Atlantide
28.09.2009 - 21:09
ANALISI
 
Gli sviluppi della crisi iraniana sempre in primo piano
Roma, 28 set 2009 21:09 - (Agenzia Nova) - Questo scorcio finale di settembre sembra coincidere con un’accelerazione della crisi internazionale determinata dalle ambizioni iraniane nel campo nucleare e missilistico. Da un lato, il regime degli ayatollah ha reso di pubblico dominio la realizzazione di un secondo sito destinato all’arricchimento dell’uranio nei pressi della città santa di Qom, pur dichiarandosi disponibile ad aprirlo agli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia internazionale preposta al monitoraggio del rispetto degli obblighi imposti dal Trattato di non proliferazione. Dall’altro, nel corso di imponenti manovre militari, i pasdaran hanno provveduto ad effettuare una nuova tornata di test concernenti alcuni sistemi missilistici a corto e medio raggio, noti come Fateh 110, Tondar 69, Zelzal e Sajjil 2. E’ altresì ritenuto probabile a breve anche il lancio di un vettore più potente, di gittata superiore ai 2000 chilometri.

Il tutto si è verificato all’indomani della seduta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, sotto la presidenza di Barack Obama, ha varato una risoluzione che addita il disarmo nucleare dell’umanità quale obiettivo della comunità internazionale, ed alla vigilia della riunione del Gruppo dei 5+1 che negozia con Teheran, prevista per il prossimo primo ottobre. La sensazione è che le autorità iraniane si siano risolte ai passi di questi ultimi giorni nella convinzione che la prospettiva di un attacco preventivo ai danni del loro paese sia oggi lontana come non mai. Debbono averle convinte di questo fatto il riconoscimento, operato dal ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, che il nucleare iraniano non costituisce una minaccia esistenziale alla sicurezza dello Stato ebraico e, forse, le dichiarazioni rese lo scorso luglio dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, in favore dell’allestimento di uno “scudo” difensivo anti-iraniano nel Golfo Persico. Va inoltre ricordato come lo stesso Presidente Barack Obama, nel suo celebrato discorso al mondo musulmano dello scorso 4 giugno, avesse in fondo lasciato intravedere la possibilità che gli Stati Uniti accettassero i progressi nucleari degli iraniani, limitandosi ad esigere semplicemente che non conducessero un test atomico.

Da queste posizioni, gli iraniani avrebbero tratto la convinzione che tanto Israele quanto gli Stati Uniti preferiscono ormai guardare alla Repubblica islamica in termini di contenimento, piuttosto che di bersaglio per una eventuale azione militare immediata, che oltretutto sarebbe ormai divenuta di difficilissima realizzazione per espressa ammissione degli addetti ai lavori, tra i quali l’influente Anthony Cordesman, del Centro di studi strategici di Washington. Il loro calcolo è probabilmente corretto, a dispetto delle dure reazioni di condanna che si odono in questi giorni dalle maggiori cancellerie occidentali. Occorre infatti sottolineare come, ad essere esposti alle eventuali intimidazioni di un Iran divenuto potenza nucleare non siano certamente gli israeliani, che possiedono il terzo o quarto arsenale atomico del mondo, ma i paesi più vicini alla Repubblica islamica, che sono invece privi di un proprio deterrente nazionale e sarebbero indifesi nei prossimi dieci o quindici anni anche se decidessero di seguire Teheran sulla via della realizzazione di un proprio programma nucleare militare. Almeno per Washington, pertanto, la situazione di vulnerabilità in cui si verrebbero a trovare nei confronti dell’Iran gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait, il Bahrein e la stessa Arabia Saudita potrebbe persino essere un’occasione per ristabilire una propria presenza militare permanente nel Golfo Persico. Non è quindi detto che il can che abbaia intenda veramente mordere.

Gli esperimenti di questi giorni dovrebbero in ogni caso essere considerati soprattutto come un sintomo della sicurezza dell’attuale dirigenza iraniana nei confronti del resto del mondo ed altresì come la manifestazione di una volontà di recuperare parte del consenso interno perduto dal Presidente Mahmoud Ahmadinejad dopo le controverse elezioni presidenziali dello scorso 12 giugno. Non è un caso che i test si siano svolti nel quadro di manovre che hanno per protagonisti i pasdaran, le guardie della rivoluzione, e non l’esercito. Quest’ultimo, incredibilmente, è infatti tuttora sospettato di simpatie monarchiche e filo-americane, a dispetto dei trent’anni ormai trascorsi dal rovesciamento dello Shah, mentre l’attuale dirigenza iraniana guarda con maggiore interesse all’ingresso nell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai, il foro che raggruppa Cina, Russia e parte delle Repubbliche centro-asiatiche post-sovietiche.
 
