Atlantide
09.06.2009 - 11:49
ANALISI
 
Le aperture di Obama all’Iran: una scommessa sul filo del rasoio
Roma, 9 giu 2009 11:49 - (Agenzia Nova) - A prescindere da come lo si valuti, il discorso tenuto da Barack Obama all’università del Cairo non ha deluso le aspettative. Come gli analisti più attenti si aspettavano, l’intero tentativo di ricostruzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Islam compiuto dal Presidente Usa è stato fatto ruotare intorno alla ripresa del processo di pace in Medio Oriente ed all’avvio di un dialogo serio tra Washington e Teheran. Al di là delle astuzie retoriche, di cui il repertorio di Obama pare essere una sorgente inesauribile, gli autentici elementi di novità dell’intervento egiziano sono due e sono entrambi poco favorevoli ad Israele.

Pur avendo definito intangibile il rapporto politico che legherebbe l’America allo Stato ebraico, il Presidente statunitense è infatti tornato a ribadire l’impegno di Washington a sostenere la formula della pace attraverso la coesistenza in Terra Santa di due paesi indipendenti e sovrani ed ha nuovamente intimato a Benjamin Netanyahu d’interrompere la costruzione di ulteriori insediamenti nei cosiddetti territori occupati. Fatto ancora più sconcertante, che la stampa ebraica non ha mancato di sottolineare, è l’equiparazione dei sacrifici sopportati dai palestinesi a quelli a suo tempo sostenuti dai neri americani nella lotta non violenta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti. Probabilmente, Obama voleva additarne i successi come un possibile modello al quale gli attori mediorientali dovrebbero rifarsi con speranza. Ma in questo modo, il Presidente americano ha abbracciato con una convinzione raramente vista prima in un leader statunitense la tesi di chi vede nella lotta dei palestinesi un movimento di liberazione nazionale perfettamente legittimo ed anzi moralmente più solido dei suoi avversari.

Non è certamente stato apprezzato a Gerusalemme neanche il fatto che in questo contesto Hamas non sia mai stata definita un’organizzazione terroristica, ma piuttosto un movimento dotato di un certo consenso, pur avendo Obama invitato i dirigenti del partito integralista armato padrone di Gaza a rinunciare alla violenza. Sul piano della comunicazione globale, con il discorso del Cairo il governo israeliano ha subìto innegabilmente un’accentuazione del proprio isolamento internazionale, che molti commentatori hanno saputo cogliere ed evidenziare. Dovrebbe avvertirne i contraccolpi anche la politica estera italiana, il cui relativo sbilanciamento in favore dello Stato ebraico è stato tra il 2001 e il 2006, e di nuovo dallo scorso anno, una delle carte più risolutamente impiegate dal premier, Silvio Berlusconi, per guadagnare peso ed ascolto alla Casa Bianca.

Il passo però potenzialmente rivoluzionario fatto da Obama è quello nei confronti dell’Iran, al quale il Presidente degli Stati Uniti, dopo aver ammesso nuovamente le responsabilità storiche del suo paese nella defenestrazione del governo di Mossadegh, ha riconosciuto nulla di meno che il diritto a sviluppare un programma nucleare civile. Non è una novità irrilevante, perché per la prima volta è stata contemplata su questo delicatissimo settore un’apertura di fiducia nei confronti della Repubblica islamica, che è destinata a porre in rotta di collisione Washington e Gerusalemme. La tecnologia occorrente al perfezionamento di un programma per la produzione di energia elettronucleare permette infatti in qualsiasi momento a chi ne disponga di fabbricarsi delle bombe atomiche. Proprio per questo motivo, tutte le potenze nucleari civili accettano di sottoporsi ai controlli disposti dall’Agenzia atomica internazionale. Ma gli israeliani non credono alla buona fede del regime iraniano e osservano che una volta raggiunto il punto di non ritorno nulla potrà essere più fatto per fermare l’Iran.

E’ molto probabile che il Presidente Obama abbia tentato con questa sua sortita di rafforzare le possibilità di vittoria alle imminenti presidenziali iraniane del candidato moderato, Mir Mussavi, che non a caso ha prontamente accusato il rivale, Mahmoud Ahmadinejad, di mettere a rischio la sicurezza nazionale della Repubblica islamica generando i peggiori sospetti sulla vera natura del programma nucleare iraniano e le intenzioni di un regime che non perde tempo per sviluppare missili a medio raggio in grado di raggiungere Israele e l’Europa meridionale. Se Mussavi prevalesse, il capo della Casa Bianca potrebbe accordarsi con l’eventuale nuova dirigenza iraniana, concedendole il riconoscimento dello status di potenza nucleare virtuale. Esattamente come Gerusalemme, che non ha mai compiuto pubblicamente dei test atomici, l’Iran diventerebbe a quel punto uno Stato nucleare non dichiarato. La proliferazione resterebbe limitata e controllata e, con il tempo, perseguendo in questa politica, la Repubblica islamica potrebbe anche accreditarsi come un responsible stakeholder: un Paese cioè che si comporta sulla scena internazionale agendo in favore della stabilità.

