Atlantide
18.11.2018 - 12:41
ANALISI
 
Libia: perché la conferenza di Palermo è stata un successo
Roma, 18 nov 2018 12:41 - (Agenzia Nova) - di Fabio Squillante - Lunedì 12 e martedì 13 novembre si tiene a Palermo l’attesa conferenza internazionale sulla Libia. Descritta come un insuccesso ancor prima d’iniziare, e bollata a fine lavori come un fiasco da quasi tutti i commentatori, la conferenza rappresenta invece un notevole successo per il nostro paese che, nonostante la debolezza del proprio sistema politico, raccoglie i frutti di un quadro internazionale estremamente favorevole. Un contesto che vede i sauditi ormai distanti dai francesi; i russi in rapporti di stretta collaborazione con Riad; gli Usa favorevoli ad un recupero della sovranità italiana a scapito di Parigi e l’Egitto soddisfatto dei successi esplorativi dell’Eni.

Proprio nei giorni del vertice di Palermo, del resto, la nostra compagnia energetica firma due importanti accordi con gli Emirati Arabi Uniti: il paese che rappresenta il maggiore sponsor internazionale del generale Khalifa Haftar, uomo forte di Bengasi.

Nel capoluogo siciliano giungono tutti i principali attori libici, ma anche il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi, quello tunisino Beji Caid Essebsi, il primo ministro algerino Ahmed Ouahya, il vice presidente turco Fuat Oktay, il ministro degli Esteri francese Jean Le Drian, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e decine di altri tra premier, ministri e rappresentanti di alto grado. Per la Russia arrivano il primo ministro, Dmitrij Medvedev, ed il vice ministro degli Esteri Mikhajl Bogdanov: l’uomo che segue in prima persona tutti i dossier più caldi nel Grande Medio Oriente.

Gli Stati Uniti mantengono un profilo basso, inviando solo un alto funzionario – come fanno Cina, Germania ed Arabia Saudita – ma seguono la conferenza con attenzione, e ne salutano le conclusioni con un comunicato del dipartimento di Stato estremamente positivo.

Il documento finale, condiviso da tutti i partecipanti, con la significativa eccezione della Turchia, ricalca il piano delle Nazioni Unite e, quindi, le posizioni che l’Italia ha a lungo difeso. La Francia, che aveva cercato di forzare le tappe, convocando elezioni presidenziali a dicembre, deve inghiottire un amaro boccone. All’inizio del prossimo anno, infatti, sarà convocata a Tripoli una conferenza tesa a disegnare il futuro quadro costituzionale e le leggi necessarie ad eleggere parlamento e presidente. Le elezioni parlamentari dovrebbero tenersi a giugno, mentre per quelle presidenziali si dovrà attendere il 2020.

E’ un brutto colpo per Haftar, l’uomo che Macron avrebbe voluto vedere alla presidenza della Libia già entro la fine di quest’anno. Per salvare la faccia il generale si rifiuta di partecipare alla sessione plenaria e, intervistato da “Libya al Hadath”, la televisione di Bengasi, afferma: “Ero lì solo per incontrare il primo ministro (Giuseppe Conte, ndr) e dopo di che me ne sono andato immediatamente. Ho visto tutti, ma non ho niente a che fare con loro (…). Non parteciperei neanche se rimanessi un centinaio di anni. Non ho niente a che fare con questo. La mia partecipazione è limitata ai ministri dell'Europa e dopo i miei incontri partirò immediatamente” (Agenzia Nova, 13.11.18).

Ma mentre parla, il generale si trova appunto a Palermo e i suoi rappresentanti partecipano a tutti i tavoli tecnici della conferenza, assieme con i funzionari del premier di Tripoli, Fayez al Sarraj, ed agli inviati del presidente del parlamento di Tobruk e del Consiglio di Stato di Tripoli. Haftar è costretto ad accettare persino la permanenza del rivale Sarraj alla guida del governo riconosciuto dall’Onu, almeno fino alle prossime elezioni parlamentari.

Nel vertice ristretto cui, per volere di Al Sisi, non partecipa la Turchia, il generale chiede di poter guidare le future Forze armate unificate libiche: un riconoscimento che gli italiani sono disposti ad accordargli ma che nessuno, per ora, ha ancora accettato formalmente. La creazione di un comando unico, del resto, non potrà cancellare le milizie delle diverse città-stato, e dovrà piuttosto limitarsi ad inquadrarle sotto un ombrello istituzionale comune, almeno nella prima fase di ricostruzione dello Stato.

Il governo di Tripoli, guidato da Sarraj, ha già ottenuto, pochi giorni prima della conferenza, la levata dell’embargo Onu all’acquisto di armi: un divieto che resta invece in vigore nei confronti delle forze di Haftar.

L’Italia, infine, ottiene soddisfazione anche sul fronte di quelle che, per comodità, vengono indicate come “istituzioni economiche”. La Banca centrale e la Compagnia petrolifera nazionale, infatti, dovranno distribuire le risorse equamente tra le varie regioni del paese, ma dovranno restare sotto il controllo centrale. Bengasi, in altre parole, dovrà rinunciare non solo ai sogni di secessione, ma anche allo sfruttamento autonomo delle risorse petrolifere della Cirenaica.

C’è un ultimo elemento positivo che va sottolineato, pur essendo presentato quasi unanimemente come dimostrazione del fallimento della conferenza: la presa di distanza dell’Italia dalla Turchia. Fuat Oktay, il vice di Recep Tayyip Erdogan, lascia infatti Palermo perché non invitato a partecipare al vertice ristretto in cui si prendono le decisioni sul futuro della Libia. Sempre per volontà di Al Sisi, non viene invitato nemmeno il principe Mohamed bin Abdulrahman al Thani, vice premier e ministro degli Esteri del Qatar, ma egli resta a Palermo, pur rappresentando il paese che dall’inizio delle “primavere arabe” ha sostenuto la Fratellanza musulmana assieme alla Turchia, con colossali finanziamenti e con la potenza mediatica dell’emittente satellitare “Al Jazeera”.

Turchi e qatarini hanno sempre potuto contare sul sostegno di Misurata, terza città del paese per popolazione e seconda per forza militare. La città fu il maggior centro di resistenza all’occupazione italiana, anche perché contava – e conta – un gran numero di abitanti d’origine turca: quasi 25 mila, secondo il censimento del 1936, pari all’11,6 per cento della popolazione (da allora la popolazione è passata da 215 a 281 mila abitanti). Misurata, tuttavia, è stata rappresentata a Palermo dal vice premier del governo di accordo nazionale, Ahmed Maiteeq, molto vicino all’Italia, e nel recente rimpasto ha ottenuto che il ministero dell’Interno fosse affidato a Fathi Ali Basha Agha, punto di riferimento politico delle milizie cittadine.

Quel che è più importante, è il fatto che la presa di distanza dalla Turchia riallinea il nostro paese con la posizione della Casa bianca. Sostenuta con forza da Hillary Clinton durante il primo mandato di Barack Obama, la Turchia di Erdogan ha pessimi rapporti con Donald Trump, che punta invece su Israele ed Arabia Saudita. Proprio il riposizionamento di Riad è uno dei motivi principali del ritrovato spazio di manovra dell’Italia in Libia.
 
Agenzia Nova