Corno d'Africa
13.02.2020 - 14:49
 
 
ANALISI
 
Sudan: governo annuncia consegna di Bashir alla Cpi, ma restano dubbi su modi e tempi
Khartum, 13 feb 14:49 - (Agenzia Nova) - Con una decisione annunciata a sorpresa, il governo di transizione del Sudan ha accettato l’estradizione dell’ex presidente Omar al Bashir, al potere per 30 anni, e la sua consegna alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja. L’annuncio è arrivato ieri tramite il portavoce del governo, Mohammed Hassan al Taishi, a margine dei colloqui con i ribelli del Darfur, in corso nella capitale del Sud Sudan, Giuba. Oltre a Bashir, saranno estradate altre tre persone indagate per i crimini di guerra dalla Corte dell'Aja: Abdel Rahim Hussein, Ahmed Haroun e un leader della milizia Janjawid, Ali Kushayb. “Abbiamo concordato di sostenere pienamente la Cpi accettando di consegnare Bashir e altri tre imputati”, ha detto Taishi, precisando che questa è la posizione ufficiale del governo. Taishi ha aggiunto che il governo di transizione del Sudan ha la volontà politica di porre fine al conflitto nel Darfur, precisando al contempo che la giustizia è l'unico modo per raggiungere un accordo di pace globale. “Stiamo facendo ciò che il popolo sudanese ci ha chiesto di fare”, ha affermato il portavoce, ribadendo che nessuno è al di sopra della giustizia. “Stiamo lavorando molto duramente per raggiungere un accordo di pace globale che metta fine alle cause che hanno portato al conflitto (nel Darfur) e stiamo cercando di risolvere i problemi del nostro paese per prepararlo per il futuro”, ha aggiunto Taishi, che è membro del Consiglio sovrano del Sudan, l'organismo che sovrintende alla transizione del paese verso la democrazia dopo la destituzione del presidente Bashir nell’aprile scorso.

Dopo l’annuncio del governo, le Forze per la libertà e il cambiamento (Fcc, la coalizione espressione della società civile in seno al Consiglio sovrano) si sono limitate a dichiarare di non avere obiezioni all’estradizione di Bashir – di cui non si conoscono peraltro né i modi né i tempi in cui avverrà – tuttavia è il silenzio della componente militare a destare al momento le maggiori perplessità sul fatto che la consegna dell’ex presidente sudanese possa avvenire effettivamente. Che l’estradizione di Bashir – sul quale dal 2009 pende un mandato di arresto internazionale per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità nell’ambito del conflitto nel Darfur – non sia un fatto così scontato, del resto, è chiaro dal momento che è tangibile la preoccupazione degli alti ambienti militari di essere anch'essi coinvolti in un eventuale processo per crimini contro l'umanità, il che rischierebbe a sua volta di portare a una nuova instabilità nel paese, peraltro in un momento estremamente delicato nel quale Khartum sta avviando un assai fragile processo di transizione. L’estradizione di Bashir era stata finora sempre respinta dal Consiglio sovrano e dal suo leader Abdel Fattah al Burhan, che aveva più volte ribadito come questa fosse subordinata alla conclusione dei procedimenti giudiziari nei confronti dell’ex capo di Stato, a processo in Sudan per corruzione e condannato nel dicembre scorso a due anni di reclusione.

Diverse aperture in tal senso erano giunte invece da parte del governo di Khartum e dal premier Abdalla Hamdok in particolare, che in occasione di una visita in Darfur nel novembre scorso aveva definito “fondata” la richiesta di estradizione da parte della popolazione locale. “Questa è una richiesta fondamentale che nessun ostacolo può fermare”, aveva detto il capo del governo. A dicembre era stata invece la volta dello stesso Burhan il quale aveva ammesso il diritto delle vittime dei crimini di guerra e delle atrocità commesse nella regione del Darfur ad ottenere giustizia dalla Cpi. “Se non siamo in grado di ottenere giustizia per il nostro popolo qui, (le vittime del Darfur) hanno il diritto di chiedere che sia fatta giustizia ovunque lo chiedano. Siamo tenuti a soddisfare le loro richieste”, ha aveva affermato. L’ex capo dello Stato, da parte sua, ha finora sempre respinto le accuse nei suoi confronti, ritenendole parte di una “cospirazione occidentale”, e si è rifiutato di riconoscere l'autorità della Corte, definita da lui stesso un “tribunale politico”.

A spingere per una rapida consegna di Bashir ai giudici dell’Aja sono stati oggi diversi gruppi per i diritti umani. “Le autorità sudanesi dovrebbero tradurre queste parole in azioni e trasferire immediatamente Bashir e altri individui (ricercati dalla Cpi) all’Aja”, ha affermato il segretario generale di Amnesty International, Julie Verhaar. “Omar al Bashir è ricercato dalla Cpi per omicidio, sterminio, trasferimento forzato, tortura e stupro di centinaia di migliaia di persone durante il conflitto nel Darfur. Una decisione di consegnarlo alla Corte sarebbe un gradito passo verso la giustizia per le vittime e le loro famiglie”, ha aggiunto. “Gli attacchi diffusi delle forze di sicurezza sudanesi contro i civili durante la campagna di terrore di Bashir, inclusa la pervasiva violenza sessuale come arma di guerra, hanno avuto impatti devastanti sulla vita e sui mezzi di sussistenza delle loro vittime. È giunto il tempo che le vittime e le loro famiglie ricevano giustizia”, ha dichiarato in una nota l’Ong statunitense Medici per i diritti umani.

