Atlantide
03.06.2009 - 16:04
ANALISI
 
Medio Oriente: aspettative elevate per il discorso di Obama al Cairo
Roma, 3 giu 2009 16:04 - (Agenzia Nova) - E’ dagli inizi del suo mandato che l’amministrazione democratica insediatasi a Washington lo scorso 20 gennaio promette un discorso di alto profilo del nuovo Presidente dedicato ai rapporti tra gli Stati Uniti e l’Islam. Ad un certo punto, si era creduto che il luogo ideale per questo appuntamento con la storia dovesse essere Istanbul. Barack Obama si era in effetti recato in Turchia proprio in concomitanza con una conferenza internazionale sui rapporti tra le diverse civiltà e sembrava che momento e sede fossero quelli più indicati, considerate l’eredità multiculturale lasciata dal vecchio Impero ottomano e la circostanza che ad Ankara è al potere un partito politico ritenuto a Washington un modello possibile di Islam moderato, democratico e tollerante da contrapporre all’estremismo degli integralisti e dei jihadisti.

Che la Casa Bianca fosse tentata da una mossa del genere lo prova anche il fatto che il programma di quella visita presentasse molti buchi ed aree lasciate volutamente scoperte, quasi che la decisione finale sull’opportunità o meno di rivolgersi al mondo musulmano dall’antica Bisanzio fosse stata rimessa alle valutazioni dell’ultima ora. Quali ne siano state le motivazioni non è dato sapere, ma sta di fatto che il Presidente Obama ha preferito rinviare ad una successiva occasione il suo intervento. Pare adesso che la città islamica prescelta per l’importante discorso sia Il Cairo, dove Obama giungerà il 4 giugno, direttamente proveniente da Riad. Di questa scelta colpiscono soprattutto due aspetti: innanzitutto il fatto che il Presidente statunitense abbia inteso privilegiare in qualche modo il primo paese arabo a firmare un trattato di pace con Israele; il secondo, la circostanza non meno emblematica che abbia invece scartato le città dell’Arabia Saudita.

Per spiegare questa deliberazione esistono diverse chiavi di lettura, ma quella che pare più convincente chiama in causa sia il processo di pace in Medio Oriente che l’obiettivo americano di aprire un dialogo con l’Iran. Nella visione di Obama, infatti, le due questioni sarebbero intimamente connesse, nel senso che non si potrebbe pretendere di avviare un negoziato concreto con Teheran senza aver prima in qualche modo avviato a soluzione il contenzioso esistente tra israeliani e palestinesi. Questo punto di vista che poggia sull’idea del grande scambio geopolitico tra iraniani ed americani, come è noto, è invece contestato fortemente da Gerusalemme, dove invece la questione dello Stato palestinese e quella delle ambizioni nucleari iraniane sono tenute rigidamente separate.

Rivolgere un messaggio di riconciliazione nei confronti dell’Islam dall’Egitto dovrebbe permettere a Barack Obama, da un lato, di conferire maggior peso al suo messaggio in favore della formula dei due Stati in Terrasanta e, dall’altro, di “aprire” alla dirigenza iraniana senza correre il rischio di urtare le sensibilità saudite. Il momento per un affondo su questi due fronti delicatissimi sarebbe in effetti propizio, stante anche la prossimità delle elezioni presidenziali iraniane, che vedono Mahmoud Ahmadinejad sfidato da diversi autorevoli candidati riformisti.


I rischi insiti nell’operazione

Obama confida molto nel proprio carisma di comunicatore per raggiungere almeno in parte gli obiettivi. Ma i rischi che si appresta a correre sono notevoli. Tre spiccano su tutti. In primo luogo, l’apertura all’Iran e la disponibilità a mettersi in contrapposizione rispetto all’attuale governo israeliano implicano l’accettazione di una scommessa al buio sulla reazione da parte di Teheran. L’idea che pare ispirare la strategia di Obama è che l’obiettivo principale della politica estera iraniana in questa fase sia quello di accentuare la divaricazione tra Washington e Gerusalemme, che oltretutto renderebbe più difficile ad Israele l’opzione di un attacco militare preventivo contro le installazioni nucleari della Repubblica islamica. Non è detto però che i vertici politico-religiosi dello Stato iraniano siano allineati a questa visione. In particolare, non si può escludere che Teheran si accontenti di aver scavato un solco tra Israele e gli Stati Uniti senza in realtà rinunciare a nessuna delle proprie ambizioni, esattamente come sostiene la destra israeliana. Il successo diplomatico riportato potrebbe anzi persino permettere ad Ahmadinejad di affermare che la linea dell’oltranzismo è pagante, essendo riuscita a porre in rotta di collisione Obama ed il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. L’apertura di Obama, in quel caso, potrebbe tradursi nella svendita di una politica e in una sostanziale umiliazione della Casa Bianca, con effetti negativi a cascata in tutti i cosiddetti paesi arabi moderati.

Non bisogna poi dimenticare che il rilancio del dialogo tra gli Stati Uniti e l’Islam rappresenta un pericolo anche per il jihadismo internazionale, che con gli attacchi dell’11 settembre aveva cercato proprio di provocare uno scontro all’ultimo sangue tra “i crociati” e la comunità mondiale dei musulmani. In questo senso, paradossalmente, proprio l’eventuale successo del discorso di Obama potrebbe tradursi in un significativo aumento delle minacce gravanti sulla sicurezza nazionale americana, concretizzando lo scenario sommariamente tratteggiato nelle ultime settimane dall’ex vicepresidente Richard Cheney. Esiste, infine, un terzo fattore di rischio. Volando alto, con un discorso sul piano dei princîpi, il Presidente americano potrebbe semplicemente non essere creduto, tanto più che non più tardi di due mesi fa lo stesso Obama ha autorizzato l’incremento della presenza militare statunitense in Afghanistan e la conseguente prevedibile escalation delle operazioni contro le articolazioni della guerriglia integralista e jihadista all’opera in quel Paese. Non è un caso che sia proprio l’accentuazione di questa contraddizione, tra l’enunciazione della strategia del dialogo ed il comportamento materiale dell’amministrazione, lo strumento propagandistico al quale ha fatto immediatamente ricorso il network internazionale del terrore, sottolineando la sostanziale continuità esistente tra la politica estera del nuovo Presidente e quella del predecessore, George Walker Bush. Questi, giova ricordarlo, aveva immaginato di sconfiggere gli estremisti promuovendo una grande rivoluzione democratica in tutto il Medio Oriente, che avrebbe dovuto estendersi anche al Libano ed ai territori occupati dell’Autorità nazionale palestinese: un progetto che aveva incontrato un profondo scetticismo in Israele. Le similitudini sono quindi significative. Barack Obama è probabilmente atteso dal passaggio più delicato della sua breve ma folgorante carriera politica. (g.d.)