Atlantide
21.07.2009 - 09:18
Analisi
 
Afghanistan: prospettive difficili per il contingente italiano
Roma, 21 lug 2009 09:18 - (Agenzia Nova) - La settimana che si è appena conclusa ha fatto registrare due novità di segno assolutamente negativo dai teatri operativi che vedono maggiormente esposte le Forze armate italiane. Nell’Afghanistan occidentale, in primo luogo, un ordigno improvvisato di consistenza compresa tra i 50 ed i 70 chilogrammi è esploso il 14 luglio sotto un veicolo blindato Lince, provocando la morte dello sfortunato graduato che si trovava in torretta. Finora nessun militare italiano aveva perso la vita su questo mezzo, considerato uno dei più affidabili e robusti fra quelli schierati dagli occidentali in Afghanistan. Intervenendo in Parlamento il giorno dopo per ricostruire la dinamica degli eventi, il ministro della Difesa – Ignazio La Russa – ha promesso un ulteriore potenziamento del nostro contingente, al quale si dovrebbe accompagnare anche il miglioramento delle protezioni offerte ai nostri militari. Saranno ad esempio inviati i nuovi Freccia, in via di consegna ai reparti dell’esercito e, probabilmente, si rimuoveranno alcune limitazioni gravanti sull’impiego dei nostri Tornado da ricognizione basati a Mazar-e Sharif.

Così facendo, La Russa si è certamente mosso in sintonia con gli umori del paese e delle Camere. Ma il fatto è che si va in Afghanistan verso un approccio alla stabilizzazione del tutto diverso: circostanza che non mancherà di porre in rotta di collisione i nostri militari ed i vertici delle due missioni Isaf ed Enduring Freedom, e che proporrà anche da noi l’angoscioso dilemma che tormentò l’America agli inizi del 2007, quando il generale David Petreaus prese in mano le redini della campagna irachena.

Contrariamente alle tradizioni dell’esercito italiano, che all’estero ha costantemente attribuito una grande importanza allo stabilimento di buone relazioni con la popolazione locale, in Afghanistan la postura dei nostri reparti ha finora privilegiato senza ombra di dubbio quella che gli esperti definiscono force protection. Per evitare d’incorrere in perdite, i nostri militari hanno ridotto al minimo le interazioni con i civili afgani, confidando per il resto nelle difese attive e passive dei propri mezzi. La tendenza è cominciata almeno un paio d’anni fa, ma adesso, sotto la spinta degli eventi, pare in procinto di accelerare. Di contro, il generale Stanley McChrystal sta raccomandando a tutti i contingenti alleati di passare ad un nuovo atteggiamento, abbandonando l’idea di privilegiare l’autoprotezione per avvicinarsi alla gente e garantirla al meglio rispetto alle intimidazioni dei talebani e dei loro fiancheggiatori ed alleati. Cosa ciò implichi lo si vede chiaramente da oltre tre anni nella parte di Uruzgan presidiata dagli olandesi ed in quella di Helmand dove si trovano i danesi. Si tratta di moltiplicare i pattugliamenti a piedi e, dove possibile, anche di assumere comportamenti più rilassati, ad esempio rinunciando ad indossare gli elmetti, come hanno fatto gli olandesi dentro la città di Tarin Kot.

Allo stesso modo, venendo incontro ad un’istanza manifestata dallo stesso Presidente Hamid Karzai, rientra nei nuovi orientamenti anche l’idea di ricorrere sempre meno e in modo via via più selettivo all’impiego del potere aereo. Le probabili conseguenze immediate che il cambio di approccio avrebbe per noi sono chiarissime: l’impennata certa dei caduti, un prezzo che sarebbe indispensabile pagare per accrescere le prospettive di successo a medio e lungo termine della missione di stabilizzazione, od un’impensabile rottura con i vertici alleati. La scelta sembrerebbe obbligata. Non è certo, tuttavia, che il pubblico italiano sia nelle condizioni di tollerare ciò che sta ingoiando quello britannico, alle prese in questo mese con perdite prossime alla media di un militare caduto al giorno. Né induce all’ottimismo il fatto che anche a Londra lo stillicidio delle uccisioni stia generando polemiche non dissimili da quelle esplose da noi sulla qualità dei mezzi impiegati e sulle prospettive finali di tutto questo sforzo. E’ quindi molto probabile che la diplomazia del nostro paese farà tutto ciò che può per smorzare le pressioni che il comando americano eserciterà.

