Atlantide
13.07.2009 - 18:44
Analisi
 
G8: il bilancio del vertice e le sue conseguenze per l’Italia
Roma, 13 lug 2009 18:44 - (Agenzia Nova) - Il turno di presidenza del G8 è stato certamente molto difficile per l’Italia, costretta come è stata a fronteggiare l’imprevista concorrenza del G20, la spinta irresistibile delle potenze emergenti e la straordinaria pressione esercitata su Silvio Berlusconi da una parte della stampa interna ed internazionale. Era originariamente ambizione del governo italiano quella di sfruttare la posizione di temporanea supremazia nel G8 per contribuire alla riscrittura delle regole di funzionamento dell’economia globale lungo le linee anticipate da Giulio Tremonti nel suo saggio La paura e la speranza, cercare di entrare nel gruppo dei 5+1 che negoziava con l’Iran ed accrescere il proprio prestigio in Africa, compensando con opportune contropartite il sostegno ricevuto dal Continente nero nella battaglia alle Nazioni Unite contro la riforma del Consiglio di sicurezza sponsorizzata da Germania e Giappone.

Le cose, tuttavia, avevano preso sin dall’inizio la piega sbagliata. Riunendosi ad aprile a Londra per la prima volta a livello di capi di Stato e di governo, innanzitutto, il G20 ha di fatto sottratto al G8 il primato nella gestione della grande crisi abbattutasi sull’economia mondiale, riducendo lo stesso summit dell’Aquila ad una mezza specie di caucus preparatorio delle decisioni che saranno assunte nel prossimo settembre a Pittsburg. Occorre peraltro intendersi: l’ascesa del G20 si deve all’obiettiva necessità di concordare misure antirecessive con attori ormai imprescindibili per le dimensioni raggiunte dalle loro economie, che del G8 non fanno parte, come la Cina e l’India. Non dipende quindi da una congiura contro l’Italia, né da sue presunte insufficienze.

E’ andata ancora peggio sul fronte iraniano. La diplomazia italiana ha infatti giocato tutta una serie di carte, senza riuscire tuttavia a portare a casa alcun risultato. L’idea, ad esempio, di utilizzare il pretesto afghano per creare attraverso il G8 un tavolo di confronto al quale far sedere insieme Hillary Clinton ed il ministro degli Esteri di Teheran si è risolta in un fiasco. Prima, perché la mossa è talmente piaciuta al dipartimento di Stato che l’ha immediatamente fatta propria, anticipandone l’esecuzione agli inizi della scorsa primavera. In secondo luogo, perché i disordini scoppiati nella Repubblica islamica dopo le recenti elezioni presidenziali hanno interrotto i fili del dialogo che si stava faticosamente cercando di annodare. Non si è così fatto alcun passo in avanti verso la membership del 5+1. Si è invece assistito al congelamento puro e semplice di questo controverso organismo.

A complicare ulteriormente il tutto è infine sopraggiunto il “grande complotto”. La presidenza di turno italiana è stata accusata improvvisamente ed in modo concertato di tutta una serie di manchevolezze, specialmente dai media anglosassoni e spagnoli, uscendone intimidita. Le ragioni di questa offensiva comunicativa non sono ancora del tutto chiare, ma un ruolo importante in tutta la vicenda sembrerebbero averlo svolto gli interessi imprenditoriali del gruppo di Rupert Murdoch e le legittime aspirazioni nazionali del governo di Madrid a rimpiazzare quello di Roma in seno al G8. Persino il dossier Africa, che doveva essere uno dei punti di forza della presidenza italiana, è stato ad un certo punto sapientemente trasformato in una sua vulnerabilità, dando ampia visibilità mediatica ai tagli apportati da Palazzo Chigi al bilancio della cooperazione allo sviluppo, ed ai ritardi dell’Italia nell’onorare i propri impegni sotto il profilo degli aiuti al Terzo Mondo.

