Atlantide
22.09.2009 - 11:46
ANALISI
 
Afghanistan: una situazione in costante peggioramento
Roma, 22 set 2009 11:46 - (Agenzia Nova) - Per quanto grave e per noi doloroso, l’attacco condotto contro i militari italiani lo scorso 17 settembre nel centro di Kabul è soltanto un episodio in un conflitto che si sta inasprendo dall’estate del 2005. In questo 2009 è caduto in Afghanistan un soldato occidentale ogni 30 ore: una media ancora inferiore a quella che si raggiunse nei momenti peggiori dell’Iraq post-bellico, ma ciò nondimeno significativa, non fosse altro perché in continuo aumento. Mentre il pubblico italiano si concentra, giustamente, sui suoi morti, nel frattempo alla lista si sono aggiunti tre soldati americani, un canadese e persino un danese. Difficilmente si riuscirà a chiudere questo mese di settembre con meno di 60-65 caduti tra le file dell’Isaf.

Alle vittime registrate tra i contingenti occidentali occorre poi aggiungere i militari uccisi appartenenti all’Esercito nazionale afghano ed alla polizia fedele all’amministrazione centrale, nonché, ovviamente, i miliziani delle varie organizzazioni antagoniste, i terroristi veri e propri ed i civili. A fianco dei sei militari della Folgore, ad esempio, hanno perduto la vita anche 15 cittadini della capitale. Nessuno sa, poi, negli approssimativi ospedali della primitiva sanità afgana quanti feriti si aggiungeranno a questo elenco durante i prossimi giorni e nelle prossime settimane. La contabilità delle uccisioni è sempre terribilmente arida e, nel caso afgano, anche incerta. Le stime riferite allo scorso anno, tutto compreso, hanno però fatto ascendere il numero delle morti collegate a questo conflitto ad un totale compreso tra le due e le cinquemila persone. Probabilmente, ora come ora, la guerra miete non meno di 15 vittime al giorno. Si tratta di cifre che fanno pensare. Ma ad una riflessione dovrebbero spingere anche ulteriori considerazioni.

Il deterioramento non ha riguardato soltanto le condizioni di sicurezza interne all’Afghanistan, ma la stessa posizione strategica entro la quale si sviluppa il tentativo di stabilizzazione guidato dagli Stati Uniti. Da tempo, ad esempio, le vie di approvvigionamento da sud sono state chiuse, perché rese inagibili dalla campagna intrapresa dai talebani pachistani nella zona tribale del paese confinante, una specie di infida terra di nessuno. E come l’Armata rossa negli anni Ottanta, adesso anche gli americani ed i loro alleati dipendono dai rifornimenti che raggiungono l’Afghanistan settentrionale al termine di un lungo tragitto continentale che inizia nel porto lettone di Riga, si snoda lungo le pianure russe ed attraversa le steppe delle repubbliche centro-asiatiche ex-sovietiche. La guerriglia lo sa, ed ha iniziato ad attaccare anche questa arteria, ovviamente all’interno del territorio afgano. La crescente ostilità che incontra il contingente tedesco di stanza a Kunduz si spiega anche con la pressione esercitata dai talebani su chi difende le linee di comunicazione che congiungono il nord afgano a Kabul, di recente entrate nel mirino del mullah Barader, l’uomo che elabora la strategia della guerriglia.


L’infelice esito delle elezioni

La situazione potrebbe poi ulteriormente peggiorare in seguito all’infelice esito delle recenti elezioni presidenziali del 20 agosto scorso, che hanno rappresentato una delusione ed uno scacco sotto molteplici punti di vista. Innanzitutto per la bassa affluenza alle urne. A votare sarebbe andato all’incirca il 38 per cento degli aventi diritto, contro il 70 per cento di cinque anni fa: un risultato negativo soprattutto perché il libero esercizio dei diritti elettorali da parte degli afgani era stato la vera posta in palio delle grandi battaglie combattute dall’Isaf e da Enduring freedom in vaste aree del sud durante la scorsa estate. Di fatto, decine di militari britannici e statunitensi sono morti in combattimento per un numero esiguo di schede votate: un dato per il quale la strategia adottata dal generale Stanley McChrystal è oggi apertamente criticata tanto dai media britannici quanto da quelli statunitensi.

Il crollo della partecipazione è stato di per sé l’attestazione di una sconfitta di significative proporzioni. Ma il danno maggiore è probabilmente giunto dal responso delle urne. Si allude qui non tanto alla manipolazione delle schede – perché era certo che gli afgani avrebbero votato in base alle proprie affiliazioni tribali e di clan, a prescindere dalle effettive preferenze dei singoli – ma perché si è verificata una pericolosa polarizzazione del voto su basi etno-geografiche. Il Presidente uscente, Hamid Karzai, ha apparentemente prevalso alleandosi ad un gruppo di potenti signori della guerra di vari clan, incluso il discutibile Rashid Dostum. Mentre Abdullah Abdullah, un tagiko proveniente dall’entourage del compianto Ahmed Shah Massoud, ha fatto il pieno dei voti nel nord e nel nord-est.

