Atlantide
04.05.2009 - 17:36
Analisi
 
Fiat-Chrysler: le conseguenze geopolitiche dell’accordo
Roma, 4 mag 2009 17:36 - (Agenzia Nova) - La stampa italiana si è affannata a descrivere le probabili implicazioni economiche dell’importante accordo che, se tutto va bene, permetterà alla Fiat d’impossessarsi tra quattro anni del terzo colosso automobilistico statunitense, evidenziando soprattutto le prospettive che potrebbe dischiudere alla più importante impresa privata del nostro paese specialmente sui mercati nordamericani. Alcuni analisti si sono spinti leggermente più in là, richiamando l’attenzione sugli effetti che il take-over avviato dal Lingotto sarebbe in grado di dispiegare sull’immagine del nostro paese all’estero: un marchio di punta del Made in Italy, dopotutto, è penetrato nel cuore della nazione che più di ogni altra contribuisce attraverso il suo soft power a formare le percezioni e i desideri dell’opinione pubblica mondiale.

Coloro che si riconoscono nell’attuale maggioranza di governo hanno in ogni caso di che compiacersi, pur non avendo svolto un ruolo centrale nella vicenda. L’iniziativa assunta dalla Fiat a Detroit è in effetti anche una straordinaria affermazione della visione geoeconomica del ruolo dello Stato propugnata da Giulio Tremonti, dal momento che la grande azienda torinese è riuscita nell’impresa di convincere i suoi nuovi soci e la stessa amministrazione federale americana anche perché i contributi erogati dal fisco italiano con gli incentivi alla rottamazione l’avevano posta nella condizione d’intraprendere una campagna di acquisizioni all’estero, il cui prossimo tassello potrebbe essere l’annessione di Opel. I sostegni garantiti alla Fiat hanno spesso fatto mugugnare più di un italiano, ma è anche grazie alla periodica socializzazione delle sue perdite che il gruppo torinese è riuscito a rimanere a galla, mettendosi nelle condizioni di competere con buone chance di superare questa nuova stagione di concentrazioni nell’industria dell’auto.

Le esigenze del momento storico sono state interpretate al meglio con fantasia, respiro strategico e tempismo, trasformando la grave crisi internazionale in atto in un’opportunità di riscatto per il nostro paese ed illustrando in modo esemplare in che modo uno Stato moderno può intervenire utilmente nell’economia. Non sembra invece ancora essere stata avviata una seria riflessione sulle implicazioni che l’accordo tra Fiat e Chrysler potrebbe avere sul piano geopolitico complessivo ed in particolare sulla politica estera italiana ed il posizionamento del nostro governo sulla scacchiera internazionale. Potrebbero invece essere notevoli, specie se si verificassero alcune condizioni particolari. (g.d.)
 
La Fiat chiederà una politica estera più filoamericana
Roma, 4 mag 2009 17:36 - (Agenzia Nova) - Soltanto pochi mesi fa, alla vigilia dell’insediamento del Presidente Barack Obama alla Casa Bianca, ambienti diplomatici statunitensi avevano fatto intravedere la possibilità di un rapido deterioramento delle relazioni bilaterali tra Roma e Washington in seguito ai troppo frequenti pronunciamenti del presidente del Consiglio italiano in favore di Mosca, che avevano toccato anche dossier sensibili, come quelli relativi all’allargamento della Nato ed al futuro delle difese antimissilistiche in Europa. Si riteneva che Silvio Berlusconi avrebbe potuto risalire la china solo sfruttando a fondo tutte le opportunità offerte dall’esercizio della presidenza di turno del G8, confidando nel frattempo in qualche gesto distensivo tra Stati Uniti e Federazione Russa.

Il basso profilo assunto negli ultimi mesi da Palazzo Chigi nei confronti di Mosca ha avuto la sua manifestazione più visibile nel diradamento dei vertici bilaterali italo-russi, al quale ha dato un inopinato apporto anche il terremoto abruzzese del 6 aprile scorso. Berlusconi ne ha infatti approfittato per cancellare una visita di Stato in Russia, improvvisamente divenuta inopportuna. Ovviamente, il governo italiano non ha bruscamente interrotto le relazioni con quello della Federazione - tutt’altro - ma ha preferito assicurare continuità alla collaborazione con il Cremlino e soprattutto con il premier, Vladimir Putin, utilizzando canali meno vistosi, in modo tale da diffondere all’esterno la percezione di una presidenza del Consiglio un po’ meno entusiasticamente filorussa del passato. Talvolta, la politica estera è una questione di toni ed accenti.