Le cose cambierebbero invece qualora Ahmadinejad venisse confermato dalle urne il prossimo 12 giugno. I rischi per lo Stato ebraico diventerebbero infatti pressoché insopportabili, elevando a livelli critici la probabilità di un attacco militare unilaterale e preventivo di Israele contro l’intero apparato industriale della Repubblica islamica ed ampie parti del suo programma nucleare. I tempi per eseguirlo, oltretutto, diventerebbero assai stretti, non potendo Gerusalemme rischiare l’eventualità di assistere entro pochi mesi ad un esperimento nucleare iraniano che infiammerebbe l’intero Medio Oriente. Quella fatta da Obama al Cairo è quindi di una scommessa sul filo del rasoio. (g.d.)
 
Libano: vittoria significativa della coalizione antisiriana
Roma, 9 giu 2009 11:49 - (Agenzia Nova) - Il successo appena riportato in Libano dalla coalizione antisiriana e filoccidentale guidata da Saad Hariri non porterà necessariamente maggiore stabilità nel Paese dei Cedri. E’ probabile anzi il contrario. Perché l’ingresso di Hezbollah nel governo di Beirut aveva avuto l’effetto di bloccare l’ambizioso programma di Fouad Siniora, che intendeva disarmare il Partito di Dio e ripristinare il monopolio statale della forza militare in Libano. Alla fine, a fermarlo aveva paradossalmente contribuito lo stesso Esercito nazionale libanese, cosa che era valsa al suo capo di Stato maggiore l’elezione alla presidenza della Repubblica.

Il blocco 14 marzo, che si rifà alla figura dello scomparso leader sunnita Rafiq Hariri, è riuscito ad ottenere 71 dei 128 seggi che compongono l’Assemblea legislativa libanese, contro i rimanenti 57 finiti nelle mani di Hezbollah, dei suoi alleati sciiti di Amal e dei cristiani maroniti guidati dall’anziano generale filo-siriano Michel Aoun. La leadership del Partito di Dio ha già ribadito di non essere intenzionata a farsi disarmare. Stante questa situazione, molto simile a quella della primavera del 2006, non è da escludere che Hezbollah possa ricorrere ad una serie di altre provocazioni controllate nei confronti di Israele, allo scopo d’indurre il governo di Benjamin Netanyahu a seguire le orme di quello di Ehud Olmert ed attaccare nuovamente il Libano. E’ auspicabile che gli israeliani resistano alla tentazione. Nel caso di una loro massiccia offensiva aeroterrestre, infatti, l’Unifil II, della quale sono parte più di duemila soldati italiani, finirebbe per trovarsi nel mezzo, esposta tanto al rischio di subire attacchi terroristici da parte dei miliziani del Partito di Dio libanese, quanto a quello di doversi piegare ad un attacco terrestre di Tsahal.

Ad un livello più elevato, non sarebbe neanche da escludere uno scontro diplomatico a parti invertite tra gli stessi Stati Uniti ed il governo israeliano. Magari, con il Presidente Barack Obama intento a proteggere Hezbollah per non compromettere il dialogo con Teheran, e Gerusalemme decisa invece a chiudere definitivamente la partita per la sicurezza dell’Alta Galilea. Chi rischia di trovarsi allo scoperto sono, in questo scenario, oltre ai nostri peacekeepers, accampati nei pressi del fiume Litani, proprio i filoccidentali di Saad Hariri, rimasti senza un forte sponsor internazionale. Un tempo, infatti, nello studio ovale della Casa Bianca sedeva il loro garante, quel George Walker Bush per il quale la rivoluzione libanese aveva rappresentato il più promettente germoglio dell’ondata democratica che sperava di aver innescato in tutto il Medio Oriente. Di quel disegno, ora, pare non esservi più traccia. Al nuovo Presidente americano, infatti, non interessa più cambiare il Medio Oriente, ma solo restaurarvi una parvenza di equilibrio, venendo a patti con i suoi maggiori attori regionali e rimettendo alle dinamiche interne alle singole società arabe l’eventuale maturazione futura di sentimenti democratici indigeni. (g.d.)