Atlantide
10.06.2017 - 19:34
Analisi
 
May perde le elezioni, Londra più debole nel negoziato con l’Ue
Roma, 10 giu 19:34 - (Agenzia Nova) - di Fabio Squillante - Giovedì 8 giugno i cittadini del Regno Unito puniscono il primo ministro, Theresa May, nelle elezioni anticipate da lei stessa volute, per rafforzare la propria maggioranza parlamentare in vista dei negoziati sull’uscita del paese dall’Unione Europea. Il Partito conservatore può ora contare su 318 seggi, 13 in meno rispetto alla precedente legislatura, e sei in meno della maggioranza assoluta della Camera dei comuni. La May non si dimette e annuncia anzi la formazione di una nuova maggioranza, con i 10 parlamentari conquistati dal Partito unionista dell’Irlanda del Nord.

La sconfitta non potrà non pesare sugli equilibri interni al Partito conservatore, che resta comunque fermo sulla strada obbligata della “Brexit”. Il nuovo governo sarà più debole del precedente, e la leadership della May potrebbe essere messa in discussione al primo rovescio. L’opposizione laborista appare galvanizzata dai 262 seggi conquistati (30 in più), mentre la scomparsa del Partito indipendentista del Regno Unito dal parlamento testimonia dei nuovi dubbi dell’elettorato sulla scelta della secessione dall’Ue. L’unico elemento positivo, per i conservatori, è il forte calo subito dal partito nazionale scozzese, che passa da 54 a 35 seggi parlamentari.

Aldilà di quelli che saranno gli equilibri interni al paese, quel che importa sottolineare è che il negoziato tra Londra e Bruxelles sarà ora ancor più difficile da gestire per la May. La sua debolezza interna la spingerà probabilmente a cercare un successo nelle trattative con Bruxelles. Un risultato che sarà impossibile da ottenere, poiché i leader di Germania e Francia hanno tutto da guadagnare da un brusco ridimensionamento dell’influenza britannica in Europa ed oltre. La sconfitta della premier britannica viene infatti accolta con malcelata soddisfazione in alcune capitali europee, ed è significativo che Bruxelles inviti Londra a non provocare ritardi nell’avvio delle trattative sulla “Brexit”, che dovrebbero iniziare lunedì 19 giugno.

E’ possibile che la May ammorbidisca le sue posizioni, ma resta quanto mai improbabile che i leader dell’Unione accettino di scendere a compromessi su alcuni punti di principio. Il Regno Unito dovrà onorare tutti gli impegni finanziari presi in ambito comunitario, valutati in almeno 60 miliardi di euro. Dovrà garantire i diritti dei tre milioni di cittadini europei residenti sul suo territorio. E per poter avere accesso al Mercato unico europeo, dovrà accettare anche la libera circolazione delle persone. Condizioni dure da digerire, soprattutto per il capo di un governo che potrà contare su appena tre seggi di scarto. La possibilità che il Partito conservatore sconfessi la May e scelga un nuovo primo ministro appare elevata, ma non è detto che l’eventuale nuovo premier potrà trovare a Bruxelles accoglienza migliore. I cittadini britannici hanno iniziato a capire che la “Brexit”, forse, non è stata un buon affare. E' improbabile, tuttavia, che siano già consapevoli dell'impatto negativo che essa avrà sull'autorevolezza del loro paese, e sul suo peso nell'arena internazionale.
 
