniti una visita alquanto insolita del ministro degli Esteri di Teherah, Manoucher Mottaki, sull’oggetto del quale sono circolate molte versioni. Il dato di rilievo, comunque, è l’invito fatto da Mottaki durante il suo soggiorno a Washington a convocare nuovamente il 5+1 ad un livello più alto: di ministri degli Esteri, se non addirittura a quello di capi di Stato e di governo. Una bella giravolta rispetto alla scorsa primavera quando, forse per compiacere un deluso Franco Frattini, il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad aveva solennemente proclamato l’inutilità di quel format e la volontà della Repubblica islamica di non valersene più. E’ chiaro che da allora molte cose sono cambiate. Innanzitutto, il G8 è alle spalle, anche se è prevista una coda autunnale dedicata al problema del controllo della proliferazione delle armi di distruzione di massa, e delle ambizioni italiane ad unirsi al 5+1 è ora possibile disinteressarsi.

Inoltre, e questo è decisamente più importante, l’amministrazione del Presidente Usa, Barack Obama, sembra aver definito i propri obiettivi strategici nel negoziato che conduce con Teheran. Non sono mai stati veramente esplicitati, meno che mai in questi giorni, ma se si fa riferimento ai contenuti del discorso tenuto dal Presidente americano al Cairo il 4 giugno scorso, l’impressione che si ricava è che Washington sia disposta a permettere la prosecuzione del programma nucleare iraniano, a patto che Teheran non dichiari mai il suo status di potenza nucleare militare, cioè che non proceda ad un test atomico. La Repubblica islamica dovrebbe quindi poter perfezionare il proprio piano nucleare civile senza particolari intrusioni da parte della comunità internazionale, pur acquisendo ipso facto la capacità di dotarsi di un deterrente nucleare militare.

Le conclusioni del vertice ginevrino sarebbero pienamente compatibili con questo scenario. L’Iran ha riaperto immediatamente le porte degli impianti sospetti agli ispettori dell’Agenzia atomica dell’Onua, l’Aiea, ed è stato anche ammesso in via di principio che “parte” dell’uranio indispensabile al funzionamento degli impianti elettronucleari verrà arricchita in Russia. Tuttavia, Teheran insiste che non cederà mai sul proprio diritto ad arricchire dell’uranio anche in proprio e non pare che questa posizione di principio abbia suscitato reazioni formidabili.

In qualche modo, sembra essersi materializzata una soluzione simile a quella adottata nei confronti dell’India, che ha un programma avanzatissimo operativo e di ricerca nel campo nucleare militare, ma nel settore elettronucleare civile coopera con la comunità internazionale. Lo confermerebbe anche la prospettiva di un possibile aggancio del negoziato con Teheran alla revisione periodica del Trattato di non proliferazione nucleare, prevista per il prossimo maggio 2010, in quanto potrebbe permettere di modificare l’attuale sistema, allargando il novero delle potenze nucleari “tollerate”. Se così fosse, l’Iran avrebbe portato a casa davvero molto, praticamente tutto, se si include anche la legittimazione di fatto fornita da Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Cina e Russia nei confronti del Presidente Ahmadinejad. Con tutta probabilità, della grande intesa è parte anche Israele, che da qualche tempo sottolinea come la minaccia iraniana alla sicurezza dello Stato ebraico non sia di tipo esistenziale.

Ciò che non è chiaro, invece, è cosa abbia offerto l’Iran. E’ ipotizzabile che sia stata fatta balenare la possibilità di una politica più moderata, magari quella di un minor sostegno ad Hamas o all’Hezbollah. Forse la rinuncia a destabilizzare l’Iraq – dopo tutto i sadristi sono relativamente quieti da diverso tempo – o magari un contributo più serio alla lotta contro l’insurrezione neo-talebana in Afghanistan. Nel frattempo, i negoziatori iraniani hanno guadagnato altro tempo prezioso in vista del loro obiettivo, nel caso qualcuno cambi idea nelle prossime settimane. A tranquillizzare Teheran contribuisce anche la circostanza che si continui a parlare solo di sanzioni per il caso che la Repubblica islamica non fornisca le rassicurazioni richieste dalla comunità internazionale. Sia perché si tratta di armi spuntate – avendo l’Iran predisposto sofisticate contromisure di carattere commerciale e finanziario per eludere eventuali embarghi – sia perché ciò che veramente potrebbe intimidire la Repubblica islamica è la prospettiva di un attacco militare preventivo, ormai giudicato di difficilissima se non impossibile realizzazione, e di cui sembra nessuno voglia più saperne. (g.d.)
 