Ad un certo punto, sembrava che la situazione fosse in procinto di sfuggire a qualsiasi controllo. Poi ci ha messo “una pezza” Barack Obama, elogiando pubblicamente il lavoro fatto dall’Italia per il G8 nel corso della sua visita di Stato a Giorgio Napolitano, che ha preceduto di qualche ora l’inizio del summit. Va osservato incidentalmente come, in tutta questa vicenda, il capo dello Stato si sia rivelato un prezioso alleato del governo, prima respingendo qualsiasi ipotesi di aprire una crisi politica alla vigilia del vertice, che pure rientrava nelle aspettative di diversi leader del centrodestra e del centrosinistra, e successivamente offrendo al Presidente Obama un’occasione per mostrare il suo sostegno a Silvio Berlusconi.

La conseguenza più importante degli attacchi subiti è stato il carattere difensivo assunto dalla presidenza italiana durante il summit aquilano. Probabilmente un bene, considerate le cose a posteriori: la tensione affiorata sul volto di Berlusconi ha infatti probabilmente contribuito a trattenere il premier dal prodursi in quegli esercizi e quelle battute che tanto gli nuociono sul piano dell’immagine. Ad un tratto, Berlusconi ha addirittura concesso ad Obama l’onore di dirigere i lavori, verosimilmente per captarne la benevolenza, o forse in segno di sottomissione. Non sono pochi, comunque, coloro che nel gesto hanno intravisto la conferma del fatto che alla definizione dell’agenda del vertice gli americani avessero dato un apporto considerevole, soprattutto a partire dalla visita del premier italiano alla Casa Bianca.


Cosa l’Italia ha portato a casa

A parte i soldi che giungeranno dalla sponsorizzazione del restauro dei monumenti abruzzesi danneggiati dal recente terremoto – comunque una delle ragioni che avevano dettato dopo il 6 aprile scorso la decisione di trasferire la sede del vertice dalla Maddalena all’Aquila – il dato fondamentale è che Berlusconi è riuscito a sopravvivere al summit che ne doveva decretare il definitivo tramonto. Potrebbe a questo punto anche rappresentare per il premier un inatteso momento di riscatto. Un risultato sul quale non molti avrebbero scommesso e dietro cui potrebbe esserci anche la realtà di rapporti lievemente migliori tra gli Stati Uniti e la Federazione Russa. Obama, in effetti, non ha soltanto sostenuto nel momento di maggior difficoltà la presidenza di turno italiana, sostanzialmente ammortizzando l’attacco mediatico avviato dal Guardian e dal New York Times. Ma lo ha fatto proprio al ritorno da un importante vertice bilaterale con le massime autorità russe, nel quale è stata raggiunta un’intesa sulla riduzione delle armi nucleari ed avviata una “piccola distensione” che mette obiettivamente il nostro paese in una posizione più facile.

Neanche il brusco rientro di Hu Jintao in patria, determinato dalla rivolta uigura, ha veramente danneggiato il G8. Anzi, ha in qualche modo agevolato il compito dei suoi colleghi convenuti all’Aquila, che hanno potuto più facilmente eludere la richiesta delle rispettive opinioni pubbliche di esercitare pressioni dirette contro la repressione in atto nello Xin Jiang, assecondando così il proprio condiviso interesse a non sostenere in alcun modo un movimento separatista nel Turkestan orientale, il cui successo complicherebbe ulteriormente la gestione del conflitto in Afghanistan, la pacificazione del Pakistan e la stabilizzazione delle repubbliche post-sovietiche dell’Asia Centrale.


Successo anche sull’Africa. Rischi per il format del G8

Sono andate relativamente bene anche altre cose, come ad esempio il dossier africano. In materia di Africa, infatti, a dispetto delle polemiche sulle inadempienze italiane, la gran parte delle aspettative di cui Berlusconi era stato richiesto di farsi carico sono state onorate. Gli africani hanno ottenuto un meccanismo per il monitoraggio del rispetto degli impegni presi nei loro confronti; nuove risorse (20 miliardi di dollari in tre anni per la sicurezza alimentare); un accordo politico per migliorare il loro accesso all’acqua; l’impegno del G8 a rilanciare il negoziato su Doha sul commercio mondiale, oltre che la possibilità di partecipare ai lavori del G8 allargato con una delegazione insolitamente ampia, di cui era partecipe anche il leader libico, Muhammar Gheddafi. E’ stato confermato altresì il sostegno esterno dei grandi allo sviluppo dell’Architettura di sicurezza africana, un giocattolo cui le nazioni del continente nero sembrano tenere moltissimo.