Agenzia Nova
 
Un filo rosso tra Londra, Doha e Teheran
Roma, 10 giu 19:34 - (Agenzia Nova) - Sul risultato del voto britannico influiscono anche i due gravi attacchi terroristici realizzati in piena campagna elettorale da militanti suicidi islamisti a Manchester e a Londra. Attentati che sembrano del tutto slegati dalle vicende che, negli stessi giorni, turbano i già precari equilibri mediorientali. In verità, però, un filo rosso collega gli atti terroristici perpetrati nel Regno Unito, le fortissime tensioni tra Arabia Saudita e Qatar, ed infine l’assalto terroristico al parlamento iraniano ed al mausoleo dell’imam Khomeini a Teheran. Per individuarlo conviene però tornare ai quattro anni del primo mandato presidenziale di Barack Obama. In quel periodo il dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, favorì le cosiddette “primavere arabe”, garantendo un robusto sostegno alla Fratellanza musulmana. Una politica condivisa dall’allora primo ministro britannico, David Cameron, il quale sostenne la Fratellanza in tutta l’area del “Grande Medio Oriente”: dalla Libia, dove la confraternita è particolarmente forte a Misurata, fino alla Siria, dove le milizie della Fratellanza godono del robusto sostegno turco. La posizione britannica, non a caso, provocò tensioni con l’Egitto del presidente Abdel Fatah al Sisi, emerse evidenti in occasione del caso Regeni. Nata negli anni Venti in Egitto come società di mutuo soccorso operaio, la Fratellanza ebbe – ed ha ancora – nel presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il suo principale attore politico, e nel Qatar, piccolo ma ricchissimo emirato governato dagli Al Thani, la sua principale fonte di finanziamento. Grazie alla tv satellitare Al Jazeera, seguita in tutto il mondo arabo, la Fratellanza ebbe a disposizione anche una formidabile arma propagandistica. Improntata all’islamismo wahabita, corrente dominante in Arabia Saudita, la Fratellanza è però intimamente repubblicana, con caratteristiche molto simili alle massonerie occidentali. Essa viene quindi considerata con estremo allarme dalle monarchie assolutistiche del Golfo Persico, ed in primo luogo da quella saudita. L’Egitto, con la rivoluzione guidata dalla Fratellanza prima, e poi con il colpo di Stato organizzato dal generale al Sisi, fu il principale terreno di scontro tra i due avversi schieramenti dell’Islam sunnita, che si affrontarono però – ed ancora si confrontano – in Tunisia, Libia, Siria e molti altri paesi.
 
Agenzia Nova
 
La svolta di Trump in favore dei sauditi
Roma, 10 giu 19:34 - (Agenzia Nova) - La “Grande guerra” del Medio Oriente è complicata dalla presenza di una terza componente, avversa ad entrambe le precedenti: l’Islam sciita, guidato dall’Iran. Dopo i grandi stravolgimenti provocati dalle “primavere arabe”, Obama operò un importante cambiamento nella sua politica mediorientale. Egli estromise la Clinton dal dipartimento di Stato, affidandolo a John Kerry; evitò in ogni modo un coinvolgimento nel conflitto armato siriano, e portò avanti con determinazione i negoziati sul nucleare iraniano, in modo da ristabilire nella regione un equilibrio di potenza capace di contenere l’ormai grande esuberanza della Turchia. Questa politica, tuttavia, scontentò gli alleati tradizionali degli Stati Uniti: Israele e Arabia Saudita, uniti da un unico elemento: l’ostilità nei confronti dell’Iran. Nel suo recente viaggio in Medio Oriente, l’attuale presidente Usa, Donald Trump, ha inteso chiaramente riprendere il tradizionale impianto della politica di Washington nella regione. Lungi dal voler diffondere la democrazia, Trump ha promesso un impegno in favore della stabilità, chiedendo la fine del sostegno alle diverse formazioni terroristiche islamiche, ma additando l’Iran come unico paese sostenitore del terrorismo. Nello spregiudicato gioco diplomatico mediorientale, i governanti di Riad hanno interpretato il ritrovato sostegno Usa come un incitamento a prendere l’iniziativa contro gli avversari. Ciò non vuol certo dire che siano stati i sauditi a provocare gli attentati nel Regno Unito, anzi. Le monarchie del Golfo hanno profondi, storici legami con l’establishment britannico, ma la guerra a distanza tra i diversi contendenti mediorientali è chiaramente ripresa con nuova lena, e gli effetti sono difficilmente controllabili. D’altra parte, il fatto che la nazionale di calcio saudita si sia rifiutata di osservare un minuto di silenzio ad Adelaide, in occasione della partita con l’Australia, è indicativo della avversione con cui Riad guarda alla politica mediorientale di Londra. L’attacco terroristico sferrato a Teheran, contro il parlamento iraniano ed il mausoleo dell’imam Khomeini, può invece essere direttamente collegato alla svolta anti-iraniana impressa da Trump alla politica Usa.
 
