Atlantide
04.06.2018 - 10:01
ANALISI
 
Il tramonto del sogno di un'Europa potenza globale
Roma, 4 giu 10:01 - (Agenzia Nova) - Di Fabio Squillante - Il futuro del progetto europeista non è mai stato tanto incerto quanto oggi. La decisione dell’amministrazione Usa di non esentare l’Unione Europea dai pesanti dazi su acciaio ed alluminio, ha messo in evidenza ancora una volta le divisioni tra i paesi membri, isolando la Germania come bersaglio privilegiato delle politiche di Donald Trump.

Berlino è il primo fornitore europeo degli Stati Uniti per quel che riguarda acciaio ed alluminio, con quasi 2 miliardi di dollari esportati lo scorso anno. Nel complesso, la Germania vanta un surplus commerciale con Washington che nel 2017 ha raggiunto 64,25 miliardi di dollari. In Germania poco meno di un posto di lavoro su due dipende dall’export. Anche l’Italia ha un surplus importante, pari a 31,6 miliardi di dollari, ma il nostro paese non è mai stato oggetto degli strali di Trump. Secondo Federacciai, inoltre, i danni che le nostre imprese potrebbero subire dai dazi appena introdotti sono modesti, più o meno 200 milioni di dollari.

Il commercio estero è una politica comunitaria, il che significa che i paesi membri dell’Ue non trattano direttamente con gli altri paesi: lo fa Bruxelles per tutti. La Commissione europea si appresta ad approvare misure di ritorsione nei confronti di 187 prodotti Usa, ma intanto singole imprese di vari paesi europei hanno già chiesto di essere esentate dai dazi Usa, per un motivo o per l’altro. Lo stesso è accaduto, ad esempio, con la francese Total per quanto riguarda le sanzioni decise da Washington contro l’Iran.

Trump ha già chiesto di studiare la possibilità d’introdurre dazi sulle automobili, una misura che colpirebbe in modo devastante l’industria dell’auto tedesca, che esporta 1,5 milioni di vetture negli Stati Uniti, e ne produce altre 700 mila sul posto, avvalendosi in buona parte della componentistica nazionale.

A quanto pare, dunque, il presidente Usa sta cercando di dividere gli europei, isolando inoltre la Germania, in modo da ridurne la capacità d’influenza in Europa. Non si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere.

I paesi ex comunisti dell’Unione non hanno mai condiviso l’idea di una progressiva e crescente integrazione, né tanto meno l’ambizione a fare dell’Europa una potenza globale. Essi sono entrati nell’Ue anelando al benessere economico, ed hanno beneficiato per molti anni dei copiosi finanziamenti concessi da Bruxelles. Governanti e cittadini di questi paesi, però, hanno sempre guardato agli Stati Uniti come unico possibile garante della loro sicurezza, a fronte di una futura, seppur improbabile, rinascita della potenza russa.

La decisione di abbandonare l’Ue, adottata dal regno Unito con il referendum del 23 giugno 2016, ha rappresentato un ulteriore segnale dell’incapacità dell’Unione di diventare una potenza globale, in grado di confrontarsi alla pari con Stati Uniti e Cina. Per dimostrare la forza d’attrazione dell’Ue, i funzionari europei prendono spesso ad esempio le richieste di adesione presentate da Albania, Montenegro, Serbia. Ma l’ingresso di questi paesi non rafforzerebbe l’Unione: ne accrescerebbe anzi l’instabilità sistemica.

Le elezioni politiche tenute in Italia il 4 marzo scorso e la formazione del primo governo apertamente euroscettico in uno dei paesi fondatori dell’Unione, mostrano fino a che punto sia smarrita la consapevolezza della necessità dell’Ue per i destini pacifici del continente. L’impressione di un progetto ormai tramontato, e di una disgregazione in atto, esce rafforzata dagli ultimi avvenimenti verificatisi in Spagna.

Venerdì primo giugno, per la prima volta, il parlamento spagnolo ha sfiduciato un governo in carica, portando al potere un monocolore socialista sostenuto dagli indipendentisti baschi e catalani. Malgrado Mariano Rajoy, il premier uscente che ha tentato d’impedire la secessione della Catalogna usando la Guardia civile e la magistratura, il paese rischia ora di perdere la sua unità territoriale, o quanto meno il controllo politico ed amministrativo sulle regioni più industrializzate.

Questi avvenimenti sono il risultato di processi iniziati già prima del 1989, quando, in vista del crollo del blocco sovietico, alcuni leader europei – Helmut Kohl, François Mitterrand, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Felipe Gonzales – iniziarono ad immaginare la futura Unione Europea come una potenza capace d’imporsi sulla scena internazionale, in posizione dialogica con la Russia in declino e con la potenza emergente cinese, pretendendo allo stesso tempo di restare leali all’Alleanza atlantica.

Negli anni Novanta, mentre gli europei preparavano l’Unione monetaria, le guerre in Jugoslavia, il cambio delle leadership nei quattro grandi paesi continentali dell’Ue, e la crisi finanziaria che investì il Sistema monetario europeo, e le finanze pubbliche italiane, dimostrarono quanto fosse velleitaria l’idea di fare dell’Europa una potenza globale.

A partire dal 2008, un’analoga sequenza di eventi ha nuovamente fatto esplodere le contraddizioni tra i paesi europei, allontanando l’Unione dalla Russia, che pure si voleva gradualmente integrare. La crisi del debito privato statunitense, trasformatasi in crisi del debito pubblico dei paesi periferici dell’Eurozona; le cosiddette “primavere arabe”, seguite dalle guerre in Libia e Siria; il conflitto armato in Ucraina; il cambio di leadership in Francia, Italia, Spagna. Solo Angela Merkel è riuscita a restare la suo posto, ma la Germania ha cambiato due presidenti della Repubblica in meno di due anni.

Oggi la Francia e la Germania, nucleo originario della Comunità europea, appaiono come paesi assediati da una cintura d’instabilità. La questione, a ben vedere, non è nemmeno il futuro dell’euro, che almeno in teoria potrebbe pure resistere alla fine delle ambizioni del super-stato europeo. Il problema è che non sembra possibile riprendere il cammino dell’integrazione in un futuro prevedibile, perché se anche vi fosse consenso tra i leader europei – e non c’è – esso sarebbe ostacolato dagli Stati Uniti come dalla Russia.

A onor del vero, la competizione tra i paesi membri europei è già ripresa. E’ accaduto appunto nel 2011, quando, assecondando le “primavere arabe” accese dall’amministrazione Obama, Francia e Gran Bretagna iniziarono la guerra in Libia, contro il parere della Germania e dell’Italia.

Il nostro paese, istituzionalmente debole, politicamente diviso e privo del sentimento patriottico dall’ormai lontano 8 settembre 1943, potrebbe forse affrontare il nuovo scenario internazionale recuperando persino qualche spazio di manovra. Ma per farlo dovrà stringere ancor più il legame atlantico, proporsi come il portatore degli interessi di Washington nell’Ue, e soprattutto intraprendere un lento, paziente lavoro di ricostruzione dello Stato e del sistema economico. Non sarà facile.
 
Agenzia Nova