L’Italia è riuscita a portare a casa anche il rinvio di ogni decisione sull’eventuale adozione di nuove sanzioni contro l’Iran, un suo fondamentale interesse, anche se sul punto esisteva un significativo grado di consenso che era emerso già in occasione della riunione ministeriale di Trieste. Sta mostrando invece la corda lo sforzo italiano di mantenere in piedi il formato tradizionale del G8, attraverso lo sviluppo delle riunioni aperte a geometrie variabili sulle quali tanto ha ironizzato il New York Times. Lo scontro sul clima tra gli otto membri attuali e le due maggiori potenze emergenti ha infatti dimostrato ampiamente che su alcuni dossier il G8 non è più in grado di essere la struttura di governance internazionale di riferimento. Ciò ha dato nuova forza al tentativo francese, già fatto a Toyako lo scorso anno, di promuovere la sollecita integrazione dei sei paesi dell’attuale outreach nel foro, trasformando il G8 in un nuovo organismo, il G14. Questa volta, peraltro, la prospettiva sembra meno sgradita anche all’Italia, che la considera ormai apparentemente migliore dell’ipotesi del diretto trasferimento delle funzioni del G8 in seno al G20, sulla quale pure si discute, che implicherebbe una riduzione certamente maggiore del peso internazionale specifico del nostro Paese.

Occorre vedere al riguardo, comunque, come si posizionerà l’America di Obama, che sul format del G8 mantiene un primato destinato probabilmente a svanire in un club di cui fossero membri anche la Cina, l’India ed il Brasile. Furono proprio considerazioni di questo tenore a convincere George Walker Bush ad opporsi lo scorso anno al progetto di allargare il club, insieme all’Italia ed al Giappone. L’impressione è che anche sotto questo profilo, Obama intenda invece cambiare percorso, anticipando la trasformazione dei maggiori organismi di governance mondiale per poterne gestire più efficacemente le implicazioni. Non è quindi da escludere che quello dell’Aquila sia stato davvero l’ultimo incontro degli “Otto Grandi”. (g.d.)
Editoriale
 
La responsabilità della strage di Nassiriya
Roma, 13 lug 2009 18:44 - (Agenzia Nova) - In questi giorni si è avviato il processo contro Georg Di Pauli, colonnello dei carabinieri, accusato con due generali dell’esercito, Bruno Stano e Vincenzo Lops, di negligenza nella difesa della base di Nassiriya. Ricordiamo i fatti. Mercoledì 12 novembre 2003, ore 8,40. Un’autocisterna con quattro tonnellate di tritolo scoppia vicino alla base Maestrale di Nassiriya, presidiata dai carabinieri. La base è distrutta. Un’altra base dei carabinieri, al di là del fiume Eufrate, ad oltre trecento metri di distanza, è gravemente danneggiata. Sul terreno rimangono 28 persone, delle quali 19 italiani, 17 militari e due civili; quest’ultimi impegnati nelle riprese d’un documentario.

L’appuntato Andrea Filippa, che presidia l’ingresso, muore chiedendosi perché ha soltanto una mitragliatrice Mg-42/59. Se fosse stata un’auto bomba, la mitragliatrice sarebbe stata forse appena sufficiente a deviarla. Un’autocisterna di cinque tonnellate in piena corsa, invece, la fermi solo con un razzo controcarro. I carabinieri non hanno armi controcarro. Chi ha deciso che le armi controcarro non sono necessarie? Non i comandanti chiamati in giudizio per negligenza. Lo Stato maggiore della difesa, su ordine del governo, emana le “regole d’ingaggio” e gli altri ordini necessari per la missione, che prevedono anche dove disporre le basi, quali armi utilizzare e con quali criteri. Queste decisioni sono prese a Roma, non a Nassiriya. Le basi dei carabinieri, per esempio, sono nel centro della città, non nel deserto, perché a Roma hanno deciso che, come nei Balcani, i carabinieri devono cercare il contatto con la popolazione. Non hanno armi aggressive, come le armi controcarro, perché da Roma hanno valutato che non subiranno un attacco con i carri.

