Atlantide
16.06.2009 - 13:31
Analisi
 
Medio Oriente: la riconferma di Mahmoud Ahmadinejad
Roma, 16 giu 2009 13:31 - (Agenzia Nova) - In relazione alle vicende mediorientali, molto spesso le previsioni degli esperti vengono smentite dai fatti. E’ accaduto anche lo scorso 12 giugno: si attendeva una significativa vittoria del candidato moderato Mir Mussavi, ed invece dalle urne è uscito un verdetto apparentemente inappellabile in favore del Presidente uscente. Mamoud Ahmadinejad avrebbe prevalso con il 63,36 per cento delle preferenze, contro il 34,07 conquistato dal suo principale avversario. Quasi insignificanti i suffragi raccolti da Mehsen Rezai, già capo dei Pasdaran, fermatosi all’1,7 per cento, e da Mehdi Kharroubi, rimasto allo 0,87 per cento.

La causa della frequenza di certi tipi di errori risiede quasi sempre nella tendenza a confondere gli auspici con la realtà. Talvolta, gioca un ruolo importante anche l’accesso limitato ai contesti sociali e geografici di cui si intende anticipare il futuro. Con tutta probabilità, nel caso iraniano di questi giorni i due fattori si sono combinati. Dopo il ritiro dalla contesa elettorale di Mohammad Khatami, infatti, il tentativo di Mussavi aveva suscitato grandi aspettative negli Stati Uniti e, più in generale, in tutto l’Occidente. Si riteneva infatti che l’ex primo ministro, al potere durante i lunghi anni del conflitto combattuto contro l’Iraq di Saddam Hussein, potesse essere l’uomo con cui dialogare ed eventualmente perfezionare l’attesa riconciliazione tra Washington e la Repubblica islamica. Avevano inoltre alimentato questa speranza tanto la circostanza che durante gli anni Ottanta proprio Mussavi fosse stato la controparte delle intese che avevano permesso all’Iran di ricevere armi sia dagli Stati Uniti che da Israele, quanto il sostegno assicurato all’ex primo ministro da personaggi notoriamente inclini al compromesso con l’Occidente, come l’ex Presidente Ali Hashemi Rafsanjani e lo stesso Khatami.

In realtà, proprio la scelta di appoggiarsi al folto ceto dei mercanti dei grandi centri urbani, alle avanguardie del femminismo iraniano, ai partiti riformisti ed agli esponenti dei poteri forti come quello guidato dallo stesso Rafsanjani è stato il fattore che ha probabilmente precluso a Mussavi la possibilità di riportare il successo, compattando il fronte conservatore sulla candidatura del Presidente uscente. Inizialmente, infatti, l’ex primo ministro si era proposto a destra come un punto di riferimento alternativo ad Ahmadinejad per tutti gli elementi ortodossi del regime preoccupati dagli atteggiamenti più discutibili assunti dal Presidente. In sintesi, Mussavi ha pagato la decisione di trasformarsi cammin facendo in un candidato antisistema.

Sul risultato delle elezioni del 12 giugno grava il sospetto d’intimidazioni e manipolazioni significative, ma è difficile che le frodi possano avere assunto una dimensione tale da capovolgere il responso delle urne. Significativamente, nella sua edizione del 15 giugno, una fonte certamente lontana dai radicali iraniani come il Washington Post, ha rivelato di essere in possesso di sondaggi risalenti alla metà di maggio in cui Ahmadinejad appariva già in largo vantaggio sul suo rivale, disponendo di quasi il doppio delle intenzioni di voto accertate rispetto a quelle in favore di Mussavi. Il fatto è che l’Iran non è soltanto Teheran, ma altresì la realtà più complessa e tradizionale delle campagne e dei piccoli centri, dove il clero sciita è maggiormente influente e le simpatie di cui godono i riformisti sono minime. E’ da queste zone che è verosimilmente giunto il grosso dei consensi per il Presidente uscente.