Il futuro del G20 e del G8 dopo Pittsburg
Roma, 28 set 2009 21:09 - (Agenzia Nova) - Novità di grande rilievo ai fini della governance mondiale e dello status internazionale dell’Italia sono giunte dal vertice del G20 di Pittsburg, durante il quale il Presidente Usa, Barack Obama, ha annunciato la sua intenzione di sostituirlo al G8 quale foro di concertazione tra le maggiori potenze economiche del pianeta. Gli analisti italiani hanno commentato con un certo disappunto la sortita del capo della Casa Bianca, ritenendo di riconoscervi i presupposti di un declassamento del G8 cui l’Italia appartiene. In realtà, tuttavia, forse le cose non sono così nere come sembrano. In primo luogo, anche se sottratto delle proprie funzioni economiche, il G8 dovrebbe infatti sopravvivere come direttorio politico. Ed in quanto riqualificato sotto questo profilo, potrebbe anche conservare la sua attuale configurazione, senza bisogno di allargamenti a 14 o più membri che lo renderebbero ingestibile ed assai poco docile per Washington.

Come foro politico, ancorché partecipato dalla Russia, il G8 rimarrà pertanto con ogni probabilità un gruppo di contatto prevalentemente occidentale, in grado di produrre decisioni rilevanti anche senza l’apporto di Cina, India e Brasile, che è invece ormai divenuto indispensabile quando si discute di economia. Il G20, a sua volta, potrà essere superato dall’avvento di un eventuale G2, qualora gli Stati Uniti decidessero di manovrare l’economia mondiale da soli insieme a Pechino. L’attuale riconfigurazione su tre livelli – G2, G8 e G20 – del vecchio meccanismo di concertazione economico-politica basato sul G7 evita senza dubbio all’Italia un imbarazzante declassamento e ne mantiene la residua capacità di influenza politica in ambito occidentale.
 
Germania meno filo-russa con la vittoria di Angela Merkel?
Roma, 28 set 2009 21:09 - (Agenzia Nova) - La vittoria riportata dai conservatori in Germania potrebbe avere conseguenze rilevanti. Il successo della Cdu-Csu e dell’alleata formazione liberal-democratica di Guido Westerwelle, la Fdp, riporta infatti al potere nella Repubblica federale la maggioranza di cui si valse Helmut Kohl ed allontana dal potere i socialdemocratici dell’Spd, artefici della recente ostpolitik tedesca. E’ certamente una buona notizia per il Presidente Usa, Barack Obama, mentre è sicuro che la diarchia al potere in Russia abbia accolto con minor soddisfazione il responso delle urne tedesche. Non è solo il successo di Angela Merkel, cresciuta nella vecchia Repubblica Democratica, la Ddr, a lasciar presagire un relativo raffreddamento delle relazioni tra Mosca e Berlino, ma è soprattutto la sconfitta dell’ex ministro degli Esteri, Frank Walter Steinmeier, che era latore di un progetto geopolitico neo-bismarkiano, fondato sulla restaurazione dell’asse russo-tedesco come baricentro del sistema di sicurezza europea.

Il successo del centro-destra tedesco potrebbe anche preludere ad un maggiore impegno della Bundeswehr in Afghanistan e, forse, nella tutela degli interessi di alcuni paesi dell’Europa centrale ed orientale nei confronti di Mosca. Dopo la rinuncia statunitense a basare degli intercettori in Polonia ed il grande radar che avrebbe dovuto guidarli dalla Repubblica Ceca, è infatti chiaro alle Repubbliche baltiche in special modo, ma forse anche agli stessi polacchi, come sia necessario alla loro sicurezza che la Germania assuma un ruolo di più elevato profilo sul continente. Spetta ora a Berlino battere un colpo. Vedremo se la nuova Repubblica federale di una Merkel finalmente libera dall’ipoteca anche geopolitica dell’Spd sarà all’altezza delle aspettative che sta generando la vittoria elettorale dei cristiano democratici e dei liberali.