Atlantide
06.07.2009 - 19:17
Analisi
 
L’offensiva alleata in Afghanistan
Roma, 6 lug 2009 19:17 - (Agenzia Nova) - Il 2 luglio scorso le unità dei Marines recentemente rinforzate dalla madrepatria sono passate all’offensiva nella provincia afghana di Helmand, in quello che può essere considerato il primo serio tentativo di sottrarre ai talebani una parte importante dei territori sotto il loro controllo, dando il via all’Operazione Khanjar, che vuol dire “colpo di spada”. A condurre le manovre sono circa quattromila militari statunitensi, ai quali si sono aggiunti circa 650 uomini appartenenti alle forze di sicurezza del governo di Kabul. L’attacco dei Marines si è sviluppato dal villaggio di Nawa, situato a circa trenta chilometri dal capoluogo provinciale Lashkar Gah, per dirigersi verso la parte bassa del fiume Helmand, che dà il nome all’intera provincia, in direzione di Garmsir e forse verso ulteriori posizioni ancora più meridionali.

Nel frattempo, come si era verificato anche lo scorso anno in occasione dell’avvio dell’Operazione Azada Wosa, ovvero “liberi tutti”, anche il contingente britannico presente nella regione ha avviato una propria manovra, diretta tuttavia verso Nord, con l’obiettivo principale di tagliare le retrovie logistiche della guerriglia e quello secondario di stabilire forme di controllo più solido su Gereschk ed altri punti d’importanza strategica dell’Alto Helmand. Oltrefrontiera, si sarebbero mosse pure le forze armate pachistane, con la missione di sbarrare il passo agli eventuali fuggitivi alla ricerca di un riparo al di là della Linea Durand.

Si sono registrate iniziative offensive anche in altre aree del fronte. In particolare, lo stesso 2 luglio, i reparti militari italiani attualmente inquadrati nel Comando della regione della capitale, principalmente elementi del 186° reggimento della Folgore, hanno imbastito una complessa operazione di ripulitura della Valle di Musahi, impegnando alcune centinaia di militari, integrati da complementi forniti dall’Esercito nazionale afghano. Secondo un’attendibile testata on-line afghana, inoltre, un ulteriore attacco dovrebbe a breve essere sferrato nella provincia di Herat, allo scopo di riportare sotto il controllo delle forze fedeli al governo di Kabul tre distretti che sarebbero significativamente infiltrati dai talebani: quelli di Guzara, Robat Sangi e Khosh-e Kohna. Questo significa che molto presto anche i militari italiani della regione Ovest vedranno intensificare i propri cicli operativi, in verità già significativamente aumentati sia nella provincia di Baghdis che in quella di Farah, nelle quali le nostre Forze armate hanno subìto il grave danneggiamento di numerosi blindati Lince, evitando tuttavia guai peggiori.

Si accingerebbe ad assumere una postura più aggressiva anche il contingente tedesco acquartierato nei dintorni di Kunduz, finora quello maggiormente limitato dai caveat imposti dal proprio governo nazionale. Nelle intenzioni del generale americano che comanda sia l’operazione Enduring Freedom che l’Isaf della Nato, la nuova offensiva coordinata avrebbe comunque il suo centro di gravità nel Sud e sarebbe differente dalle numerose che l’hanno preceduta, in quanto mirante a stabilire una presenza continuativa nelle aree liberate dalla presenza talebana. In sintesi, si tratta della spallata voluta dal Presidente Barack Obama, promessa sin dai tempi della campagna elettorale per imprimere una svolta al conflitto e procurarsi così una base migliore da cui aprire un negoziato con gli eventuali “talebani riconciliabili”. Ad una mossa del genere si risolse, del resto, anche Mikhail Gorbaciov nel 1985, appena giunto al Cremlino.