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Arabia Saudita e alleati isolano il Qatar
Roma, 10 giu 19:34 - (Agenzia Nova) - Lunedì 5 giugno i governi di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Yemen ed Egitto, seguiti da Maldive ed in parte dalla Giordania, congelano le relazioni diplomatiche con il Qatar. Essi ordinano la partenza dei cittadini qatarioti dai propri territori entro 48 ore, chiudono i canali bancari e finanziari, sigillano le frontiere dell’emirato rivale e chiudono spazio aereo e porti ai traffici da e verso il Qatar. Il paese – una superpotenza gassifera con solo due milioni di abitanti – si trova così solato, impossibilitato a ricevere le forniture anche alimentari dall’estero, da cui dipende in maniera pressoché totale. L’azione viene giustificata con accuse di finanziamento al terrorismo e d’intesa con l’Iran. In verità, il Qatar sostiene da anni con finanziamenti e con la propria tv satellitare non solo la Fratellanza musulmana, ma anche diverse milizie presenti ad esempio in Siria. Un comportamento che, tuttavia, è condiviso con Arabia Saudita ed alleati, che hanno speso miliardi di dollari in aiuti alle formazioni salafite in Libia, Siria, Yemen. Vero è anche che il Qatar mantiene regolari relazioni diplomatiche con Teheran, ma soprattutto perché condivide con l’Iran la proprietà di un enorme giacimento di gas, situato a cavallo del confine delle zone marittime esclusive dei due paesi. A parte questo, il Qatar e la Turchia, sua alleata, hanno fatto il possibile per contrastare l’influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Gaza, proprio come i sauditi. A seguito del fallito colpo di stato in Turchia, nel luglio dello scorso anno, il presidente Erdogan si è molto riavvicinato al presidente russo, Vladimir Putin, con il quale ha trovato un accordo per la riduzione delle ostilità in Siria. I due paesi hanno intrecciato un fitto dialogo anche con l’Iran, che non ha interrotto l’ostilità tra Ankara e Teheran, ma l’ha confinata ad alcuni temi ed aree specifici. Allo stesso modo sono migliorati i rapporti tra Mosca ed il Qatar, che è entrato con il proprio fondo sovrano (Qia) nell’azionariato di Rosneft, compagnia petrolifera controllata dallo stato russo.
 
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La crisi del Golfo avrà conseguenze anche in Libia
Roma, 10 giu 19:34 - (Agenzia Nova) - La crisi aperta dai sauditi e dai loro alleati rischia di mettere in ginocchio il Qatar, ma potrebbe anche rivelarsi controproducente. Per difendere l’emirato alleato, infatti, il governo turco si è fatto autorizzare dal parlamento a dispiegare un significativo contingente militare in Qatar. L’Iran, inoltre, ha offerto al governo di Doha di sostituire con proprie forniture alimentari le derrate fino a pochi giorni fa importate attraverso il confine saudita, e ha messo a disposizione del Qatar tre dei propri porti, dotati di acque sufficientemente profonde per ospitare le navi porta-container, per il trasbordo delle merci nell’emirato. L’aggressiva manovra diplomatica saudita rischia di mettere in imbarazzo anche gli Stati Uniti. Il presidente Trump, infatti, ha in un primo tempo salutato con favore le decisioni di Riad, salvo poi telefonare all’emiro del Qatar, Sheikh Tamim al Thani, proponendosi come mediatore. I responsabili militari Usa hanno spiegato al presidente che l’emirato ospita la più grande base militare Usa nella regione. Una base dove sono schierati 120 velivoli e undicimila militari, e da dove partono le missioni contro lo Stato islamico in Siria e in Iraq. La partita, apparentemente lontana dai nostri interessi nazionali, riveste in realtà grande importanza anche per l’Italia. In Libia, infatti, sauditi, egiziani ed alleati sostengono con forza le truppe del generale Khaifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, il quale è riuscito nelle ultime settimane ad estendere il proprio controllo a buona parte del Fezzan. Per causa sua, si è fortemente ridotto lo spazio di manovra di Fayez al Sarraj, leader del Consiglio presidenziale che, basato a Tripoli, è sostenuto dall’Italia, ed ormai quasi solo formalmente dalla comunità internazionale. Nel grande gioco della politica mediorientale, una sconfitta del fronte che sostiene la Fratellanza musulmana costringerebbe il nostro governo ad accelerare la revisione della propria politica nel paese.
 
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