Atlantide
08.04.2017 - 17:38
Analisi
 
Trump ferma l’espansionismo russo nel Mediterraneo
Roma, 8 apr 17:44 - (Agenzia Nova) - di Fabio Squillante - Sottoposto ad una forte pressione da parte del Partito democratico, ma anche da ampi settori del Partito repubblicano, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha colto l’occasione offerta dal presunto uso di armi chimiche da parte del regime siriano di Bashar al Assad, per liberarsi dell’ormai imbarazzante aggancio con la Russia di Vladimir Putin, imprimendo una svolta pragmatica alla sua presidenza.

Con il bombardamento della base aerea di Shayrat, la seconda più importante della Siria, il leader della Casa bianca ottiene una serie di risultati. Egli ricompatta il Partito repubblicano, attraversato da malumori e dissensi per i rovesci su immigrazione e sanità, ma soprattutto a causa della sintonia tra Trump e Putin.

La rapidità e la violenza della risposta all’uso dei gas in Siria, consente inoltre al presidente di differenziarsi dal suo predecessore, Barack Obama, ripetutamente accusato da Trump, durante la campagna elettorale, di aver aggravato il conflitto siriano con la propria indecisione.

Il bombardamento, però, segnala una svolta politica più ampia, tesa a ristabilire le priorità tra Washington e Mosca, e segna la fine dell’espansionismo russo nel Mediterraneo. Per arrivare a questo, Trump ha dovuto fare un bagno di realismo, forzando almeno in parte la propria indole e scendendo a compromessi sia con l’establishment repubblicano, che l’ha finora osteggiato, sia con le leadership degli alleati europei, da subito fredde con il nuovo inquilino della Casa bianca. Non a caso, il bombardamento in Siria è stato immediatamente salutato con entusiasmo dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, e dal presidente francese, François Hollande.


Trump sotto attacco per i rapporti con Putin

Dopo i rovesci subiti sul piano della lotta all’immigrazione clandestina e su quello della riforma sanitaria, gli attacchi a Trump si concentrano sul punto più debole dell’amministrazione: l’orientamento filo-russo. Nel Congresso, democratici e repubblicani dissidenti premono per l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul tema, mentre Russia e Bielorussia – repubblica cruciale per la difesa strategica di Mosca – vengono investite da una nuova ondata di manifestazioni anti-regime. La prevedibile repressione delle dimostrazioni di protesta, rilancia in Occidente le accuse contro Vladimir Putin, accrescendo la pressione su Trump.

Il presidente tenta comunque di mantenere la linea di apertura nei confronti del leader del Cremlino. Lo si vede dopo l’attentato terroristico che, il 4 aprile, provoca 14 morti e decine di feriti nella metropolitana di San Pietroburgo, proprio mentre Putin è in città. Trump offre subito a Mosca un’alleanza per combattere assieme contro il terrorismo, ma già il giorno dopo egli cambia radicalmente posizione.


Un bombardamento in Siria mette Trump alla prova

Mercoledì 5 aprile l’aviazione del presidente siriano, Bashar al Assad, bombarda Khan Shaykhun, una cittadina nei pressi di Idlib controllata dalle milizie legate ad al Qaeda, che vi hanno concentrato le forze dopo la sconfitta di Aleppo. Subito dopo il bombardamento, l’Osservatorio siriano per i diritti umani diffonde le foto di persone uccise da armi chimiche. I morti sono almeno 60, molti dei quali bambini. I portavoce del regime smentiscono l’uso di armi chimiche, e lo stesso fanno i russi, ma i servizi di Francia, Regno Unito e Stati Uniti puntano il dito contro le forze di Assad.

In assenza di un’inchiesta indipendente, è impossibile dire cosa sia davvero accaduto, ma le conseguenze della strage sono evidenti. La rappresentante di Trump all’Onu, Nikki Haley, afferma che “Assad, la Russia e l'Iran non hanno interesse nella pace”. Appena una settimana prima, lei ed il segretario di Stato, Rex Tillerson, sostenevano che il presidente siriano non è un ostacolo per i negoziati di pace. Ora, invece, Trump ha una reazione immediata: estromette il proprio consigliere strategico, Steve Bannon, dal Consiglio di sicurezza nazionale, marcando così una svolta netta nella politica estera della sua amministrazione.

Prezioso per conquistare i consensi necessari a vincere le presidenziali, Bannon è lo stratega che ha definito l’agenda del presidente per quanto riguarda la lotta all’immigrazione clandestina, la battaglia contro la riforma sanitaria di Barack Obama, e l’avvicinamento alla Russia di Vladimir Putin. Proprio i fronti su cui Trump ha subito i più duri attacchi nei primi due mesi alla Casa bianca, e le peggiori sconfitte.


Trump coglie il suo primo successo sganciandosi da Mosca

L’allontanamento di Bannon dal Consiglio di sicurezza nazionale segnala l’inizio di una nuova fase, più pragmatica, della presidenza Usa. Lo stesso giorno Trump da indicazione ai vertici delle Forze armate di studiare un’immediata rappresaglia contro le forze di Assad. Nelle prime ore di venerdì 7 aprile, dunque, due cacciatorpediniere in navigazione nel Mediterraneo orientale, la Uss Ross e la Uss Porter, lanciano 59 missili da crociera contro la base aerea siriana di Shayrat, a sud-est di Homs. Nella base, oltre ai cacciabombardieri di Assad, si trova certamente uno stormo di elicotteri d’assalto russi. Mosca, però, viene avvertita un’ora prima dell’attacco, e i mezzi vengono ridislocati. Forse non solo quelli russi.

La base, infatti, non subisce ingenti danni, e i siriani denunciano la perdita di soli sei uomini e sei cacciabombardieri. Pur avvertiti, i militari russi non usano le batterie missilistiche S400 di cui dispongono, e che sarebbero probabilmente in grado di colpire i Tomahawk statunitensi. Certo, Mosca denuncia con forza l’attacco contro un paese sovrano, annuncia l’invio di una nave da guerra nello specchio di mare in cui si trovano i cacciatorpediniere Usa, e soprattutto chiude il canale di comunicazione che ha finora evitato ogni incidente in Siria, tra le Forze aeree russe e quelle degli Stati Uniti.

Resta il fatto che l’escalation del conflitto tra Mosca e Washington in Medio Oriente è impensabile. La possibilità di trovare un accordo generale con gli Stati Uniti resta prioritaria per il presidente Putin, e lo stesso Trump sa bene che non si può districare la matassa siriana senza un’intesa con Mosca. La sua amministrazione, del resto, fa subito sapere che l’attacco missilistico non è il preludio ad un più ampio impegno nel conflitto. E la visita a Mosca del segretario di Stato, Rex Tillerson, prevista per lunedì 10 aprile, non viene annullata.

Il bombardamento di Shayrat segna comunque la fine dell’inazione di Washington nel Mediterraneo. Negli anni del suo secondo mandato, il presidente Obama aveva evitato, per quanto possibile, ogni coinvolgimento nei conflitti in atto in Siria e in Libia, limitandosi a sporadiche azioni chirurgiche, o al sostegno a forze locali. Una linea di condotta che ha consentito a Putin di giocare un ruolo da protagonista in Siria e in tutta la regione.

La fase in cui il presidente russo poteva esercitare liberamente nel Mediterraneo la propria grande abilità strategica, appare ora conclusa. Ed un Trump rafforzato in patria e all’estero potrà favorire l’avvio di un processo negoziale che apra la prospettiva della fine del conflitto in Siria.
 
Agenzia Nova