Come prescritto dalle teorie sulla controguerriglia maggiormente in voga al momento, una volta sconfitti, o quanto meno allontanati i talebani dalle zone ripulite, i militari alleati procederebbero a stabilire contatti diretti con gli anziani dei villaggi ed i mullah maggiormente disponibili a collaborare, avviando contestualmente la registrazione degli elettori in vista delle presidenziali previste per il prossimo 20 agosto. L’idea è quella di stabilire un controllo della popolazione, anche allo scopo di difenderla meglio dalle intimidazioni della guerriglia, con il fine ultimo di sottrarla in modo duraturo all’influenza dei talebani. E’ peraltro dubbio che possano farlo veramente a lungo, stante l’esiguità delle forze di cui gli alleati dispongono nell’ampio teatro di battaglia e la lentezza con la quale i centri di formazione nazionale accrescono i ranghi delle forze di sicurezza afghane. Nell’attesa di disporre di un numero adeguato di poliziotti e soldati locali per pattugliare le strade con sufficiente capillarità, verranno quindi presumibilmente allestite altre Fob, o Basi operative avanzate, dalle quali i militari occidentali dovrebbero essere in grado di assicurare un ragionevole grado di protezione. Ma si tratterà comunque di una soluzione di compromesso.
 
Si riorganizza anche la guerriglia
Roma, 6 lug 2009 19:17 - (Agenzia Nova) - Dal canto loro, le forze della guerriglia sembrano essersi preparate allo scontro rafforzando le proprie strutture di comando e controllo sin dalla metà dello scorso mese. La shura di Quetta, guidata dal Mullah Omar, si sarebbe riproposta quale principale centro di pianificazione e riferimento anche per il network degli Haqqani, finora semi-indipendente, e persino per l’Hebz-e Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Probabilmente, da questa concentrazione di forze deriverà una superiore capacità di coordinare la risposta militare all’offensiva alleata, colpendo le truppe occidentali dovunque se ne presenti l’opportunità, con un occhio particolare ai paesi più vulnerabili politicamente, come la Germania e, forse, l’Italia. Una circostanza da tenere a mente nella settimana in cui i ministri degli Esteri e della Difesa sono attesi in Parlamento per il punto della situazione sulle nostre missioni militari internazionali.

Nell’Helmand, l’avanzata delle unità americane e britanniche ha finora incontrato significative sacche di resistenza soltanto lungo alcune direttrici – hanno perso la vita diversi militari, specialmente britannici, incluso un tenente colonnello che è il caduto più elevato in grado perduto dalla Gran Bretagna negli ultimi 27 anni, mentre si sono moltiplicati gli episodi di violenza in altre regioni del paese, Nord compreso. In talune occasioni si è notato che sono migliorati anche gli equipaggiamenti indossati dai guerriglieri, ora dotati di giubbetti antiproiettile, elmetti in kevlar e razzi fumogeni utili al mascheramento durante il combattimento. Se possibile, un dato ancora più preoccupante è costituito dal fatto che, ovunque siano giunti in questi primi giorni della loro offensiva, i soldati americani non sembrano essere stati accolti con particolare entusiasmo dalla popolazione locale. Permane infatti una straordinaria diffidenza nei loro confronti, che sarà difficile da sradicare. Militano contro gli americani sia i passati eccessi nel ricorso al potere aereo, cui pare che l’attuale comandante, generale Stanley McChrystal, abbia recentemente posto fine, sia i dubbi che circondano il futuro politico complessivo dell’Afghanistan.

L’insoddisfazione interna nei confronti del Presidente Hamid Karzai è seconda solo a quella che provano attualmente i suoi vecchi mentori americani. Non contribuirà certamente a rimuoverla la strategia che l’attuale capo dello Stato afghano ha adottato per ottenere la conferma il prossimo 20 agosto, pressoché interamente basata sulla cooptazione degli uomini forti maggiormente compromessi dall’eredità della guerra civile, incluso lo stesso leader uzbeko Dostum, cui verrà permesso di rientrare dalla Turchia in cambio del sostegno elettorale alla vittoria dell’attuale Presidente, malgrado i gravi crimini commessi anche dopo la defenestrazione del regime talebano.

L’amministrazione diretta da Barack Obama non è entusiasta del nuovo corso a Kabul e non ha tardato a farlo capire, autorizzando l’ambasciatore Karl Eikenberry a partecipare ad un importante raduno elettorale del principale sfidante di Karzai, Abdullah Abdullah, favorevole alla riorganizzazione su basi federali dell’Afghanistan: un segnale di forte sfiducia, che la dice lunga sugli attuali sentimenti di Washington nei confronti dell’attuale leader del governo centrale afghano.