Berlusconi è riuscito a riconquistare terreno anche sfruttando l’opportunità offertagli dall’atteggiamento fortemente antiturco manifestato dalla Francia e dalla Germania in occasione del summit del sessantenario dell’Alleanza Atlantica, accreditandosi presso Obama come l’avvocato dell’ingresso di Ankara nell’Unione Europea. L’improvvisa irruzione della Fiat nell’industria statunitense dell’automobile ha certamente modificato ulteriormente il quadro, anche perché il management della multinazionale piemontese ha realizzato la propria entrata in Chrysler con l’attivo sostegno della Casa Bianca ed apparentemente senza quello di Palazzo Chigi, in qualche modo trasformandosi in un elemento di traino della relazione bilaterale italo-americana.

L’investimento (per ora soprattutto tecnologico) fatto dalla casa torinese ed i sostegni ottenuti dall’amministrazione Obama dovranno infatti essere consolidati e protetti, mantenendo un’opportuna cornice politica di riferimento. Ed è chiaro che d’ora in avanti, specialmente nei prossimi quattro anni, Fiat vigilerà con maggiore attenzione sullo stato dei rapporti tra Roma e Washington. Dovrebbero risentirne anche i sindacati e lo stesso Partito democratico, che peraltro ha assunto già da diversi mesi orientamenti marcatamente filoamericani. Non è da escludere che nel presidiare il carattere atlantico della nostra politica estera Fiat finisca con l’imbattersi nella resistenza dell’Eni, che è diventato uno degli strumenti d’elezione dell’apertura italiana verso Mosca e ha da tempo maturato un proprio interesse all’approfondimento delle relazioni con la Russia. Tale scenario di contrapposizione tra i due maggiori conglomerati italiani sarebbe inevitabile in caso di gravi tensioni internazionali tra gli States e la Federazione, e non mancherebbe di riflettersi anche sugli equilibri politici interni. (g.d.)
 
Mentre l’Eni continuerà a guardare verso Est
Roma, 4 mag 2009 17:36 - (Agenzia Nova) - Quello tra Fiat ed Eni non sarebbe peraltro un dualismo veramente nuovo, esistendo precedenti significativi negli anni Cinquanta, ma questa volta restringerebbe considerevolmente i margini di manovra a disposizione di Palazzo Chigi. Che potrebbe ridimensionare la portata politica delle relazioni con la Russia soltanto se a Mosca sviluppi politici locali oscurassero la stella di Vladimir Putin o provocassero comunque la decomposizione degli attuali equilibri russi: una prospettiva oggi forse meno irrealistica di un anno fa. Tutto, evidentemente, è possibile, data la straordinaria complessità della politica internazionale contemporanea ed il gran numero di variabili che vi agiscono.

L’interesse italiano, comunque, rimane sempre quello di valersi della carta americana e di quella russa per fare affari, al tempo stesso compensando la debolezza politica del nostro paese in Europa e le forti ostilità che lo circondano nell’Unione, comprovate ultimamente anche dall’infelice quanto inopportuna sortita dell’eurocommissario tedesco Guenther Verheugen, in merito alle ambizioni della Fiat nei confronti di Chrysler ed Opel. Ma la posta in gioco è ora più alta di quanto lo fosse nel 2001. E la situazione internazionale decisamente più precaria. Saremo costretti ad assistere con crescente apprensione alle frequenti prove di forza che ridefiniranno le sfere d’influenza ed i rapporti di forza tra la Russia e l’Occidente.

A dispetto della volontà di distensione enunciata da tutte le parti coinvolte, i bracci di ferro sul Caucaso, sull’Ucraina e sull’Asia Centrale non accennano a diminuire, così come quelli che concernono la politica energetica europea. Anzi, è probabile che si moltiplichino. La nostra politica estera sarà quindi chiamata a dimostrarsi ancor più dinamica e creativa: tanto Palazzo Chigi quanto la Farnesina sanno che essere costretti a scegliere tra Mosca e Washington obbligherebbe l’Italia a sopportare sacrifici forse insostenibili e forse anche la lacerazione del suo sistema politico interno. (g.d.)