Atlantide
12.04.2009 - 22:15
ANALISI
 
LA SETTIMANA DEI VERTICI: PROSEGUE L'ASCESA DELLA CINA
Hu_Jintao_e_Obama_G20_Londra.
Roma, 12 apr 2009 22:15 - (Agenzia Nova) - C’era molta attesa nei confronti dei tre grandi appuntamenti internazionali dello scorso fine settimana, sia per la loro obiettiva importanza che per il fatto di coincidere con il debutto del Presidente Usa, Barack Obama, sulla scena mondiale. Per quanto parte delle aspettative sia andata delusa, non di meno dai tre vertici del G20, dell’Alleanza atlantica e da quello euro-americano sono giunti segnali non trascurabili. Il primo, e probabilmente più forte, è venuto proprio da Londra. Il G20, infatti, si è concluso con la sostanziale affermazione dell’approccio statunitense alla lotta contro la recessione, che è stato reso possibile dal concorso della Cina. Si è deciso d’imprimere all’economia mondiale uno stimolo complessivo da cinquemila miliardi di dollari entro la fine dell’anno, incrementando contestualmente di almeno mille miliardi le risorse finanziarie del Fondo monetario internazionale, sempre più spesso chiamato ad erogare prestiti d’emergenza agli Stati in crisi.

Ha così prevalso la strategia del rilancio attraverso l’adozione di politiche monetarie e fiscali espansive, avversata dalle autorità dell’Ue, senza che gli europei ottenessero soddisfazione sul piano dell’introduzione di un set di nuove regole e garanzie nei mercati globali. Non deve fuorviare la circostanza che, per salvare le apparenze ed indorare la pillola, si siano concordate delle misure per arginare il fenomeno dei paradisi fiscali e finanziari, sulle cui modalità d’applicazione gravano peraltro dubbi significativi. Quello che conta è altro: non si è fatto alcun vero passo in avanti sulla via che dovrebbe condurre ad una nuova Bretton Woods, né tanto meno per mettere al bando gli strumenti della nuova finanza.

La delegazione italiana al G20, guidata dal premier Silvio Berlusconi e dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha sostenuto la tesi secondo la quale i temi della regulation e della riforma del mercato globale saranno al centro del summit estivo del G8 alla Maddalena. Ma è lecito dubitare che gli sforzi italiani possano pervenire a risultati davvero decisivi. Perché del G8 non è parte integrante la Repubblica popolare cinese, che si avvia invece a dar vita con Washington ad una sorta di G2 per gestire congiuntamente le sorti del sistema economico internazionale, ancorché Pechino sia stata comunque invitata al vertice in Sardegna come paese membro del cosiddetto outreach. Né si ha l’impressione che gli Stati Uniti considerino l’appuntamento italiano più di tanto decisivo. A rafforzare la percezione di un G8 in gran parte svuotato delle proprie funzioni concorre anche la circostanza che sia stata prevista una seconda riunione del G20 in autunno.

Per le ambizioni della diplomazia italiana è certamente un duro colpo, considerati gli investimenti fatti in relazione all’evento. Si cercherà probabilmente di farvi fronte promuovendo anticipatamente l’allargamento del G8: un’ipotesi finora avversata per il timore di veder sminuito internazionalmente lo status conquistato dal paese, ma che sarebbe adesso perfettamente funzionale agli interessi nazionali. Dopotutto, è meglio per l’Italia far parte di un G13 o G14 che conta, piuttosto che difendere il carattere di club chiuso di un G8 sulla via dell’irrilevanza. In realtà, la progressiva marginalizzazione del nostro paese altro non è che un aspetto del più generale declino politico di un’Europa che rischia ormai concretamente di uscire dalla storia, non tanto in ragione delle sue divisioni interne, quanto per effetto dell’apparizione dei giganti emergenti e del loro crescente peso politico. Il nostro continente vorrebbe costringere l’America ad elaborare e far accettare al resto del mondo regole che rilanciassero l’Europa e rallentassero l’ascesa dei nuovi “Grandi”. L’umore dell’opinione pubblica americana ed il quadro politico internazionale che si sta determinando rendono però questo esito altamente improbabile. (g.d.)
 
