Atlantide
09.01.2021 - 16:48
 
ANALISI
 
Usa: l'assalto al Congresso potrà favorire l'avvio della presidenza Biden e l'unità del Paese
Roma, 9 gen 16:48 - (Agenzia Nova) - Di Fabio Squillante - I pesanti disordini verificatisi a Washington mercoledì 6 gennaio segnano la fine di ogni possibile futura ambizione politica per Donald Trump. Egli non solo non potrà mantenere la leadership del Partito repubblicano, ma si troverà, con ogni probabilità, a dover far fronte ad una accanita offensiva giudiziaria dalla quale potrebbe uscire distrutto. Mercoledì 20 gennaio il presidente uscente lascerà l’incarico nel modo peggiore, portando la responsabilità morale non solo dei cinque morti e delle decine di feriti registrati negli incidenti, ma soprattutto della gravissima offesa arrecata al parlamento e, dunque, ai rappresentanti del popolo degli Stati Uniti.

Se i manifestanti pro-Trump non avessero fatto irruzione nella sede del Congresso, i sostenitori del presidente eletto, Joe Biden, avrebbero dovuto istigarli a farlo. L’azione dei “patrioti” trumpisti, infatti, è stata tanto dissennata quanto favorevole ad una partenza positiva della nuova presidenza. Un vero e proprio shock con il quale la separazione tra classe politica e popolo segna il suo momento più basso, e che potrebbe rivelarsi, alla fine, salutare per una ripartenza della democrazia Usa.

La protesta violenta della destra elimina qualsiasi dubbio di legittimità potesse macchiare l’elezione di Biden, mentre il Partito repubblicano potrà incontrare meno difficoltà nel superare l’eredità del trumpismo. L’evoluzione del campo conservatore potrebbe essere, in verità, ostacolata dal tentativo portato avanti dalla presidente della Camera, Nancy Pelosi, di mettere sotto accusa il presidente uscente.

La manovra, tesa a creare una frattura all’interno del campo repubblicano, potrebbe prolungare la popolarità di Trump in una parte consistente dell’elettorato conservatore, e complicare l’azione di riconciliazione nazionale che Biden dovrà intraprendere.

Il prossimo presidente, infatti, non potrà ignorare la realtà di un Paese gravato da una profonda frattura ideologica e sociale, e dovrà lavorare alla ricomposizione dell’unità nazionale. I leader repubblicani, dal canto loro, dovranno tener conto delle istanze dei 73 milioni di elettori i quali – in schiacciante maggioranza lontani dalle posizioni estremiste – hanno comunque offerto il proprio sostegno a Trump, riconoscendo in lui il difensore degli interessi nazionali, ed in particolare delle classi medio-basse.

Ammesso che la manovra avviata dalla Pelosi non abbia successo, e che Biden non sia costretto a far sua la politica clintoniana dello scontro ideologico, il nuovo leader della Casa bianca potrà iniziare la sua presidenza nel segno della pacificazione nazionale e non avrà, dunque, interesse a riportare le lancette della politica Usa indietro di quattro anni.

Pur nella sua maniera tracotante e imprevedibile, Donald Trump ha inciso profondamente nella politica internazionale degli Stati Uniti, ottenendo alcuni importanti risultati che Biden cercherà di non rinnegare, pur adottando toni affatto diversi dal suo predecessore. Ciò è vero per gli accordi commerciali con Canada e Messico, per la geopolitica mediorientale e, soprattutto, per le relazioni con la Cina.

Con l’Usmca, l’accordo che ha sostituito il Nafta, Trump ha ottenuto condizioni assai migliori per le imprese statunitensi, favorendo il ritorno in patria di numerose industrie ed imponendo una riduzione di competitività alla concorrenza canadese e soprattutto messicana. Biden non avrà alcun motivo per rimettere in discussione questi risultati, mentre ha già lasciato trapelare la propria soddisfazione per gli “Accordi di Abramo”, che segnano, di fatto, l’inizio di un processo di pace tra arabi ed israeliani. Un processo avviato, peraltro, senza che lo Stato ebraico abbia dovuto accettare alcuna condizione preventiva.

