Atlantide
30.07.2022 - 11:04
 
ANALISI
 
Xi Jinping guarda alla tenuta economico-sociale della Russia e pensa a Taiwan
Roma, 30 lug 11:04 - (Agenzia Nova) - (di Fabio Squillante e Gianmarco Volpe) - Se in una prima fase del conflitto in Ucraina le forze russe erano apparse in difficoltà, a causa dei gravi errori tattici che avevano costretto il Cremlino a ridimensionare gli obiettivi dell’invasione, oggi la situazione sul terreno sembra essersi rovesciata e appare favorevole a Mosca. La Russia non solo è vicina a completare la conquista del Donbass, un risultato che potrebbe consentirle di dichiarare vittoria, ma sembra anzi voler proseguire l’offensiva verso Odessa, chiudendo l’accesso al Mar Nero dell’Ucraina, e ricongiungendo i territori conquistati con la Transnistria.

Il Prodotto interno lordo russo è diminuito del 2,8 ad aprile, rispetto allo stesso mese del 2021, e del 4,3 a maggio. Una contrazione che a giugno è arrivata al 4,9 per cento, sempre anno su anno. Risultati pesanti, ma certamente assai inferiori ai colpi subiti da molti Paesi europei durante la pandemia di Covid-19 e, comunque, apparentemente assorbibili dal sistema economico-sociale russo. Le sanzioni occidentali non sembrano, dunque, poter piegare la determinazione di Vladimir Putin a perseguire i propri obiettivi, né quella dell’opinione pubblica a sostenere lo sforzo bellico. Lo dimostrano le entusiastiche manifestazioni popolari con cui, in numerose città della Russia, vengono accolti i convogli di feriti e reduci di guerra.

Tali sviluppi vengono seguiti con attenzione dal presidente Xi Jinping, e sembrano rassicurare i vertici del Partito comunista cinese, interessati a mantenere l’ostilità tra Mosca e l’Occidente, ma non al punto da mettere in ginocchio la Russia.

Pechino non ha mai escluso la possibilità d’invadere Taiwan, potenziando anzi flotta, aviazione e forze da sbarco, proprio in vista di un possibile attacco. La scarsa efficacia delle sanzioni occidentali nei confronti della Russia ed il sostegno che la popolazione sembra mostrare alla linea di Putin, confortano ora Xi. Non è un caso che gli Stati Uniti inizino a temere che egli possa sfruttare proprio questo momento per invadere Taiwan, prima che Washington e gli alleati riescano a costruire attorno all’isola un dispositivo di difesa in grado di respingere l’attacco di Pechino o, quantomeno, di causare gravissime perdite alle forze cinesi.

Martedì 26 luglio Ely Ratner, assistente segretario alla Difesa Usa per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, dichiara che, in assenza di una svolta, “è solo questione di tempo prima che nella regione di verifichi un incidente grave” (Agenzia Nova, 27.7.22). Ad alzare la tensione tra i due Paesi è soprattutto la visita che Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, vorrebbe compiere a Taiwan in agosto, nonostante le resistenze della Casa Bianca e le minacce sempre più esplicite dalla Cina.

È in questo contesto che, giovedì 28 luglio, Xi Jinping e il presidente Joe Biden tengono un summit a distanza che si prolunga per quasi due ore e mezzo. Parlando proprio della visita a Taiwan della Pelosi, il presidente cinese avverte Biden: “Chi gioca col fuoco finisce col bruciarsi” (Agenzia Nova, 28.7.22). Il leader della Casa bianca si limita ad auspicare il mantenimento dello status quo, ma intanto manda la portaerei atomica Ronald Reagan nel Mar Cinese Meridionale.

L’ipotesi di una nuova guerra, stavolta attorno a Taiwan, preoccupa molto, però, l’amministrazione Usa, e non è escluso che, alla fine, la Pelosi rinunci a visitare Taipei. In caso di attacco cinese, infatti, difficilmente gli Stati Uniti riuscirebbero a non intervenire militarmente in difesa dell’isola, come del resto ribadito dallo stesso Biden a maggio. Un eventuale conflitto potrebbe facilmente coinvolgere anche Regno Unito, Australia e Giappone. Tokyo ha già assicurato appoggio logistico alle forze statunitensi in caso di guerra, Canberra si prepara da tempo a questa eventualità, con l’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare, e Londra discute sin da marzo con Washington di una risposta comune a una possibile invasione di Taiwan.

Un conflitto nel Pacifico potrebbe, quindi, coinvolgere tre potenze nucleari ed avrebbe conseguenze inimmaginabili, non solo sul piano geo-strategico, ma anche sull’economia globale, visto che dal Mar Cinese Meridionale transita circa il 60 per cento del commercio marittimo mondiale. Oltre a colpire direttamente le esportazioni di numerosi Paesi occidentali, la guerra interromperebbe le catene delle forniture di materie prime e prodotti chiave per l’industria, come semiconduttori e terre rare, con effetti devastanti sull’economia globale.

Un simile conflitto, inoltre, acuirebbe enormemente le tensioni sia all’interno degli Stati occidentali (l’influenza cinese è forte non solo in Europa Orientale, ma anche in Paesi come Italia, Regno Unito, Germania, gli stessi Stati Uniti), sia in regioni del mondo dove la competizione tra Usa e Cina è già molto accesa. In Africa e in America latina si assisterebbe inevitabilmente ad un forte aumento della conflittualità, con possibili esplosioni di violenza lungo le faglie di una contrapposizione che già attraversa e divide l’intero pianeta.
 
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