SOMALIA: COSA FARE?
14 apr 2009 22:29 - (Agenzia Nova) - L’Amministrazione Obama sembra suggerire agli alleati degli Stati Uniti ed alla comunità internazionale in generale un approccio sofisticato: una miscela di misure forti e di sostegni politici al tentativo in atto a Mogadiscio di creare un nuovo esecutivo. Si tratterebbe di rinunciare al negoziato con i pirati, di evitare soprattutto il pagamento di riscatti e, quando se ne presenti l’opportunità, far ricorso alla forza per liberare quanti più ostaggi è possibile, mentre si concedono benefici e risorse al costituendo governo transitorio della Somalia, definito dal Washington Post, non si sa su quali basi, “una coalizione di islamisti moderati e capiclan non priva di promesse”. Un insieme coerente e fin troppo ambizioso di politiche, che somiglia da vicino a quello prescelto, su una scala differente, per venire a capo del conflitto in atto in Afghanistan, che del resto ricade nella sfera di competenze del medesimo comando militare americano: Us Central Command. Malauguratamente, è difficile che tutti i Paesi presenti nelle acque del Golfo di Aden siano in grado di far propria la strategia proposta da Washington. L’Italia ha già lasciato intendere di voler privilegiare la strada delle trattative, per ottenere la liberazione dei dieci marinai del rimorchiatore Buccaneer, facendo riemergere una frattura che ha già in passato indebolito su altri fronti la credibilità dello sforzo militare occidentale. D’altra parte, è differente anche la capacità delle opinioni pubbliche delle diverse nazioni a correre i rischi che l’adozione di approcci più ruvidi inevitabilmente comporta. Così stando le cose, non sarebbe inopportuno pensare ad una soluzione alternativa, che si basi sulla considerazione del fatto che sul terreno esistono almeno tre diversi ordini di problemi. Il primo è quello rappresentato dal destino degli ostaggi e delle loro navi, rispetto al quale è sempre più probabile che ciascuno si regoli secondo le proprie convinzioni e i dettami della propria cultura politico-strategica di riferimento. Ci sarà sempre chi vorrà sparare e chi invece preferirà continuare a trattare e pagare. Il secondo è costituito dalla prevenzione degli attacchi futuri, dove invece l’accordo su una condotta comune non solo sembra possibile ma è da ritenersi necessario, nell’improbabilità di un intervento militare di massicce dimensioni sulla terraferma e stante l’incertezza che circonderebbe comunque i suoi esiti finali. Ogni paese interessato dovrebbe scoraggiare l’utilizzo da parte dei propri natanti delle rotte che implicano il transito delle zone marittime maggiormente a rischio. Ancora più importante sarebbe tuttavia la creazione di un coordinamento internazionale che provvedesse a raggruppare i mercantili di passaggio in convogli da scortare. Se è infatti inimmaginabile assegnare a ciascuna nave una protezione militare, è invece possibile pensare ad una forma di difesa collettiva, esattamente come si fece tra il 1987 ed il 1988 nelle acque dello stretto di Hormuz minacciate dai pasdaran iraniani. Potrebbe assicurarla, ed anche piuttosto agevolmente, la Nato. Ma un compito del genere dovrebbe essere alla portata anche dell’Unione Europea, che attualmente ha una sua missione navale nell’area, sotto comando britannico. Le Marine degli altri paesi nell’area potrebbero poi in qualche modo associarsi, sulla base di accordi specifici più o meno “ad hoc”. Rimarrebbe aperta, ovviamente, la terza e più impegnativa questione: quella concernente la stabilizzazione e la ricostruzione della Somalia, con cui periodicamente la comunità internazionale è stata chiamata a fare i conti negli ultimi due decenni. Dopo il fallimento di Restore Hope, e la loro ritirata dal Corno d’Africa, tutto ciò che gli americani hanno saputo immaginare per il futuro di quel paese è stata una strategia a basso costo, di controllo del territorio, basata sul sostegno dato a clienti locali più o meno credibili: essenzialmente warlords, in un primo momento, e più recentemente l’esercito di Addis Abeba, intervenuto in forze oltre frontiera per prevenire infiltrazioni jihadiste sul proprio territorio, ma incoraggiato a farlo anche dalla promessa di esser presto sostenuto da rinforzi provenienti da una moltitudine di altri Stati. Aiuti poi mai materializzatisi, con l’eccezione di un modesto contingente dell’Unione Africana, con l’effetto d’indurre l’Etiopia a ritirarsi al principio di quest’anno dalla Somalia. L’esito dell’approccio prescelto da Washington è stato quindi insoddisfacente. L’appoggio accordato ai signori della guerra ha facilitato la nascita del movimento delle Corti islamiche. Quello assicurato ad Addis Abeba, ha invece indotto la trasformazione del movimento islamista in una resistenza di carattere nazionale dalla quale sono successivamente germinate anche le forze che hanno assunto il potere al principio di quest’anno, ora dipinte come potenzialmente moderate ma in realtà suscettibili in qualsiasi momento di assumere posizioni intransigenti simili a quelle propagandate dai talebani nell’Afghanistan di fine anni Novanta. E comunque di certo non naturalmente inclini a mostrare simpatia per Washington e l’Occidente. Con tutta probabilità, non sarà la crisi determinata dalla pirateria somala a generare una soluzione politicamente sostenibile per la Somalia nel suo complesso. Proprio per questo motivo, occorre escogitare un sistema capace di garantire a medio e lungo termine la libertà di navigazione nelle acque che circondano quel tormentato Paese.
 