Afghanistan: la situazione continua a peggiorare
Roma, 5 ott 2009 18:43 - (Agenzia Nova) - Si è registrato un ulteriore peggioramento della posizione delle truppe occidentali in Afghanistan. La pressione militare neo-talebana è in aumento all’est ed al nord, mentre permane significativamente elevata nelle province meridionali. Il 3 ottobre otto soldati americani sono stati uccisi in un assalto condotto contro un loro avamposto nel distretto di Kendesh da non meno di trecento guerriglieri. E nell’ultima settimana le perdite di Washington sono state superiori a due uomini al giorno. Anche i britannici, che però operano solo nell’Helmand, continuano a soffrire perdite significative. Al nord, invece, dove sono presenti soprattutto i tedeschi e gli scandinavi, si è osservata un’ulteriore recrudescenza terroristica ed anche atti significativi di propaganda politica. I neo-talebani hanno commemorato a loro modo il bombardamento dello scorso 4 settembre, costato la vita ad un centinaio di civili, dando fuoco ad un paio di autocisterne. Numerose vittime civili sono state altresì mietute da un grave attentato in un mercato di Kunduz.

Secondo alcuni analisti, la penetrazione neo-talebana in queste zone sarebbe facilitata dalla presenza di tribù pashtun che sono a caccia di una rivincita per quanto accadde loro a fine 2001, ma verrebbe permessa anche dal reclutamento di elementi della locale minoranza uzbeka, finora sempre schierata con Hamid Karzai. L’effetto è comunque quello di modificare a favore dei seguaci del mullah Omar la correlazione delle forze anche in quella zona, un tempo ritenuta tranquilla. Tuttavia, l’elemento di gran lunga più preoccupante di tutto lo scenario è l’incertezza dimostrata dall’amministrazione americana, che appare divisa come non mai.

Il vicepresidente Joseph Biden preme per un ritorno all’approccio della ”orma leggera”, che implica la riduzione delle truppe al fronte e la concentrazione degli sforzi sugli elementi di spicco del network terroristico internazionale. Anche se non viene ammesso ufficialmente, dovrebbe contemplare altresì l’elargizione di forti sostegni militari ed economici a ciò che resta della vecchia Alleanza del nord: in sintesi, il ritorno all’impianto strategico voluto a suo tempo dal vituperato Donald Rumsfeld, con pochi uomini sul terreno ed una delega in bianco ai signori della guerra. Il segretario di Stato, Hillary Clinton, spalleggiata da David Petraeus e dal generale Stanley McChrystal, è invece favorevole ad una nuova escalation.

Mentre a Washington si discute, spiccano per la loro assenza dal dibattito sia il Presidente, Barack Obama, che l’Alleanza atlantica nel suo complesso, un fatto che è certamente negativo. Nessuna guerra, infatti, può essere vinta esclusivamente dai militari. Occorre invece un segno di leadership ed un chiaro indirizzo da parte del comandante in capo delle forze armate americane. E’ possibile che l’inquilino della Casa Bianca tentenni perché ha paura di sbagliare. I rischi che corre sono in effetti immensi, giacché in discussione ci sono la vittoria o la sconfitta in quella che il Presidente ha definito sin dall’inizio della sua campagna elettorale “la guerra giusta”. Ma in assenza di un input serio, l’inazione equivarrà di per sé ad una grande battaglia perduta. (g.d.)
 
Olimpiadi: la sconfitta Usa potrebbe minare la leadership di Obama
Roma, 5 ott 2009 18:43 - (Agenzia Nova) - La discutibile scelta operata dal Presidente Usa, Barack Obama, di presenziare alla cerimonia di assegnazione dei Giochi Olimpici del 2016 che ha visto perdente la candidatura di Chicago, potrebbe indicare un appannamento delle sue capacità di leadership. L’arrivo del Presidente a Copenhagen – di per sé un fatto irrituale – e l’esito negativo delle votazioni per la città statunitense, prima nell’uscire dalla contesa, sono state considerate dalla stampa d’oltreoceano come un affronto. Nel migliore dei casi, un’umiliazione non necessaria alla quale Obama non avrebbe dovuto sottoporre né se stesso né il paese che rappresenta. Si ritiene che l’errore sia stato in larga parte dovuto al pagamento di una cambiale politica contratta a suo tempo dall’inquilino della Casa Bianca con il sindaco di Chicago, uno dei grandi sponsor che hanno favorito la straordinaria carriera di Obama. Ma potrebbe avervi contribuito anche una sindrome: la convinzione del Presidente di essere in grado di volgere a proprio favore qualsiasi battaglia, anche quella più compromessa. Un sentimento pericoloso, che potrebbe generare gravi sottovalutazioni delle difficoltà da affrontare ed esser foriero di rilevanti delusioni, qualora non venisse sostituito rapidamente da un approccio più realistico ai problemi sul tappeto. (g.d.)