Atlantide
15.09.2009 - 15:12
Analisi
 
Iran nuovamente in evidenza
Roma, 15 set 2009 15:12 - (Agenzia Nova) - Seppure l’insediamento di Mahmoud Ahmadinejad non abbia ancora del tutto spento le proteste dei sostenitori del candidato sconfitto Mir Mousavi, degli sviluppi interni della vicenda politica iraniana non si parla praticamente più. Lo stesso segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha lasciato chiaramente intendere in agosto che gli Stati Uniti accettano ormai come un dato di fatto l’inizio del nuovo mandato dell’intransigente leader radicale, pur riconoscendo il coraggio ed i meriti morali di chi continua a sfilare nelle strade iraniane. Non possono fare altrimenti, perché su alcuni fronti si sono verificate nuove accelerazioni.

In primo luogo, durante l’estate si sono moltiplicati gli allarmi che danno per imminente la produzione, da parte di Teheran, di un primo limitato quantitativo di ordigni atomici. Secondo alcuni esperti dell’intelligence americana ed israeliana, potrebbe trattarsi anche di due o tre bombe entro la fine dell’anno in corso. Si sarebbe quindi avvicinata, e di molto, la cosiddetta soglia del non ritorno, oltrepassata la quale la Repubblica islamica si aggiungerebbe al già significativo novero degli Stati che possiedono un deterrente non autorizzato dal vigente Trattato di non proliferazione.

Su questo sfondo, costituisce un rilevante elemento di novità il fatto che il 22 luglio scorso Hillary Clinton abbia per la prima volta fatto pubblicamente cenno ad una strategia americana alternativa nei confronti dell’Iran. Enunciata nel corso di un viaggio in Estremo Oriente, tale strategia non insiste più sul modo migliore per evitare o ritardare l’acquisizione da parte iraniana di una capacità nucleare militare, ma poggia invece sul presupposto che gli ayatollah riescano nel loro intento e prefigura un modo di ovviarvi. Riprendendo idee enunciate per la prima volta durante la propria sfortunata campagna presidenziale dello scorso anno, Hillary ha in particolare prospettato l’estensione ai paesi arabi del Golfo più direttamente minacciati dal futuro arsenale nucleare iraniano di un sistema di garanzie alla loro sicurezza, simile a quello creato in Europa attraverso l’Alleanza atlantica. Una soluzione che non sarebbe sgradita agli Emirati e potrebbe sedurre a certe condizioni anche l’Arabia Saudita.

Come pare aver compreso lo stesso pubblico israeliano, sondato da alcuni istituti demoscopici in agosto e manifestatosi estremamente contrario all’ipotesi di un blitz condotto dalle forze armate del proprio paese contro l’Iran, con il suo deterrente, che secondo le stime è compreso tra le duecento e le quattrocento testate nucleari, Tel Aviv dissuaderebbe da sola Teheran. Spetterebbe invece a Washington di preoccuparsi delle “petromonarchie” più esposte al rischio di ricatti da parte iraniana. Uno sviluppo simile, tra l’altro, soddisferebbe l’interesse americano a mantenere i paesi arabi “moderati” dipendenti dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, permettendo al Pentagono di conservare una propria presenza militare nel Golfo Persico, anche dopo il completamento del ritiro dall’Iraq. Sembrerebbero invece aver perso peso le ipotesi di coloro che ritenevano imminente un attacco aero-missilistico israeliano od americano dell’ultima ora, sul modello di quello realizzato nel 1981 contro il reattore iracheno Osiraq.

Il minuetto diplomatico, tuttavia, proseguirà. Perché il Presidente Usa, Barack Obama, che aveva fissato per la fine di questo mese di settembre il limite di tempo massimo concesso all’Iran per negoziare una soluzione alla crisi e dare le risposte chieste dalla comunità internazionale, dovrà comunque dimostrare che gli Stati Uniti soccorreranno solo obtorto collo i loro clienti esposti ai possibili ricatti di una Repubblica islamica dotata di armi nucleari. Proprio a questo gioco delle parti va probabilmente ascritta anche la decisione del governo di Teheran di far pervenire un proprio pacchetto di proposte al famoso gruppo dei 5 + 1 che tratta con l’Iran. A quanto è stato dato di apprendere finora, infatti, il testo iraniano che verrà esaminato il prossimo primo ottobre dal 5 + 1 non aprirebbe alcuno spiraglio sul possibile arresto del programma di arricchimento dell’uranio sviluppato da Teheran, ma prospetterebbe piuttosto la possibilità d’intavolare con la Repubblica islamica un dialogo sul futuro del nucleare nel mondo. Le grandi potenze dell’Occidente respingeranno quasi certamente l’iniziativa, almeno pubblicamente, ma consentiranno al loro interlocutore di guadagnare ulteriore tempo senza dar corso ad alcuna minaccia che contempli l’uso della forza.