LA SETTIMANA DEI VERTICI: RESTA INCERTO IL RAPPORTO RUSSIA-OCCIDENTE
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Roma, 12 apr 2009 22:15 - (Agenzia Nova) - Se i rapporti con le potenze emergenti sono stati al centro dei colloqui londinesi legati al G20, delle relazioni tra Stati Uniti e Russia si è invece parlato anche nel corso dei vertici svoltisi successivamente in Francia, Germania e Repubblica Ceca. L’impressione è che, dopo un’apertura formale di un certo interesse, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, abbia finito con il confermare nella sostanza l’approccio dato ai rapporti bilaterali con Mosca prescelto dall’amministrazione del suo prede cesso, George W. Bush.

L’incontro bilaterale con il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, si è svolto certamente in un’atmosfera diversa rispetto a quella degli ultimi vertici tra Bush e Vladimir Putin, ma le divergenze esistenti con la Russia sono rimaste. Stati Uniti e Federazione Russa si sono accordati per avviare delle trattative in materia di disarmo che dovrebbero sfociare nella firma di un trattato sostitutivo dello Start 1, ormai in scadenza. Washington è quindi venuta incontro ad una delle aspirazioni più importanti dell’élite politico-militare russa, che desidera mantenere una sorta di equilibrio strategico con l’Occidente senza doversi sobbarcare gli oneri dei massicci investimenti che occorrerebbe fare per mantenere gli arsenali nucleari agli attuali livelli di consistenza. Ma a Praga, successivamente, il Presidente Obama ha ribadito l’impegno dell’America ad andare avanti sulla strada dell’allestimento delle difese antimissilistiche, con l’obiettivo finale di liberare il pianeta dall’incubo delle armi atomiche, utilizzando accenti nella propria strategia comunicativa che non si udivano dai tempi di Ronald Reagan.

Questa combinazione non mancherà di allarmare i russi, contribuendo a rafforzarne il convincimento che il vero obiettivo degli Stati Uniti sia quello di condannare il loro paese all’impotenza militare. Data l’assoluta supremazia militare convenzionale di cui dispongono rispetto a qualsiasi altra nazione del mondo, gli americani hanno infatti un obiettivo interesse a denuclearizzare il pianeta. Mentre la Russia affida ormai da diversi anni proprio al deterrente nucleare non solo il mantenimento del suo status di grande potenza, ma altresì l’efficacia della propria strategia di dissuasione. Un numero basso di armi nucleari renderebbe in effetti credibile la difesa antimissilistica di Washington non solo nei confronti dei cosiddetti Stati-canaglia, ma altresì rispetto alla gran parte delle attuali grandi potenze.