Ad Egitto e Giordania – fino all’agosto scorso gli unici Paesi arabi ad avere relazioni diplomatiche con Gerusalemme – si sono ora aggiunti Bahrein, Emirati Arabi, Marocco e Sudan, mentre i rapporti tra Arabia Saudita ed Israele sono eccellenti, anche se ancora solo sul piano dell’informalità.

Il superamento dello storico conflitto arabo-israeliano favorisce il disgelo tra i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, raccolti attorno ai sauditi, ed il Qatar, emirato che da oltre un decennio finanzia la Fratellanza musulmana, fomentando le tensioni in tutto il mondo islamico. Quest’ultimo processo, a sua volta, riduce la capacità d’influenza della Turchia, le cui ambizioni neo-ottomane sono state alimentate da miliardi di dollari del Qatar, e favorisce una soluzione politica al conflitto in atto in Libia: un Paese dove, grazie all’impegno della diplomazia Usa, il dialogo tra le parti sembra finalmente poter dare qualche frutto concreto.

Biden, probabilmente, non vorrà modificare la posizione di Washington nemmeno nei confronti dell’Iran, un Paese il cui programma nucleare – sospeso temporaneamente grazie all’accordo voluto dall’allora presidente Barack Obama – continua a rappresentare un rischio geopolitico potenzialmente esplosivo. Spezzata la “mezzaluna sciita” e interrotto negli anni di Trump il corridoio tra Iran e Libano, la diplomazia di Washington avrà ora un’opportunità per piegare Teheran, imponendo una rinuncia al programma atomico e, forse, anche un cambiamento di regime.

C’è però un aspetto ancor più importante, dal punto di vista geopolitico, di cui vale la pena tener conto. Il superamento del conflitto arabo-israeliano promette di eliminare la fonte più antica e più incendiaria dei conflitti mediorientali. A partire dalla Prima guerra del Golfo, nel 1990, ed ancor più in seguito all’attacco alle Torri gemelle di New York, nel 2001, gli Stati Uniti e gli alleati occidentali sono rimasti impantanati in una lunghissima sequela di conflitti mediorientali che hanno causato altissimi costi umani, politici e finanziari, favorendo solo chi si è mantenuto al di fuori della mischia. Tra le grandi potenze, dunque, essenzialmente la Cina.

Con Biden alla Casa bianca, il confronto con la Cina resterà – molto probabilmente – l’imperativo della politica estera statunitense. La forza industriale e finanziaria di Pechino; i recenti successi tecnologici in campi d’importanza strategica, come le tecnologie digitali e quelle aerospaziali; la determinazione con cui il presidente Xi Jinping punta alla superiorità militare e all’espansione nei mari, sono tutti motivi che confermano, nella classe dirigente Usa, la necessità d’impedire al Partito comunista cinese la conquista dell’egemonia globale.

La Cancelliera tedesca Angela Merkel, sostenuta personalmente dal presidente francese Emmanuel Macron, è riuscita a far approvare negli ultimi giorni della sua ultima presidenza di turno dell’Ue, un accordo sugli investimenti teso a garantire alla Cina un ancor più facile accesso ai mercati europei, pur se condizionato ad alcune concessioni da parte di Pechino.

La frenetica accelerazione dei negoziati da parte della presidenza di turno tedesca dell’Unione ha colto di sorpresa i membri della futura amministrazione Biden, ed il prossimo consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha invitato gli alleati europei ad aspettare, in modo da concordare con Washington una posizione comune a tutto il mondo occidentale.

La sua richiesta è stata accolta con attenzione soprattutto da parte dei governi di Polonia e Italia, ma è stata ignorata da Germania e Francia. Un precedente, questo, che Biden e i suoi collaboratori non dimenticheranno, e che seminerà, anzi, il germe della diffidenza nei confronti dell’asse franco-tedesco nella prossima amministrazione Usa, sin dalla sua nascita.

Aldilà del previsto cambiamento di toni e modi, non c’è motivo di credere che la diplomazia Usa cambierà sostanzialmente la sua politica europea. Nel periodo compreso tra il prossimo settembre ed il maggio 2022, la Germania sceglierà un nuovo Cancelliere e la Francia, forse, un nuovo presidente. E’ ragionevole credere che l’amministrazione Usa lavorerà affinché nei due più importanti Paesi dell’Unione s’insedino governi meno sensibili alle lusinghe di Pechino, e più attenti alla lealtà atlantica.
 
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