Atlantide
22.06.2009 - 19:25
ANALISI
 
Gli sviluppi della situazione in Iran
Roma, 22 giu 2009 19:25 - (Agenzia Nova) - La Repubblica islamica sta certamente attraversando la più grave crisi dal momento della sua fondazione, avvenuta poco più di trent’anni fa. Come previsto, dopo aver concesso alla piazza un parziale riconteggio dei voti, l’ayatollah Ali Khamenei, suprema guida spirituale del paese, ha confermato l’investitura alla presidenza della Repubblica di Mahmoud Ahmadinejad, invitando contestualmente il cartello dell’opposizione composto da Mir Moussavi, Ali Hashemi Rafsanjani e Mohammed Khatami a fermare le imponenti manifestazioni di piazza iniziate nelle maggiori città iraniane all’indomani della pubblicazione dei risultati del voto. Si è venuta a determinare sorprendentemente una situazione oggettivamente rivoluzionaria, che potrebbe anche preludere a novità di grande portata. I riformisti hanno adottato la stessa tattica impiegata dagli islamisti dal settembre del 1978 al febbraio 1979, sfruttando le vittime della repressione per indire successivi raduni e mantenere una condizione di mobilitazione permanente. Possono farlo perché la reazione degli apparati di sicurezza fedeli agli elementi più intransigenti del regime è stata finora complessivamente debole e circoscritta: ci sono stati dei morti e dei feriti, certamente, ma non nella misura che sarebbe stata necessaria per stroncare sul nascere ogni velleità dei dimostranti. Si sono visti i volontari delle milizie basiji ed i pasdaran, ma la gente è complessivamente rimasta padrona delle piazze e delle strade. In sintesi, non c’è ancora stata una vera e propria Tien an Men, l’ipotesi più temuta nella settimana appena conclusasi.

Può darsi che ciò si debba anche ad una valutazione tattica fatta dallo stesso Khamenei, che potrebbe aver preferito offrire un’onorevole via d’uscita al cartello dei riformisti, per mantenerli comunque all’interno del sistema politico islamico ed evitare così una pericolosa erosione del consenso di cui godono le istituzioni create dall’imam Ruollah Khomeini nel 1979. Si è battuta anche la strada del ricatto e dell’intimidazione ad personam, specialmente nei confronti di Rafsanjani, uomo obiettivamente vulnerabile in ragione delle caratteristiche del suo sistema di potere e della cattiva reputazione di persona corrotta che lo circonda. Senza tuttavia ottenere risultati. Anzi, alla fronda si è aggiunto persino uno dei più stimati ayatollah del paese, Hossein Ali Montazeri, a lungo erede designato del fondatore della Repubblica islamica. Non è da escludere che le massime autorità religiose abbiano assunto un atteggiamento prudente perché non si sentono particolarmente sicure della propria forza. Probabilmente, crea inquietudine la palese neutralità mantenuta finora dalle Forze armate regolari, ed in particolare dall’esercito: un fattore non trascurabile, specialmente se si ricorda che trent’anni fa il colpo finale al regime dello Shah lo diede proprio la decisione dei quadri militari di non resistere, consegnando i soldati nelle caserme e successivamente aprendo queste ultime agli islamisti, così permettendo loro di svuotarne le armerie.

Chi abbia effettivamente vinto le elezioni presidenziali non è ormai neppure più così importante. In questione è adesso la legittimità stessa del sistema. I capi dell’opposizione chiedono infatti apertamente nulla di meno che il superamento della Repubblica islamica ed una vera e propria rivoluzione secolare, che potremmo con una certa larghezza anche definire liberale. Ed è in fondo logico che sia così, non potendosi alimentare l’ondata delle manifestazioni e motivare gli uomini e le donne che vi partecipano senza accrescere continuamente la posta in palio. Naturalmente, il collasso della Repubblica islamica è tutt’altro che un esito scontato, al momento in cui scriviamo. Le incognite sono ancora troppo numerose per poterlo affermare. Il particolare, non è chiaro quale visione i vertici delle Forze armate abbiano degli interessi nazionali del loro paese ed in quale misura considerino le attuali istituzioni iraniane od il loro sovvertimento adatti a perseguirli. Ahmadinejad non è una loro espressione, ma la determinazione con la quale pare intenzionato a completare il programma nucleare metterebbe comunque nelle mani degli stati maggiori iraniani uno strumento di straordinaria potenza. D’altra parte, i vertici militari potrebbero anche vedere nella persistenza del quadro politico attuale un grave rischio per la sicurezza della Repubblica islamica, su cui dopotutto pende sempre la minaccia di un attacco unilaterale preventivo israeliano.