Non è un caso che all’indomani del discorso tenuto da Obama a Praga si sia osservato un certo irrigidimento da parte di Mosca. Il 6 aprile, il rappresentante permanente russo presso l’Alleanza Atlantica, Dmitrij Rogozin, nel confermare per il prossimo 22 aprile la convocazione del Consiglio Nato-Russia, ha avuto cura di sottolineare come sia assolutamente esclusa l’ipotesi di consentire il passaggio di convogli militari diretti in Afghanistan attraverso il territorio della Federazione. Che la possibilità di pervenire ad un rapido miglioramento dei rapporti tra Washington e Mosca fosse comunque destinata ad incontrare seri limiti si era del resto capito già quando il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, aveva solennemente reso nota, agli inizi di marzo, l’indisponibilità americana a riconoscere alla Federazione Russa il diritto ad una propria sfera d’influenza nel near abroad. (g.d.)
 
SOMALIA: LE FLOTTE NON DISSUADONO I PIRATI
14 apr 2009 22:29 - (Agenzia Nova) - Sta diventando evidente il fatto che non basta schierare nelle acque del Golfo di Aden un potente dispositivo navale per arginare il fenomeno della pirateria somala. Lo scorso anno, per fronteggiare quella che già appariva un’emergenza con due navi sequestrate o assaltate ogni tre giorni, diversi paesi si erano risolti ad inviare proprie forze navali. Dopo l’attacco alla motonave ucraina “Faina”, che aveva a bordo un importante carico di armi pesanti dirette verso il Kenya e di lì probabilmente destinate ad essere instradate verso il Sudan meridionale, persino Mosca aveva deciso d’inviare proprie navi in quella zona, dove già incrociavano unità dell’Alleanza atlantica, tra l’altro sotto il comando di un ammiraglio italiano, nonché della Marina indiana e di quella cinese. Dallo scorso autunno, la presenza militare marittima nelle acque dell’Oceano Indiano prospicienti la Somalia non ha fatto che aumentare, senza che peraltro l’attività dei giovani pirati somali ne risentisse più di tanto. La stessa flotta della Nato ha ceduto il posto ad una dell’Unione Europea sotto comando britannico, che uniforma il proprio comportamento a regole d’ingaggio più aggressive. Apparentemente, infatti, le misure intraprese non sono bastate. Nelle ultime tre settimane i pirati hanno assaltato un mercantile al giorno, ben tre nella sola mattinata del 14 aprile. Attualmente risultano nelle loro mani non meno di 17 imbarcazioni e 250 marinai, trattenuti come ostaggi in attesa che riscatti adeguati vengano pagati dai rispettivi armatori, se non addirittura dai loro governi. Non è bastata a fermarli la decisione dimostrata lo scorso autunno dalla Marina indiana, che aveva provveduto ad affondare senza troppi complimenti la prima imbarcazione dei pirati incontrata nel corso della propria attività locale. Gli attacchi non sono cessati nemmeno dopo che francesi ed americani hanno proceduto più recentemente con altrettanti blitz alla liberazione dei loro cittadini trattenuti in prigionia, cui anzi ha fatto seguito la promessa di future rappresaglie al momento in cui i pirati metteranno le mani su connazionali del Presidente Barack Obama o di Nicolas Sarkozy. Gli eventi di questi giorni provano una volta di più che i meccanismi tradizionali della deterrenza hanno cessato di funzionare con l’efficacia che era loro propria fino a qualche anno fa. In parte, questa crisi della capacità di dissuasione è l’effetto della percezione di una diversa propensione da parte dei singoli Stati ad usare la forza fino alle estreme conseguenze. Ma non vi è dubbio che su quanto sta accadendo pesa anche la diffusa convinzione di una debolezza collettiva dei paesi teoricamente più forti del mondo, che presidiano le acque del Golfo di Aden con flotte consistenti, eppure permettono ai pirati di mantenere sotto il proprio controllo un considerevole numero di uomini e navi. La forza militare, dopotutto, conta solo nella misura in cui si crede che possa essere veramente usata, altrimenti trasforma chi la possiede in una “tigre di carta”. E’ opinione diffusa tra i nostri analisti, e purtroppo anche in Africa, che l’unica vera soluzione al problema della pirateria nel cosiddetto Puntland somalo passi attraverso un’azione di proiezione della potenza militare sulla terraferma. Ma tutti sanno quanto siano pochi coloro che sono davvero disposti a correre il rischio di rimanere un’altra volta impantanati nel difficile tentativo di dare alla Somalia un governo degno di questo nome, cioè capace di por fine all’anarchia interna e d’imporre sul suo territorio il rispetto del diritto internazionale. E questa esitazione concorre a rafforzare nei pirati l’impressione di debolezza che circonda la presenza navale delle maggiori potenze mondiali nelle acque di quella zona. Il precedente degli anni Novanta, d’altra parte, è ancora ben fisso nella memoria dei Paesi che parteciparono a Restore II, come l’Italia, la Francia, la Germania e, ovviamente, gli stessi Stati Uniti. E’ inoltre diffusa la consapevolezza che qualsiasi azione venisse condotta a terra rischierebbe di richiamare le attenzioni del network jihadista internazionale, che in Somalia dispone di vasti appoggi.
 