Il 15 aprile del 2003 il ministro degli Esteri, Franco Frattini, annuncia la missione in Parlamento dichiarando: “La missione che avremo in Iraq non è l’Isaf dell’Afghanistan e neppure quelle dei Balcani: missioni, queste, destinate alla stabilizzazione politica e sociale, oltre che alla sicurezza. Quella dell’Iraq di oggi, invece, ha scopo emergenziale ed umanitario per salvaguardare le condizioni della popolazione civile”. Non la sicurezza è in ballo, quindi, ma l’emergenza umanitaria.

Il 13 ottobre, un mese prima dell’attentato, il ministro della Difesa, Antonio Martino, afferma che “lì al sud i pericoli non vengono da azioni terroristiche, ma dalla criminalità”. Queste valutazioni il ministro non se le inventa ma le riceve, come egli stesso assicura, dai servizi d’informazione. Otto giorni prima della strage Carlo Cabigiosu, generale degli alpini, in quel momento consigliere militare della missione italiana in Iraq, certifica che il rischio è remoto. La magistratura ha chiamato in giudizio i comandanti operativi per “negligenza di fronte a una minaccia incombente”.

La magistratura non chiede però né a Martino né a Cabigiosu il perché del loro motivato ottimismo. Neppure chiede come mai due operatori cinematografici, uno dei quali è morto, ottengono da Roma il permesso di andare a Nassiriya; permesso che non si dà se c’è una minaccia incombente. Nei giorni successivi, si svolgono due autonome inchieste, affidate a un generale dell’esercito, Antonio Quintana, e a un generale dei carabinieri, Virgilio Chirieleison.

Né la magistratura militare, né i due generali inquirenti dispongono perizie fisico-chimiche sull’esplosione. La magistratura valuta la relazione Chirieleison “più completa” della relazione Quintana e l’assume come prova in sentenza. Questa differenza e quello che segue sono fari accesi sull’attendibilità dell’una e dell’altra. Chirieleison congettura un “micidiale ordigno, composto da 300-400 chilogrammi di esplosivo ad alto potenziale”. Ipotizza cioè un decimo dell’esplosivo realmente in gioco, e non s’accorge che il danneggiamento della base sull’altra riva dell’Eufrate certifica quantità di tritolo dieci volte al di là delle sue congetture. Un maresciallo artificiere avrebbe ricordato che la massima proiezione di detriti a Capaci – con 550 chilogrammi di esplosivo – fu inferiore a 190 metri e senza distruzioni di edifici circostanti.

La perizia del professor Alfredo Bacci e dell’ammiraglio Roberto Vassale, del marzo 2009, tre mesi dopo il primo processo, dà una misura scientifica della potenza dell’esplosione. I due periti di chiara fama valutano che per arginare le quattro tonnellate di tritolo occorreva un muro di calcestruzzo intorno alla base alto otto metri e largo altrettanto. Consideriamo la “svista” sulla quantità di esplosivo (un decimo di quello reale), teniamo presente il muro di calcestruzzo che sarebbe stato necessario appontare, accostiamo questo dati al capo di accusa – “Omettevano di provvedere, con specifiche disposizioni operative, ai mezzi necessari alla difesa delle basi militari italiane ubicate nella città di Nassiriya e, in particolare, di base Maestrale” – sicché è lecito domandarsi se la sicurezza nazionale possa essere influenzata da generali che “congetturano” e magistrati che amministrano giustizia su quelle congetture (erronee), dimenticando che la guerra, anche quando la chiamiamo “missione di pace” è fatta soprattutto di imprevisti irreparabili. (prlprt@gmail.com) (Piero Laporta)