Tuttavia, ancorché paradossale, come capita spesso nel campo delle strategie politico-militari, la linea dettata da Petraeus è tutto meno che illogica. In Iraq, e persino in alcune province afgane, il nuovo approccio centrato sulla protezione della popolazione ha dato infatti frutti spettacolari. Difesi dai militari alleati che hanno creduto in questa modalità operativa, gli abitanti delle zone nelle quali si è fatto ricorso al nuovo approccio hanno provveduto da soli ad isolare i talebani, fornendo anche preziose informazioni alla coalizione. Si tratta di una lezione antica, che risale all’epoca delle guerre di decolonizzazione ed alla quale si sono ispirati molto spesso anche i nostri peacekeeper, ma che molti hanno nel frattempo dimenticato e troppi, comunque, si ostinano a criticare. Non sono mancate neanche ingenerose accuse di scarsa determinazione, se non di aperta vigliaccheria, nei confronti di coloro che ne hanno testato per primi l’efficacia in Afghanistan: ne hanno sofferto soprattutto gli olandesi, che pure hanno perso più soldati di noi, incluso il figlio del Capo di stato maggiore del loro esercito, ma su cui aleggia ancora lo spettro dell’ingloriosa resa di Srebrenica. (g.d.)
 
Libano: aumenta la tensione con Hezbollah
Roma, 21 lug 2009 09:18 - (Agenzia Nova) - Oltre che dall’Afghanistan, cattive notizie sono giunte anche dal Libano meridionale, dove il 14 luglio è esploso un grande deposito di munizioni e razzi che non avrebbe neanche dovuto esistere, proprio a ridosso del villaggio di Tbinin che ospita la base dei caschi blu italiani. La circostanza è stata ovviamente stigmatizzata dai vertici militari israeliani, che ne hanno approfittato per evidenziare tutti i limiti della missione Unifil II e l’accresciuto pericolo rappresentato dalle milizie sciite di Hezbollah, sospettate da tempo di aver ripreso a potenziare il proprio dispositivo nella zona loro interdetta dalle vigenti risoluzioni dell’Onu. Ad un certo punto, da Tel Aviv è giunta anche la velata accusa di reticenza rivolta contro il generale Claudio Graziano, che comanda il dispositivo allestito a sud del fiume Litani ed avrebbe deliberatamente celato la gravità della situazione per non offrire il pretesto al governo israeliano di scatenare un nuovo intervento militare nell’area.

Anche per disinnescare questo rischio, l’Unifil II e le Forze armate libanesi hanno promosso una propria indagine sui luoghi dell’esplosione. Qui, il 18 luglio, si è però verificata una seconda, sgradita sorpresa. Perché gli abitanti di uno dei villaggi toccati dagli ispettori militari dell’Onu e della difesa libanese, Beir Salasel, hanno reagito con un fitto lancio di sassi, ferendo tre soldati italiani ed undici francesi. Un bilancio serio e significativo, che la dice lunga sul grado di consenso e controllo del territorio esercitato dalla missione Unifil II. A rendere ancora più inquietanti questi sviluppi è tutto il quadro politico-militare che è alle loro spalle. Come nel 2006, infatti, a Beirut è ormai al potere un leader antisiriano. Se possibile, anzi, il sunnita Saud Hariri è ancora più ostile a Damasco ed all’Hezbollah di quanto lo fosse Fouad Siniora. Il Partito di Dio, inoltre, non ha subìto soltanto una sconfitta elettorale, ma altresì la decomposizione dell’alleanza che lo legava ad Amal, altra espressione della comunità sciita libanese, ed ai cristiani maroniti del generale Michel Aoun. Esiste quindi il serio rischio che, ricorrendo a collaudati meccanismi, per risalire la china, l’Hezbollah provi nuovamente a sabotare il processo in atto a Beirut provocando un nuovo attacco israeliano.

La cosa, purtroppo, potrebbe convenire anche al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha bisogno d’inviare un segnale forte ai leader conservatori iraniani ed allo stesso Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, parso a tratti troppo morbido con la dirigenza della Repubblica islamica, che il Partito di Dio considera da sempre un proprio riferimento ed una fonte d’ispirazione. I vertici delle Forze armate italiane sono preoccupati e da tempo stanno invano reclamando istruzioni sul da farsi al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ed all’intero governo. Sarebbe ora di pensare a come reagire qualora la situazione precipitasse. (g.d.)