Su questo sfondo, l’ampia pubblicità data ai brogli, soprattutto dagli osservatori europei, rischia ora d’innescare un secondo confronto interno, oltre a quello che contrappone le autorità legittime di Kabul ed i loro sostenitori internazionali alle forze fedeli al vecchio regime del mullah Omar ed ai relativi fiancheggiatori. Si tratta di un pericolo politico-strategico di dimensioni eccezionali: perché se anche i tagiki fedeli ad Abdullah prendessero le armi contro Karzai, a dispetto della nomina del “loro” Mohammed Fahim a vicepresidente dell’Afghanistan, il paese diventerebbe rapidamente ingestibile ed incontrollabile. Non ci sono che due strade per evitare questo esito drammatico: convincere Karzai ad accettare un ballottaggio, oppure a nominare il suo avversario primo ministro. E’ probabilmente proprio perché si negozia intorno a questi punti che l’esito ufficiale del voto non è ancora stato formalizzato, anche se si sa che Karzai dovrebbe aver raggiunto il 54 per cento dei consensi. Il ballottaggio, peraltro, non piace granché agli occidentali, perché implicherebbe una nuova prova di forza con i talebani, proprio quando molti governi vogliono ridurre la propria presenza militare in Afghanistan, seppure tanti afgani auspichino una mossa che restituisca un minimo di fiducia in meccanismi democratici che incontrano già gravissimi ostacoli culturali sulla via della loro affermazione.


E’ importante discutere della strategia

Non mancano quindi i motivi per chiedere, soprattutto in ambito alleato e in particolare alla leadership politico-militare statunitense, una revisione seria della strategia. Dal 2004, ad ogni deterioramento della situazione, si è cercato di rispondere con un aumento delle truppe, anche contraddicendo le indicazioni degli originari pianificatori americani, che avevano dubitato dell’opportunità di portare in Afghanistan grandi quantitativi di soldati e di mezzi. “Non aveva funzionato per i sovietici, non avrebbe funzionato neanche per noi”, aveva in particolare ammonito il generale Tommy Franks. Eppure siamo ormai molto vicini ai livelli di forza massimi raggiunti dal contingente sovietico inviato a Kabul negli anni Ottanta.

Tra le due variabili – entità delle truppe ed intensità degli scontri – potrebbe esistere un legame causale diverso da quello comunemente apprezzato. Le unità militari occidentali affluite dopo il 2005 specialmente al Sud hanno leso interessi particolari, turbato delicati equilibri tribali, agito alla cieca secondo le indicazioni provenienti da Karzai o deliberatamente contro, aprendo spazi giganteschi in cui le varie articolazioni della guerriglia hanno saputo inserirsi. E’ anche cresciuta la diffidenza delle potenze vicine. Il gran numero di soldati occidentali in Afghanistan ha spaventato l’Iran, ad esempio, e convinto allo stesso tempo gli elementi più islamisti dell’élite politico-militare pachistana a fiancheggiare come possibile i guerriglieri all’opera oltreconfine. Sulla stampa statunitense, iniziano non a caso ad affiorare finalmente i commenti dei nostalgici dell’approccio iniziale. Il primo settembre scorso, George Will ha chiesto dalle colonne del Washington Post, ad esempio, di ridurre il numero delle truppe e spostarle sui monti per dar la caccia ad al Qaeda sui due lati della Linea Durand che divide Afghanistan e Pakistan, lasciando poi agli afgani il compito di decidere cosa fare di se stessi. E’ però difficile che gli si dia retta, almeno in questa fase. Sembra più probabile invece che gli Stati Uniti insistano ancora per un po’ nell’aumentare gli effettivi sul campo, accentuando la loro supremazia nella gestione politica prima che militare di questa guerra.

Forse il conflitto afghano si è già incamminato sulla strada di quello iracheno. Gli olandesi lasceranno il paese il prossimo anno ed i canadesi entro il 2011. I tedeschi resteranno al massimo fino al 2013. Su Londra, nessuno fa scommesse, anche se tutti ammettono a bassa voce che i militari britannici sono ostaggio della leadership americana. Un dato che fa soffrire, posto che i britannici sono da almeno tre anni contro Karzai e mal digeriscono di far qualcosa che anche solo lontanamente gli sia di giovamento. Forse solo francesi e spagnoli, ora come ora, sono disponibili a fare di più. Non sarebbe male discutere a Bruxelles in funzione di quale strategia ed in vista di quali obiettivi si combatte. Sentendo puzza di bruciato, pare che l’attuale Segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, abbia manifestato l’intenzione di fare del suo meglio per dividere nettamente i destini dell’Alleanza da quelli della guerra in Afghanistan. Sarebbe il caso di parlarne prima che sia troppo tardi. (g.d.)