Atlantide
28.07.2009 - 15:23
ANALISI
 
Il viaggio di Joseph Biden in Ucraina e Georgia
Roma, 28 lug 2009 15:23 - (Agenzia Nova) - Il fatto nuovo, nell’Europa orientale, è la visita che il vicepresidente statunitense, Joseph Biden, ha voluto rendere all’Ucraina ed alla Georgia. Nel corso del viaggio che tra il 20 ed il 24 luglio lo ha condotto prima a Kiev e poi a Tbilisi, il numero due dell’amministrazione di Barack Obama ha infatti lanciato un avvertimento alla Russia che sembra smentire il progetto di ricostruire da zero e su basi nuove il rapporto bilaterale tra Washington e Mosca. Biden ha detto a chiare lettere che, secondo Washington, le porte dell’Alleanza atlantica dovrebbero considerarsi ancora aperte sia per l’Ucraina che per la Georgia, ciò che il Cremlino considera una provocazione ed una grave minaccia agli interessi nazionali russi. Con riferimento alla terra che diede i natali a Stalin – la Georgia – il vicepresidente ha inoltre precisato che gli Stati Uniti sostengono le aspirazioni di Tbilisi alla piena restaurazione dell’unità nazionale, cioè alla riconquista dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

L’iniziativa ha colto di sorpresa Mosca e bruscamente modificato il clima di collaborazione creato dalla visita del Presidente Barack Obama alla vigilia del summit aquilano del G8. In effetti, non pochi osservatori, dentro e fuori la Federazione Russa, hanno creduto di riconoscere nel viaggio di Biden e nelle sue dichiarazioni una sostanziale revisione della politica di apertura proclamata dall’inquilino della Casa Bianca appena due mesi fa, mentre altri si sono interrogati sul grado di concertazione esistente all’interno della nuova amministrazione democratica, rilevando come anche su altri dossier Obama, il suo vicepresidente ed il segretario di Stato, Hillary Clinton, abbiano adottato posizioni differenti.

E’ comunque un fatto che Biden abbia riaffermato il pieno appoggio di Washington alle ambizioni del Presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, appena una settimana dopo la visita resa dal Presidente russo, Dmitrij Medvedev, alle autorità della neonata repubblica separatista dell’Ossezia del Sud. Ed è molto difficile che si sia espresso in questo modo a titolo personale. L’ipotesi più probabile, pertanto, è che anche in questo caso l’amministrazione democratica si muova nel solco della continuità sostanziale con quella che l’ha preceduta. Che ha cercato la trattativa con la Federazione Russa più per imbrigliarne le speranze di rinascita che per associarla ad un vero e proprio condominio imperiale sull’Eurasia. Probabilmente, Washington sta spingendo sull’acceleratore anche perché percepisce una situazione di difficoltà nella Federazione, che è alle prese con una recessione molto severa e sconta delle defezioni anche tra gli alleati più stretti: il 18 luglio scorso, infatti, hanno disertato il tradizionale vertice della Comunità degli stati indipendenti – che si svolge al margine del Concorso ippico del Cremlino – non soltanto ucraini e georgiani, ma persino i Presidenti di Bielorussia, Kirghizistan, Turkmenistan ed Uzbekistan.

Il crescente peso attribuito da Washington al G2, il nuovo format che unisce gli Stati Uniti alla Repubblica popolare cinese, sembra a questo punto delineare in modo chiarissimo la grand strategy dell’amministrazione Obama: se condominio sarà, è con Pechino e non con Mosca che verrà costruito, con buona pace dei russi che, per rallentare il loro declino geopolitico, dovranno a questo punto volgersi con ancora maggior determinazione verso l’Europa, a cominciare dai paesi che con il Cremlino intrattengono i rapporti migliori. A questa prospettiva si lega anche la battaglia geopolitica per il controllo delle rotte di approvvigionamento energetico, l’asset più importante di cui Mosca disponga in questo contesto. Se le cose stanno così, è chiaro che il futuro ci riserva delle tensioni importanti. Mentre in Asia centrale Mosca dovrebbe rimanere sulla difensiva, nel Caucaso una nuova prova di forza è adesso meno improbabile. E potrebbero esserci ripercussioni anche all’interno di paesi come la Germania, l’Italia e, forse, la Francia, dove la competizione tra filorussi e filoamericani potrebbe riaccendersi, complicando la ricerca del punto di equilibrio nella formulazione della linea di politica estera. (g.d.)
 
Una Nato per il Golfo Persico?
Roma, 28 lug 2009 15:23 - (Agenzia Nova) - Evitando di entrare direttamente nella contesa che oppone l’ayatollah Ali Khamenei a Mir Hussein Moussavi, e soprattutto ad Ali Akbar Rafsanjani, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha evocato la possibilità che gli Stati Uniti reagiscano ad un eventuale esperimento nucleare iraniano, offrendo un ombrello difensivo agli emirati del Golfo Persico maggiormente esposti al rischio di subire intimidazioni da parte della Repubblica islamica. La responsabile della politica estera statunitense si è rifiutata finora di articolare i dettagli dell’iniziativa politico-militare alla quale Washington sta pensando, ma a quanto è dato di capire si tratterebbe essenzialmente di dar vita ad un’alleanza regionale simile nella struttura alla Nato, se non una sua diretta emanazione.

Gli americani garantirebbero la difesa degli stati del Golfo sia attraverso la stipula di un trattato che preposizioni armi, uomini e materiali, in modo non dissimile da quanto fecero in Europa durante l’intera Guerra fredda. Del resto, più recentemente, anche la Francia del Presidente Nicolas Sarkozy ha fatto autonomamente un passo molto simile con gli Emirati Arabi Uniti, impegnandosi a garantirne la difesa in cambio della concessione di una base permanente proprio di fronte alle coste iraniane. Non è neanche escluso che per ottenere questo risultato gli Stati Uniti si risolvano a sfruttare anche un esercizio varato alcuni anni fa dalla stessa Alleanza atlantica, che va sotto il nome di Iniziativa di Istanbul.

Ovviamente, la speranza della Clinton è che questo passo non diventi necessario e che sia sufficiente l’effetto annuncio a modificare le percezioni di sicurezza della classe dirigente iraniana. Sul punto, l’amministrazione di Barack Obama non pare in alcun modo divisa. Parlando all’Università del Cairo lo scorso 4 giugno, in effetti, lo stesso Presidente aveva fatto a Teheran un’offerta storica, riconoscendo alla Repubblica islamica il diritto a produrre energia elettronucleare in cambio della rinuncia alla bomba. Ora alla carota si è aggiunto il bastone. Il fatto che la prosecuzione del programma nucleare iraniano sia indipendente dal quadro politico congiunturale, in quanto obiettivo perseguito sin dai tempi dello Shah ed oggi condiviso tanto dallo schieramento che si riconosce nel Presidente Mahmoud Ahmadinejad, quanto da quello che lo contrasta, non induce però all’ottimismo. (g.d.)