E’ quindi difficile formulare previsioni. Tutto è possibile: la restaurazione attraverso il bagno di sangue, l’avvio di una trasformazione controllata del regime od il suo stesso tramonto. E’ certo tuttavia che l’eventuale successo di una rivoluzione secolare e liberale in Iran rappresenterebbe una svolta d’importanza non inferiore a quella perfezionatasi nello stesso paese trent’anni fa, che diede inizio al fenomeno del cosiddetto “risveglio islamico”, per certti versi ancora in corso. La vittoria dei laici nella Repubblica islamica vendicherebbe la visione enunciata dal Presidente George Walker Bush di una possibile democratizzazione del Medio Oriente, conferirebbe forza al progetto di dialogo con il mondo musulmano formalizzato al Cairo da Barack Obama ed avrebbe ripercussioni immediate e positive in Iraq, in Afghanistan, in Libano e probabilmente persino a Gaza. A dispetto dei potenziali vantaggi che potrebbero derivare da un’evoluzione di questo tipo, tuttavia, non sembra possibile influenzare in alcun modo gli eventi dall’esterno. Qualsiasi ingerenza sarebbe infatti controproducente. Non resta quindi che aspettare e sperare. (g.d.)
 
L’Italia verso un ripensamento degli impegni militari internazionali
Roma, 22 giu 2009 19:25 - (Agenzia Nova) - Nel corso della sua recente visita a Washington il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha presentato al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, l’agenda dell’imminente vertice del G8, che costituiva il pretesto dell’incontro. Ma esistono pochi dubbi circa il fatto che molti altri argomenti abbiano trovato spazio nei colloqui, tra l’altro durati ben oltre il previsto. Pare, ad esempio, che si sia discusso di energia e dei rapporti intrattenuti dall’Italia con la Russia di Dmitrij Medvedev e Vladimir Putin, i cui aspetti politicamente più impegnativi non sono particolarmente graditi dagli Stati Uniti. L’obiettivo fondamentale di Berlusconi era quello di restaurare il rapporto in qualche modo privilegiato intrattenuto dal suo governo con la precedente amministrazione repubblicana. Per ottenerlo, non ha esitato a giocare “pesante”, offrendo la disponibilità dell’Italia ad accogliere alcuni dei detenuti di Guantanamo: una scelta che non mancherà di sottoporre a tensioni la sua relazione con la Lega, dichiaratasi da tempo ostile ad aprire le porte del nostro paese a stranieri potenzialmente pericolosi, che oltretutto non potrebbero neppure essere sottoposti a particolari regimi di custodia, trattandosi di persone trattenute extragiudizialmente. Il premier ha altresì elevato il profilo del coinvolgimento italiano nelle operazioni di controguerriglia in corso in Afghanistan, seppure in questo caso gran parte dei rinforzi promessi fossero stati programmati già un paio di mesi or sono.

Le vere novità sotto questo specifico punto di vista consistono in effetti solo nell’offerta di un più largo numero di carabinieri, da adibire all’addestramento della polizia nazionale afghana, peraltro particolarmente apprezzata dalla Casa Bianca, e nell’eliminazione delle residue limitazioni operative gravanti sull’utilizzo dei nostri soldati, il cui impiego potrà quindi presto divenire ancora più offensivo. La Difesa italiana pare averne già preso atto, come prova la circostanza che stiano prendendo corpo voci concernenti l’invio in quel teatro di quanto di meglio l’Esercito italiano disponga in questo momento: dai nuovi fucili d’assalto alle prime unità “net-centriche”, passando per i blindati medi “Freccia” che stanno appena uscendo adesso dalle fabbriche. Alla vigilia del varo del decreto legge semestrale di proroga delle missioni militari italiane in corso all’estero, occorre inoltre sottolineare come l’evoluzione della situazione nei Balcani ed in Libano possa permettere in futuro al nostro paese di espandere ulteriormente il proprio contingente sul suolo afghano.

L’Alleanza atlantica ha deliberato recentemente un drastico ridimensionamento della sua presenza militare in Kosovo, che dovrebbe consentire all’Italia di rimpatriare almeno la metà dei circa duemila soldati che stazionano attualmente nella neonata Repubblica. Si va apparentemente anche verso una sensibile contrazione del contingente di 2.500 uomini inviato nel Libano meridionale, anche se la recente vittoria del fronte antisiriano, guidato da Saad Hariri, rende obiettivamente assai imprevedibili le prossime mosse dell’Hezbollah, che verrà certamente estromesso dal governo di Beirut. Entro febbraio-marzo del 2010, così, l’Italia potrebbe avere a sua disposizione circa duemila militari supplementari da inviare in Afghanistan, qualora il governo lo ritenga indispensabile per migliorare le relazioni bilaterali con Washington e lo status del paese in seno alla Nato: cinquemila uomini dalle parti di Herat, in effetti, potrebbero cambiare completamente il significato politico della nostra partecipazione a quel conflitto. (g.d.)