Atlantide
12.05.2009 - 20:01
Analisi
 
La competizione per le sfere d’influenza nell’Europa orientale
Roma, 12 mag 2009 20:01 - (Agenzia Nova) - Un serrato confronto per la ristrutturazione geopolitica dell’Europa orientale è in corso almeno dal 1989. La prima fase di questo confronto è stata caratterizzata da una condizione di straordinaria debolezza della Federazione Russa, che ha subìto la disarticolazione completa del suo spazio di sicurezza alle frontiere occidentali, e dalla parallela eccezionale posizione di forza in cui si sono trovati gli Stati Uniti. Il punto di minimo delle proprie fortune, la Russia lo ha probabilmente toccato alla fine dello scorso decennio, in coincidenza con la grave crisi finanziaria che spinse Mosca sull’orlo del default e le gravi sconfitte diplomatiche del 1999, culminate nella guerra del Kosovo e nel contestuale ingresso di Polonia, Repubblica Ceca ed Ungheria nella Nato.

Con l’arrivo al potere di Vladimir Putin, nel 2000 la Federazione Russa intraprese il primo serio tentativo di arrestare il proprio declino. Tuttavia, il Cremlino avrebbe continuato a perdere posizioni fino al 2004. Risalgono infatti proprio al 2003-2004 tanto le rivoluzioni colorate in Georgia ed Ucraina, quanto il nuovo allargamento dell’Alleanza Atlantica ed il primo verso Oriente compiuto dall’Unione Europea, che sembrarono compromettere gran parte della residua influenza in quello che Mosca considerava il suo “estero vicino”. Ad un certo punto, a Mosca si temette persino che altre sollevazioni potessero verificarsi nelle maggiori repubbliche federate, in coincidenza con le elezioni per il rinnovo delle più importanti cariche locali, ponendo a rischio la coesione e la stessa sopravvivenza dello Stato russo.

Dopo il 2004, la competizione sarebbe tuttavia entrata in una nuova fase, caratterizzata da una significativa controffensiva della Russia. Dopo aver cercato senza grande successo di bloccare l’attacco americano all’Iraq, allestendo una coalizione diplomatica con Germania e Francia, Vladimir Putin avrebbe prima provveduto a trasferire delicate funzioni politiche dalle periferie al centro della Federazione, restaurando la cosiddetta “verticale del potere”, e poi cominciato ad utilizzare strategicamente le forniture energetiche destinate ai vecchi satelliti dell’Unione Sovietica, con l’intento di condizionare le loro scelte di allineamento futuro ed anche le decisioni degli Stati dell’Europa occidentale situati più a valle. La distruzione di Yukos, la grande compagnia energetica che perseguiva attraverso intese con società occidentali disegni geopolitici diversi da quelli concepiti dal Cremlino, ed il potenziamento delle aziende energetiche vicine al potere moscovita come Gazprom, sono state probabilmente le due misure decisive ai fini della preparazione della nuova strategia che sarebbe stata osservata fino al gennaio scorso, innescando tutta una serie di prove di forza.

Finora, protagonisti indiscussi di questi bracci di ferro sono stati pressoché esclusivamente la Federazione Russa, da un lato, e gli Stati Uniti dall’altro, insieme ai clienti locali di Mosca e Washington residenti nelle terre contese, mentre i maggiori paesi europei occidentali sono stati relegati al ruolo di comprimari. Su questa dinamica di fondo, si sono innestati alcuni processi particolari. In Georgia, Ucraina e Moldavia in particolare, gli equilibri politici si sono progressivamente deteriorati, per effetto dell’emersione di una seria contrapposizione interna sulla collocazione internazionale dei rispettivi governi. E sofferenze simili si sono osservate anche in Stati ormai entrati a far parte dell’Unione, come la Bulgaria.

Ad un livello più alto, la lotta si è invece sviluppata sui tracciati di oleodotti e gasdotti destinati a condurre petrolio e gas russi e centro-asiatici in Europa, sulle alleanze transnazionali tra imprese di paesi diversi e sugli assetti regolatori del mercato comunitario dell’energia. Anche l’Unione, ad un certo punto, si è divisa tra Stati non ostili al Cremlino e nazioni più o meno istintivamente russofobe: circostanza che ha certamente contribuito a ridurne l’influenza. Alcune vicende si sono anche intrecciate: a Tbilisi, ad esempio, la determinazione degli equilibri politici interni ha assunto un’importanza eccezionale, giacendo la Georgia sulla rotta dell’oleodotto Btc e di un parallelo gasdotto, il Bte, destinato a svincolare in misura significativa l’Europa dalla dipendenza nei confronti delle forniture provenienti dalla Russia e proprio per questo ritenuto d’importanza strategica da Washington. Non a caso, sono stati soprattutto nazionalisti americani del calibro di Richard Cheney, Donald Rumsfeld e John McCain ad occuparsi di sostenere in tutti i modi il governo diretto dal Presidente Mikheil Saakashvili, assecondandone l’aspirazione a far della Georgia un paese membro dell’Alleanza atlantica, senza però riuscire fino in fondo a controllarne le mosse.