Il rischio di scontri che vedrebbero comunque perdenti i riformisti

A prescindere che il voto sia stato più o meno regolare, un elemento inedito del quadro che si è venuto successivamente a determinare in Iran è il rifiuto di accettare il risultato da parte degli sconfitti, che sta innescando una pericolosa prova di forza interna alla Repubblica islamica. A contestare la vittoria di Ahmadinejad ed esercitare pressioni sull’ayatollah Ali Khameney, Suprema guida spirituale del paese, non è solo Mussavi, ma anche l’altro candidato riformatore sconfitto, Mehdi Kharroubi, ed ovviamente i grandi sponsor del tentativo compiuto dall’ex premier iraniano – Khatami e Rafsanjani: tutti, salvo quest’ultimo, scesi in piazza il 15 giugno per protestare contro la presunta alterazione dei risultati del voto. Dal 13 giugno, specialmente a Teheran ci sono stati anche disordini e numerosi arresti, nonché richieste ed appelli ai massimi vertici istituzionali dello Stato, incluso il Consiglio dei guardiani, volti ad ottenere la convocazione di nuove elezioni o l’effettuazione di inchieste approfondite sulla regolarità di quelle appena svolte.

Dal momento che è già intervenuto un pronunciamento d’alto livello da parte dell’ayatollah Khameney, che ha definito il successo di Ahmadinejad una benedizione divina, pare molto difficile che tali istanze possano essere accolte. Soddisfarle, infatti, equivarrebbe ad aprire una crisi istituzionale dagli esiti imprevedibili. E del resto gli apparati di sicurezza del paese hanno già fatto capire da che parte si schiererebbero qualora la situazione precipitasse. Ma la tensione è alta, come prova la decisione di Ahmadinejad di rimandare un viaggio per Mosca da tempo in programma. A questo punto, soltanto una rinuncia alla lotta da parte dell’opposizione sembra in grado di risparmiare all’Iran degli scontri che si concluderebbero inesorabilmente con una accentuazione del carattere autoritario del regime.


Le conseguenze regionali e globali del risultato

Ovviamente, la conferma del successo del Presidente uscente non promette nulla di buono per la popolazione iraniana, che potrebbe essere costretta ad attendere per altri quattro anni l’avvio della perestrojka nella Repubblica islamica. Se non verrà fermato da qualcuno, Ahmadinejad persisterà certamente nella pratica di una politica economica interna di stampo dirigista, con rilevanti elargizioni alle fasce più disagiate della società che comporteranno il sacrificio degli investimenti più che mai necessari per ammodernare le infrastrutture del Paese e soprattutto l’industria petrolifera e della raffinazione. In assenza d’interventi e di una politica economica più liberale, difficilmente la Repubblica islamica uscirà infatti dalla condizione paradossale che la vede tra gli Stati che possiedono le riserve più ingenti di greggio ed al contempo nazione costretta ad importare dall’estero la benzina di cui necessita. L’isolamento del paese contribuirà inoltre a rendere impossibile nell’immediato futuro assicurare alla gioventù iraniana, che rappresenta la metà della popolazione, delle opportunità di sviluppo personale e professionale adeguate, incentivando l’emigrazione degli elementi più ambiziosi.

Ma dal punto di vista degli equilibri regionali e globali, la vittoria di Ahmadinejad non è forse così negativa. In effetti, il successo del Presidente uscente implicherà sicuramente la prosecuzione del programma nucleare iraniano e forse anche la sua esplicita militarizzazione, sbarrando il passo all’avanzata del dialogo offerto da Barack Obama nel suo recente discorso del Cairo, e soprattutto alla prospettiva di riconoscere alla Repubblica islamica il diritto a dotarsi della capacità di produrre energia elettronucleare. Tale apertura avrebbe potuto essere invece raccolta da Mir Mussavi, costringendo gli Stati Uniti a scommettere sulla progressiva trasformazione della Repubblica islamica in un responsible stakeholder, un soggetto che cioè contribuisce con il suo comportamento a stabilizzare il pianeta, accettando così quello che alle attuali condizioni dovrebbe comunque considerarsi un azzardo. Non va infatti dimenticato che permettere oggi ad un leader iraniano sia pure moderato di acquisire la tecnologia nucleare utilizzabile anche nella fabbricazione degli ordigni significa assumere il pericolo che un domani possa acquisirne il controllo un leader politico radicale: lo stesso rischio che oggi si corre in Pakistan.

La vittoria dei riformisti a Teheran, dando impulso al riavvicinamento con gli Stati Uniti, avrebbe inoltre ulteriormente e pericolosamente allargato la distanza che ormai separa Washington da Gerusalemme. In questo senso, non è sbagliato concludere che accanto ad Ahmadinejad i veri vincitori del voto dello scorso venerdì siano stati proprio Benjamin Netanyahu e la gran parte degli Stati arabi che amiamo definire moderati solo perché filo-occidentali.