Atlantide
07.09.2009 - 18:19
Analisi
 
Afghanistan: la situazione dopo le elezioni presidenziali
Roma, 7 set 2009 18:19 - (Agenzia Nova) - Guerriglia e forze militari occidentali si sono scontrate lungo tutto il mese di agosto. Obiettivo dei talebani e dei loro alleati nella lotta armata contro il legittimo governo di Kabul era quello d’impedire – o quanto meno condizionare seriamente – lo svolgimento delle elezioni presidenziali indette per lo scorso 20 agosto. Per la missione atlantica in Afghanistan, invece, si trattava di creare nell’area più vasta possibile le condizioni minime indispensabili ad assicurare agli afghani la possibilità di esercitare liberamente il proprio diritto di voto. E’ proprio in funzione di questo traguardo, tra l’altro, che sono stati decisi il mini-surge statunitense e, successivamente, l’avvio di una serie di offensive nell’Helmand e nelle province più instabili degli altri settori in cui è stato diviso il teatro afghano.

Per questi motivi, ha assunto particolare importanza il dato sull’affluenza alle urne, che pare si sia attestato ad un livello prossimo al 50 per cento degli aventi diritto. Le autorità Nato ed afghane si sono affrettate ad esprimere la propria soddisfazione per questo risultato, ma la realtà è che la partecipazione al voto è stata di gran lunga inferiore a quella che contraddistinse le prime presidenziali afghane svoltesi nel 2004, quando nessuna articolazione della guerriglia tentò di ostacolare la consultazione e la percentuale dei votanti fu pari al 70 per cento. Questa volta, il grosso delle donne ha preferito o è stato costretto a rimanere a casa ed in molte zone i seggi sono rimasti comunque chiusi. La differenza nell’affluenza al termine di una campagna elettorale particolarmente aperta e combattuta significa solo una cosa: che negli ultimi cinque anni almeno un 20-30 per cento in più della popolazione afghana è tornata in qualche modo soggetta al movimento talebano ad alle sue capacità d’intimidazione. Considerato che nel frattempo la presenza militare straniera in Afghanistan si è almeno triplicata, c’è poco di cui esser contenti.

Un ulteriore elemento d’insoddisfazione è giunto dai risultati scrutinati. I due candidati più accreditati – che erano il Presidente uscente Hamid Karzai ed lo sfidante tagiko Abdullah Abdullah – si sono sostanzialmente divisi le preferenze su base etnica, attraverso l’abile contrattazione del consenso delle tribù, tagliando fuori dalla lotta tutti gli altri contendenti. Sia Karzai che Abdullah hanno poi immediatamente rivendicato la vittoria, cosa che ha contribuito a rallentare la pubblicazione dei risultati delle elezioni. Con il 75 per cento delle schede ufficialmente conteggiate a diciotto giorni dalla celebrazione delle elezioni, il Presidente uscente mostra comunque un confortevole vantaggio sul suo diretto inseguitore ed è altamente probabile che ottenga il 50 per cento richiesto per evitare la celebrazione di un secondo turno che nessuno desidera, specialmente all’interno della Nato.

Anche la lentezza dello scrutinio in corso ha peraltro un significato, essendo probabilmente funzionale allo svolgimento di una trattativa complessa, che dovrebbe culminare con l’ammissione da parte di Abdullah che il Presidente Karzai è stato legittimamente confermato, in cambio di concessioni che potrebbero assumere la forma di una cooptazione del “grande sconfitto” nella compagine di governo o, più probabilmente, di alcune modifiche alla Costituzione che attenuino il carattere presidenzialista dello Stato afghano. Quest’ultima soluzione piacerebbe anche agli americani, cui Karzai è ormai inviso ma che non possono puntare le loro carte su una presidenza tagika che alienerebbe ulteriormente le tribù pashtun, maggioritarie nel Paese, rafforzando i talebani, il network degli Haqqani e lo stesso Hibz-i Islami di Gulbuddyn Hekmatyar. Non è un caso che nello scorso mese l’Economist abbia paventato il rischio di una trasformazione dell’attuale guerriglia in un’insurrezione di portata nazionale.

Si spera quindi che il quadro politico si ricomponga a Kabul lungo linee simili a quelle che prevalsero al principio del 2002, con al vertice un leader pashtun moderato che si appoggia ad un’alleanza di tagiki, uzbeki ed hazara. E’ auspicabile tuttavia che l’eventuale nuovo mandato di Karzai sia meno statico di quello che lo ha preceduto e che vengano assunte le misure indispensabili a restituire un minimo di credibilità alle istituzioni afghane. Non è detto, però, che ci si riesca. Non tutti i pashtun vedono infatti di buon occhio una nuova vittoria di Karzai – alcune tribù si sono già messe di traverso, denunciando brogli in favore del Presidente uscente – e questa condizione d’incertezza mina alle fondamenta lo sforzo di controguerriglia degli americani e dei loro alleati.