Il compromesso tra Iran ed Occidente sarebbe quindi alle porte, anche se va escluso che possa assumere la forma di un aperto riconoscimento dei presunti diritti di Teheran. Qualora venisse perfezionato, dispiegherebbe conseguenze politiche certamente eccezionali. In primo luogo, danneggerebbe significativamente la Russia, che si vedrebbe restringere sensibilmente i margini di manovra in tutto il Medio Oriente. Un Iran nucleare non avrebbe infatti più bisogno della protezione diplomatica e militare accordatagli da Mosca, che si troverebbe tagliata fuori anche da una penisola arabica costretta dalla propria vulnerabilità a rilanciare i propri rapporti con Washington. Per le stesse ragioni, questa svolta geopolitica sarebbe sfavorevole anche alla Cina, che dovrebbe fare i conti con una nuova inevitabile crescita dell’influenza statunitense a Riad. Non è invece sicuro che ne deriverebbe anche una moderazione della tradizionale politica iraniana di sostegno ai movimenti islamici più intransigenti nei confronti d’Israele. Proprio come accadde durante la Guerra fredda nei rapporti tra Occidente e blocco sovietico, lo stabilimento di un sistema di mutua dissuasione potrebbe anzi incoraggiare Teheran a tentare di accrescere per vie più indirette la propria influenza. (g.d.)
 
Si complica nuovamente la crisi politica libanese
Roma, 15 set 2009 15:12 - (Agenzia Nova) - Si è osservata una significativa crescita della tensione interna al Libano ed alla frontiera tra lo Stato ebraico ed il paese dei cedri. Lo sciita Hezbollah (“Partito di Dio”) non ha consentito al sunnita antisiriano Saad Hariri di concludere con successo il suo primo tentativo di dar vita ad un governo comprensivo di tutte le maggiori forze politiche libanesi. Con tutta probabilità, dopo aver provvisoriamente gettato la spugna il 10 settembre, il figlio del compianto Rafiq, assassinato il 14 febbraio 2005, verrà reincaricato dal Presidente Michel Suleiman, questa volta per procedere alla formazione di una compagine ministeriale priva di rappresentanti del Partito di Dio.

Il giorno dopo la rinuncia di Hariri, l’11 settembre, si è inoltre registrato il lancio dal Libano meridionale di alcuni razzi contro il territorio israeliano. Senza incontrare alcuna opposizione da parte dei caschi blu dell’Unifil II, da postazioni situate nei dintorni del villaggio di Qlaileh, sconosciuti hanno scagliato verso la Galilea due o tre missili, ai quali poi l’artiglieria dello Stato ebraico avrebbe replicato sparando una dozzina di colpi di mortaio. Non è difficile comprendere cosa tutto questo possa significare nelle prossime settimane.

Si va apparentemente verso la creazione a Beirut di un nuovo esecutivo libanese privo della componente antisiriana, che Hezbollah avrà tutto l’interesse a distruggere. Se Saad Hariri riuscirà nell’intento, fatto che è peraltro tutt’altro che sicuro, lo strumento del sabotaggio potrebbe essere – adesso come nell’estate di tre anni fa – l’escalation delle provocazioni del Partito di Dio nei confronti d’Israele, che mirerebbe a raggiungere la soglia critica suscettibile di provocare l’intervento massiccio delle forze armate dello Stato ebraico in Libano. Nel 2006, in effetti, le bombe israeliane sganciate su Beirut non ebbero effetti apprezzabili su Hezbollah, che anzi riuscì ad accreditarsi come unica forza militare in grado di difendere la sovranità libanese, ma pregiudicarono la sorte dell’esperimento filo-occidentale che stava conducendo Fouad Siniora.

La storia minaccia ora di ripetersi. Ovviamente, non basterà il lancio di qualche razzo più o meno potente da parte degli integralisti sciiti libanesi sostenuti da Siria ed Iran. Anche nell’estate di tre anni fa, ci volle qualcosa di più: il sequestro di alcuni militari, verificatosi per giunta mentre Tel Aviv era alle prese con una grave crisi politico-militare sull’opposto fronte di Gaza. Ma qualcosa di grosso potrebbe bollire in pentola. Pare che il deposito di armi e munizioni saltato in aria nei pressi del comando del nostro contingente assegnato all’Unifil II contenesse anche rudimentali armi chimiche, o quanto meno dei loro precursori. Difficilmente Tel Aviv potrebbe lasciare priva di risposta un’aggressione che contemplasse anche l’impiego di strumenti proibiti di quel genere.

Sarebbe a questo punto interessante sapere cosa l’Italia conti di fare, qualora si verificasse proprio questo scenario. I vertici militari del nostro paese non hanno nascosto di nutrire preoccupazioni al riguardo e da mesi chiedono direttive al governo sul da farsi, ottenendo risposte generiche o contraddittorie. Eppure il rischio che le nostre volenterose truppe finiscano schiacciate tra le milizie del Partito di Dio e Tsahal, la macchina da guerra israeliana, è più concreto che mai. (g.d.)