LA SETTIMANA DEI VERTICI: L'ITALIA INCONTRA CRESCENTI DIFFICOLTA'
Berlusconi_Obama_Medvedev_Vertice_G20_Londra
Roma, 12 apr 2009 22:15 - (Agenzia Nova) - In un contesto internazionale nel quale la logica dei rapporti di potenza, in realtà mai venuta meno, ridefinisce rapidamente le gerarchie internazionali, le difficoltà dell’Italia a difendere la posizione conquistata nei primi tre decenni del secondo dopoguerra non dovrebbero essere motivo di stupore. Le dimensioni della crisi economico-finanziaria in atto sono tali da ridurre al ruolo di puri e semplici comprimari tutti i paesi che non posseggano le risorse necessarie ad investire nella ripresa internazionale. Al processo, poi, stanno concorrendo anche fattori squisitamente politici.

Tra il 2001 ed il 2006, durante la sua precedente esperienza di governo, e specialmente nel biennio 2003-2005, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, era stato in grado di cogliere e sfruttare al meglio le opportunità create dagli orientamenti marcatamente antiamericani delle politiche estere di Francia e Germania. Ora, questo presupposto che aveva fatto dell’Italia il principale alleato europeo continentale degli Stati Uniti è venuto meno. La vittoria di Angela Merkel in Germania, e quella di Nicolas Sarkozy in Francia, hanno infatti privato il nostro paese di gran parte della rendita di posizione di cui disponeva nei rapporti con Washington, un fatto paradossale se si tiene conto della maggiore affinità ideologica esistente attualmente tra le maggioranze al potere a Berlino, Parigi e Roma. Persino in Afghanistan, il contributo militare italiano è sensibilmente inferiore a quello ormai garantito dai francesi e dai tedeschi.

Il resto lo ha fatto il deterioramento delle relazioni russo-americane, che ha reso sospette in America le frequentazioni moscovite del presidente del Consiglio. Così stando le cose, non sorprende che Berlusconi abbia cercato immediatamente di capitalizzare la prima frattura emersa tra il Presidente Obama ed i suoi due maggiori alleati europei, agendo per rimuovere il veto del premier turco Recep Tayyip Erdogan e schierandosi risolutamente al fianco degli Stati Uniti nel sostenere la causa dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Ne deriveranno certamente conseguenze sul piano interno. Gli orientamenti filo-turchi della politica estera italiana verranno senza dubbio accentuati nel prossimo futuro per conquistare benemerenze nei confronti di Washington, se necessario anche rinunciando ad alcune posizioni che nelle organizzazioni internazionali sono tradizionalmente affidate a diplomatici italiani. Il prezzo da pagare sarà però la creazione di nuovi motivi di attrito tra il neonato Popolo delle libertà e la Lega Nord, di cui è al momento difficile valutare la gravità. (g.d.)