La lotta continua, il sostegno dell’opinione pubblica cala

Il carattere non conclusivo della tornata elettorale ha trovato conferma nella mancata cessazione delle violenze. Gli scontri sono proseguiti intensissimi anche dopo il voto, interessando non solo il turbolento Helmand, ma anche zone lungamente ritenute sicure, come la provincia settentrionale di Kunduz, dove esiste una sacca pashtun e che è teatro da almeno tre mesi di aspri combattimenti. Sembra che la ragione fondamentale del moltiplicarsi delle azioni a fuoco in quell’area, dove opera il contingente tedesco, risieda nella decisione assunta dal mullah Barather, che dirige le operazioni dei talebani, di scatenare un attacco contro le linee di rifornimento dell’Isaf, ora passanti attraverso il territorio russo e l’Afghanistan settentrionale.

I guerriglieri si stanno altresì ulteriormente smaliziando, puntando alla conquista del consenso dell’opinione pubblica afghana con mezzi più sofisticati di quelli impiegati nel recente passato. Non ricorrono più all’intimidazione pura e semplice della gente. Un episodio sembra particolarmente emblematico. Il 4 settembre scorso, un gruppo di miliziani talebani si è impossessato di un paio di autocisterne dell’Isaf, costringendo il comando regionale tedesco a richiedere l’intervento delle forze aeree per distruggerle. Ne è derivato un bombardamento da parte statunitense che si è risolto in una vera e propria strage, con 125 morti.

L’elemento più interessante di tutta la vicenda è che l’alto numero di vittime civili dell’azione è stato causato dalla decisione dei talebani di regalare alla gente la benzina sottratta alla Nato, un fatto che la dice lunga sulla loro volontà di conquistare l’appoggio della popolazione locale. Non si può neanche escludere che almeno alcuni tra i guerriglieri più astuti avessero messo in preventivo anche la reazione militare alleata, cercando deliberatamente di coinvolgere nel massacro il più alto numero possibile di civili allo scopo di delegittimare gli sforzi dell’Alleanza atlantica. Dall’attacco aereo è in effetti discesa una crisi nei rapporti tra i vertici della missione atlantica a Kabul e la Difesa federale tedesca, che ha elogiato il successo dell’operazione aerea proprio nel momento in cui più aspre si facevano le critiche del generale americano Stanley McChrystal.


Le implicazioni per l’Italia

Proprio i rilievi mossi da McChrystal contro l’impiego a sproposito della forza aerea in missioni di supporto al suolo dovrebbero far suonare una nuova campana d’allarme anche nel nostro Paese, che si accinge ad utilizzare in questa delicata funzione i propri Tornado spediti in Afghanistan. Alla fine dello scorso mese di luglio, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, si è lungamente soffermato a descrivere dinanzi al Parlamento tutte le ragioni che avrebbero consigliato d’impiegare i nostri caccia-bombardieri, inviati in teatro per svolgervi compiti ricognitivi, anche per condurre mitragliamenti a bassa quota contro gli elementi della guerriglia, insistendo sul fatto che i Tornado dispongono di un cannoncino in tutto e per tutto eguale a quello di cui sono dotati gli elicotteri A 129 Mangusta e che non è più accettabile continuare a richiedere il sostegno delle aeronautiche alleate quando ci si trova in difficoltà.

Ma la realtà è che gli elicotteri d’attacco possono fermarsi in volo e muoversi anche trasversalmente, cosa che conferisce al loro utilizzo una flessibilità ed una capacità di discriminazione dei bersagli semplicemente ignote agli aerei. Inoltre, la scelta stessa di puntare maggiormente sul ricorso al potere aereo è destinata a porre l’Italia, insieme alla Germania, nettamente al di fuori della nuova linea di condotta deliberata dal comando alleato. Di qui, la poco rosea considerazione conclusiva: aumenta il rischio che i soldati italiani assumano iniziative controproducenti sia sotto il profilo della conquista dei cuori e delle menti degli afghani, che sotto quello dei rapporti con i nostri alleati sul terreno. Che non ci chiedono di usare maggiormente i muscoli, ma di esporci di più nei pattugliamenti e nella protezione della gente: cosa che i nostri paiono fare egregiamente a Kabul, ma non a Herat e dintorni. (g.d.)