Anche a Kiev, comunque, gli Stati Uniti hanno puntato sui cavalli sbagliati: il Presidente Viktor Yushenko, dotato di un seguito minimo fra gli elettori, e l’imprevedibile Yulija Timoshenko hanno infatti riservato non poche delusioni alla Casa Bianca e al dipartimento di Stato, perseguendo agende fortemente condizionate da ambizioni ed interessi personali sui quali anche il Cremlino ha potuto discretamente lavorare a suo vantaggio. (g.d.)
 
Perché la crisi dello scorso gennaio ha cambiato le carte in tavola
Roma, 12 mag 2009 20:01 - (Agenzia Nova) - Il conflitto caucasico dello scorso agosto ha permesso alla Russia di bloccare a tempo probabilmente indeterminato le aspirazioni atlantiche della Georgia. Dall’Abkhazia e dall’Ossezia del Sud, infatti, le truppe russe sono ormai in condizioni di raggiungere rapidamente la capitale georgiana, trasformando il Btc ed il Bte in un nuovo elemento a disposizione della geopolitica moscovita delle forniture energetiche. E’ aumentata anche la capacità di fomentare sedizione e rivolte, come prova il recente quanto misterioso ammutinamento di un’unità blindata georgiana proprio alla vigilia delle controverse manovre che la Nato aveva pianificato di svolgere nell’ambito della Partnership for Peace. Le posizioni statunitensi si sono quindi complessivamente indebolite, anche se il Presidente Barack Obama è riuscito durante il G20 a dilatare le capacità indirette d’intervento finanziario americano attraverso il Fondo monetario internazionale.

Tuttavia, il fatto nuovo è un altro. Dell’indebolimento americano potrebbero approfittare gli europei invece dei russi, e paiono intenzionati a farlo. In seguito agli effetti della crisi russo-ucraina dello scorso gennaio, che ha lasciato al buio alcuni suoi Stati membri e generato inquietudine in tutti gli altri, nell’Unione europea ha infatti acquisito peso il partito di chi desidera agire per semplificare il quadro politico continentale ed evitare in futuro il ripetersi degli scenari verificatisi nello scorso inverno. A muoversi in una direzione contraria agli interessi russi sono, incredibilmente, la Commissione europea e la diplomazia tedesca.

E’ stato l’eurocommissario lettone per l’energia, Andris Piebalgs, spalleggiato dal presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, a respingere la proposta avanzata dal Presidente russo Dmitrij Medvedev, che tendeva a sostituire con un nuovo accordo il vigente Trattato sulla Carta europea dell’energia, mai ratificato dalla Federazione in quanto contenente numerose clausole ritenute inaccettabili per Mosca. Anche la normativa comunitaria che impedirà a società attive nel comparto dell’energia di acquisire il controllo sulla distribuzione dei propri prodotti energetici è un nuovo serio ostacolo opposto dalle autorità dell’Unione all’ambizione russa di acquisire una maggior influenza nell’Europa occidentale. Vanno altresì registrati i tentativi di aprire un dialogo con la Bielorussia ed infine il varo della partnership o “associazione” orientale, promuovendo la quale l’Unione europea ha inteso in qualche modo approfondire le proprie relazioni con sei repubbliche ex sovietiche, tra le quali la stessa Bielorussia, l’Ucraina, la Moldavia, l’Azerbaigian, l’Armenia e la Georgia.

Per quanto riguarda la Germania, la sorpresa è venuta dalla richiesta, avanzata dal ministro degli Esteri socialdemocratico, Frank-Walter Stenmeier, generalmente considerato un filorusso sensibile alla suggestione bismarckiana di stabilire sull’Europa un condominio guidato da Berlino e Mosca, di inviare a Kiev una trojka europea per invitare le autorità locali a comporre i loro dissidi e, contemporaneamente, una missione di monitoraggio in Crimea, per garantire il governo ucraino rispetto al rischio di movimenti separatisti incoraggiati dalla Federazione Russa. L’idea sottostante sembra quella di favorire la trasformazione dell’Ucraina in una sorta di semi-protettorato dell’Unione Europea, che a questo punto diventerebbe la controparte immediata di qualsiasi ulteriore contenzioso energetico con Mosca, riducendone sensibilmente la capacità d’intimidazione. Una conseguenza probabilmente inevitabile di quanto accaduto e persino anticipata da alcuni analisti, ma che pure non pare essere stata tenuta in seria considerazione dalla diarchia che guida attualmente la Federazione Russa.

Dovrebbero allarmare il Cremlino due ulteriori circostanze: il raggiungimento di un accordo politico complessivo sul progetto Nabucco, che è alternativo al gasdotto South Stream sponsorizzato da Mosca, e la stessa acquisizione della Chrysler da parte della Fiat, che dovrebbe indurre anche Roma ad un riequilibrio della sua politica di apertura verso la Russia. All’Est, quindi, c’è forse qualcosa di nuovo, che testate come Le Monde e l’Economist hanno già colto. Se Germania ed Ue fanno davvero sul serio, lo vedremo molto presto in Ucraina. (g.d.)