Atlantide
08.12.2017 - 14:16
Analisi
 
I negoziati tra un ebreo e un saudita vanno salutati con favore
Roma, 8 dic 14:16 - (Agenzia Nova) - (di Fabio Squillante) - Mercoledì 6 dicembre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annuncia la decisione di spostare l’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Il suo discorso provoca durissime reazioni in gran parte del mondo musulmano, anche perché preceduto dalla rivelazione, da parte del New York Times, di un nuovo piano concordato tra Usa, Arabia Saudita ed Israele, in base al quale l’intera Gerusalemme sarebbe riconosciuta come capitale dello Stato ebraico, mentre lo stato palestinese stabilirebbe la propria capitale ad Abu Dis, al di fuori di quello che è il tracciato del cosiddetto “muro di separazione”. Al piano lavorerebbero in prima persona il giovane erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, ed il genero di Trump, Jared Kushner. I due sarebbero legati da sincera amicizia e si scambierebbero quotidianamente telefonate e messaggi (New York Times, 4,12,17).

Questi dettagli sollevano l’indignazione dei musulmani nei confronti dell’erede al trono, sia per l’amicizia con Kushner, un ebreo osservante, sia per la rinuncia a Gerusalemme Est. Come spesso accade, tuttavia, la realtà è alquanto diversa. Abu Dis, infatti, è il quartiere di Gerusalemme Est in cui Yasser Arafat, allora presidente dell’Autorità nazionale palestinese, fece costruire il parlamento del nuovo Stato nel 1995, due anni dopo la firma degli accordi di pace con Israele. La decisione di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme era stata adottata dal Congresso degli Stati Uniti nello stesso anno: da una maggioranza repubblicana, certo, ma sotto la presidenza di Bill Clinton, il quale non diede poi seguito alla risoluzione. Dopo Clinton, anche George Bush junior e Barack Obama si erano impegnati a riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele.

I punti principali del piano discusso da Kushner e bin Salman, infine, erano stai illustrati al presidente palestinese, Mahmoud Abbas, il quale aveva portato le sue rimostranze a Riad. Nei giorni scorsi, dunque, l’erede al trono dei Saud aveva ribadito che nessun accordo di pace sarebbe possibile, senza il consenso dei palestinesi. La decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme appare dunque come un tentativo di forzare la mano al presidente palestinese.

Sta di fatto che la rivelazione del New York Times pone in cattiva luce il tentativo di Mohammed bin Salman di rilanciare un piano presentato nei suoi punti principali dai sauditi già nel 2002: creazione di due Stati, quello ebraico con capitale Gerusalemme Ovest, e quello palestinese con capitale Gerusalemme Est; firma di un trattato di pace comprensivo tra arabi ed israeliani; riconoscimento d’Israele da parte dei paesi arabi. Quel che è effettivamente cambiato è il contesto politico, ben esemplificato dalla collaborazione diretta tra un ebreo osservante – Kushner – e colui il quale dovrebbe presto diventare il custode dei luoghi santi dell’Islam: un fatto di per sé rivoluzionario. Un contesto reso possibile dal forte sostegno garantito da Trump all’Arabia Saudita e ad Israele, nel confronto con l’Iran. E dalla determinazione di Mohammed bin Salman, il quale ha lanciato un coraggioso tentativo di riforma del regno che prevede la modernizzazione sociale, la laicizzazione dello Stato ed il taglio dei legami con l’estremismo wahabita.

L’anticipazione del New York Times complica notevolmente il compito dell’erede al trono, tende a minarne l’autorevolezza e potrebbe ostacolare seriamente i negoziati preliminari in corso. Vale la pena di sottolineare, tuttavia, che la manovra diplomatica avviata dall’Amministrazione Trump non è improvvisata, e che lo stesso presidente Usa non è isolato come molti osservatori ritengono. Proprio ieri, giovedì 7 dicembre, l’ambasciatore russo in Israele, Aleksandr Shejn, ha fatto diffondere una nota in cui si esprime la disponibilità di Mosca a spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, una volta raggiunto un accordo di pace comprensivo tra arabi ed israeliani. Nonostante la “preoccupazione” formale per la decisione unilaterale della Casa bianca, del resto, fonti diplomatiche russe fanno sapere che “Mosca considera Gerusalemme Ovest come capitale di Israele, e Gerusalemme Est come capitale della Palestina” (Sputnik, 7.12.17).

Le aspre reazioni all’annuncio di Trump da parte del leader di Hamas, Ismayl Haniye; del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan; del presidente iraniano, Hassan Rohani, lasciano comunque capire come Fratellanza musulmana e Islam sciita faranno il possibile per cavalcare l’indignazione, far fallire i negoziati preliminari e, forse, anche per evitare l’ascesa al trono di Mohammed bin Salman.
 
Agenzia Nova