Atlantide
29.06.2009 - 11:37
ANALISI
 
Iraq: i militari Usa lasciano le città. Un passaggio delicato
Roma, 29 giu 2009 11:37 - (Agenzia Nova) - Si avvicina ormai per l’Iraq il momento della verità. Il 30 giugno, data che nelle intenzioni del premier, Nouri al Maliki, dovrebbe essere festeggiata come una liberazione nazionale paragonabile alla fine del dominio coloniale britannico, i soldati statunitensi che hanno pattugliato negli ultimi due anni le strade delle città si ritireranno in un pugno di grandi basi. Verrà conseguentemente meno uno degli elementi fondamentali che hanno permesso al surge guidato dal generale David H. Petraeus di riportare sotto controllo le violenze settarie esplose dopo la distruzione della moschea di Samara: la presenza dei militari statunitensi sul terreno, infatti, aveva contribuito a garantire la protezione della popolazione irachena sia dagli attacchi terroristici dei sunniti reclutati da al Qaeda che dalle rappresaglie condotte dalle milizie paramilitari sciite. Le unità americane verranno rimpiazzate dalle forze di sicurezza nazionali irachene, senza che però ci sia più alle loro spalle un potere terzo di controllo, in grado di garantirne la neutralità. I rischi che i progressi fatti lungo il 2008 possano essere compromessi sono molto elevati, anche perché nessuno dei nodi politici che gravavano sulla ricostruzione civile e morale dello Stato iracheno è stato nel frattempo risolto.

Coloro che hanno interessi ad avviare un nuovo ciclo di violenze nel paese sono già entrati in azione, come prova l’impressionante intensificazione degli attentati registratasi negli ultimi tre mesi. La logica pare essere la stessa che si manifestava agli inizi del 2006: jihadisti di matrice sunnita colpiscono con devastanti attentati le comunità sciite, nella speranza di generare la reazione delle milizie radicali vicine al movimento sadrista e costringere lo stesso governo di Baghdad ad assumere un atteggiamento meno equilibrato. Se la manovra riuscisse, anche le tribù sunnite della provincia di Al Anbar che hanno dato vita al cosiddetto “Risveglio”, rivoltandosi contro gli elementi di al Qaeda in Iraq, potrebbero essere indotte a ripensare le proprie scelte, condannando l’intera nazione alla disgregazione e trasformandola nuovamente in un centro di propagazione permanente del fondamentalismo islamico. Sul fuoco della destabilizzazione riprenderebbero a soffiare anche gli iraniani, il cui regime pare temporaneamente aver riportato la meglio sui dimostranti che avevano sostenuto nei giorni scorsi le aspirazioni del candidato riformista alla presidenza, Mir Mussavi. Ed effetti si produrrebbero anche sul mercato mondiale dell’energia, perché verrebbe meno la speranza di reintegrare pienamente la capacità estrattiva irachena, che stava dando promettenti segni di ripresa.

I dati sono significativi. Lo scorso mese di aprile si è concluso con un bilancio di almeno 350 morti iracheni, mentre in quello successivo sono stati uccisi in Iraq non meno di 130 civili, cui occorre sommare almeno 30 membri delle forze di sicurezza nazionali e 24 soldati americani. Stime meno prudenti riferite a maggio parlano tuttavia di oltre trecento iracheni vittime delle violenze. Giugno potrebbe concludersi persino peggio, dato il gran numero di attentati perpetrati contro la comunità sciita, dentro e fuori Baghdad. La capitale è stata colpita il 4, l’8, il 12, il 22, il 24, il 25 ed il 26. Stragi sono altresì occorse a Nassiriyah, altra roccaforte sciita dove sono morte 17 persone, e soprattutto a Kirkuk, che è un centro nevralgico del paese sotto più di un profilo, controllando uno dei giacimenti petroliferi maggiori dell’Iraq ed essendo contesa da arabi e curdi, dove in un colpo solo sono stati uccise non meno di 80 persone.

Per il momento, i sadristi hanno mantenuto la calma, così come han fatto le forze di sicurezza dipendenti dal governo. L’unica rappresaglia visibile per l’ondata di attacchi abbattutasi sugli sciiti è stata quella concretizzatasi nell’assassinio del parlamentare sunnita Harith Al Obeidi, leader del Fronte iracheno della concordia, ucciso nella moschea di Al Shafaw di Baghdad il 12 giugno. Non è detto, però, che le cose rimangano come sono dopo il 30 giugno. Qualche dubbio sta affiorando. In qualche località gli americani hanno mostrato di voler prorogare la loro presenza sul terreno, ma le autorità irachene sono state inflessibili nel chiedere il rispetto dei patti. Non c’è dubbio che per l’amministrazione del Presidente Usa, Barack Obama, si approssimi un altro passaggio molto delicato: il pericolo è che il nuovo presidente perda una guerra che il suo predecessore era riuscito alla fine del suo mandato a raddrizzare in qualche modo. Si tratterebbe di un pessimo segnale anche per l’Afghanistan e soprattutto, sul piano regionale, nei confronti di Teheran. La capacità occidentale di contenere l’instabilità regionale del Medio Oriente verrebbe seriamente compromessa.
 
Rischi crescenti alla frontiera israelo-libanese
Roma, 29 giu 2009 11:37 - (Agenzia Nova) - Sviluppi potenzialmente pericolosi sono in atto alla frontiera tra Libano ed Israele, dove stazionano 2.500 soldati italiani inquadrati nell’Unifil II. L’esito delle recenti elezioni politiche è stato estremamente favorevole alla coalizione filo-occidentale ed antisiriana, guidata dal sunnita Saad Hariri, figlio dello scomparso Rafiq, che dovrebbe a breve assumere la guida del governo di Beirut. L’ascesa del giovane Hariri e l’estromissione di Hezbollah dalla maggioranza sono sul punto di riportare il Libano alle stesse condizioni in cui si trovava nell’estate del 2006. Il rischio è che il “Partito di Dio”, magari incoraggiato dalla Siria ed ovviamente dal rieletto Presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, decida di attaccare un’altra volta lo Stato ebraico, nell’intento di provocarne la reazione militare e quindi sabotare il tentativo di Hariri nello stesso modo in cui venne affondato quello di Fouad Siniora.

Il timore di nuove iniziative militari di Hezbollah contro le città settentrionali israeliane pare essere condiviso anche dai militari di Tel Aviv. Nella settimana che si è appena conclusa si è infatti avuta notizia d’importanti movimenti di truppe israeliane verso la Galilea. Si sono avvicinate al confine israelo-libanese numerose unità, alcune delle quali equipaggiate con i potenti carri armati Merkava, e secondo alcune fonti vi sarebbero stati anche alcuni sconfinamenti. Anche se l’Unifil II non ha confermato, si è probabilmente trattato di un assaggio del possibile futuro campo di battaglia. Certo, dall’agosto del 2006 molte cose sono cambiate, ma non il senso profondo della strategia di dissuasione israeliana, che continua a privilegiare il culto della rappresaglia anche quando si riveli politicamente controproducente per gli interessi a medio e lungo termine della nazione. Lo si è visto lo scorso gennaio a Gaza.

Non sarebbe inopportuno che il governo italiano, che sta già pensando da tempo di alleggerire la nostra presenza militare nel Libano meridionale, chiarisse fin d’ora a se stesso ed al Parlamento cosa faranno i nostri soldati qualora esplodesse un nuovo conflitto.