La decisione di consegnare Bashir alla Cpi è stata presa dal governo nell’ambito dei colloqui con i gruppi ribelli del Darfur – ripresi questa settimana a Giuba dopo alcune settimane di interruzione a causa di nuove violenze – nel tentativo di porre fine ad un conflitto scoppiato nel 2003 e che finora ha provocato la morte di almeno 300 mila persone e lo sfollamento di 2,5 milioni. Nel corso dei colloqui, secondo quanto riferito dallo stesso portavoce Taishi, le due parti hanno inoltre concordato di creare un tribunale speciale per il Darfur incaricato di indagare sui crimini commessi durante il conflitto. Il Darfur è solo una delle aree di conflitto in Sudan, oltre al Nilo Azzurro e al Nord Kordofan, dove i conflitti sono scoppiati entrambi nel 2011. Lo scorso 11 settembre il governo di Khartum e i gruppi armati ribelli hanno firmato una tabella di marcia per giungere ad un accordo di pace globale. In base al documento, le parti hanno concordato di attuare immediatamente le misure di rafforzamento della fiducia fra le parti contenute nel Documento costituzionale firmato lo scorso 17 agosto e di istituire meccanismi adeguati a tal fine. L’accordo è stato firmato nella capitale del Sud Sudan, Giuba, alla presenza del presidente sud sudanese Salva Kiir, che ha co-firmato l'accordo insieme alle parti sudanesi.

La dichiarazione è stata firmata dai leader del Fronte rivoluzionario sudanese (Srf) e dall’Alleanza delle forze di liberazione del Sudan (Slfa), mentre il leader del Movimento di liberazione popolare del Sudan-Nord (Splm-N), Abdel Aziz al Hilu, ha firmato lo stesso testo in un documento separato. Il documento indica inoltre l'Unione Africana, il Ciad, l'Egitto, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait, l'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), la Troika (Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia) e l'Unione europea come partner da coinvolgere nelle fasi di pacificazione e costruzione della pace in Sudan. I colloqui di pace sono solo uno dei numerosi dossier con cui il governo di Khartum è alle prese da quando è entrato in carica, nel settembre scorso. È il caso, ad esempio, dei negoziati in corso con Washington per ottenere la revoca definitiva delle sanzioni Usa. In questo senso, è notizia dello scorso 2 febbraio che il capo del Consiglio sovrano di transizione al Burhan ha ricevuto un invito a visitare Washington nel prossimo futuro, come riferito dall’agenzia di stampa statale sudanese “Suna”, secondo cui l’invito ufficiale è stato esteso dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, nel corso di una telefonata con Burhan. “Pompeo ha invitato il presidente del Consiglio sovrano a visitare gli Stati Uniti d'America per discutere le relazioni bilaterali tra i due paesi e le modalità di sviluppo”, ha affermato l'agenzia, senza precisare la data in cui la visita avverrà. “Al Burhan ha accolto con favore l'invito e ha promesso di realizzarlo a breve”, conclude la dichiarazione.

La visita di Burhan, che seguirà quella effettuata dal premier sudanese Abdalla Hamdok a Washington lo scorso dicembre, rappresenta uno sviluppo positivo verso l’obiettivo delle autorità di Khartum di ottenere la rimozione dalla lista Usa dei paesi considerati sponsor statali del terrorismo. Il Sudan è stato inserito nella lista nera nel 1993, quando Washington accusò il governo dell'allora presidente Omar al Bashir di appoggiare le organizzazioni terroristiche. Dopo il rovesciamento di Bashir, nell’aprile scorso, il paese è rimasto nella lista insieme a Siria, Iran e Corea del Nord, tuttavia negli ultimi mesi i principali alleati internazionali di Khartum – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto su tutti – hanno intensificato le loro pressioni su Washington affinché rimuova il Sudan dalla lista. Dalla caduta di Bashir, Riad e Abu Dhabi hanno erogato circa la metà dei 3 miliardi di dollari di aiuti promessi a Khartum per alleviare la crisi economica in cui versa il paese. Un passo avanti verso la rimozione del Sudan dalla lista dei paesi considerati sponsor del terrorismo internazionale è stato compiuto a dicembre con la decisione annunciata da Washington di rimandare un ambasciatore in Sudan dopo 23 anni di assenza. L'accordo è stato definito dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, “un significativo passo avanti nel rafforzamento dei rapporti bilaterali” fra i due paesi.

Ma c’è anche la politica estera al centro delle azioni del governo per riportare il Sudan nell’arena della comunità internazionale dopo la destituzione di Bashir, sempre nell'ottica di ottenere l'obiettivo prioritario per Khartum: la revoca delle sanzioni Usa. In questo senso ha suscitato forte scalpore, soprattutto all’interno del mondo arabo, l’incontro fra Burhan e il premier israeliano Benjamin Netanyahu avvenuto ad Entebbe, in Uganda, lo scorso 3 febbraio. In quell'occasione i due leader hanno concordato di avviare il processo di normalizzazione delle relazioni fra i due paesi, di fatto inesistenti dall’indipendenza del Sudan dal Regno Unito, avvenuta nel 1956. “Abbiamo concordato di avviare una cooperazione che porterà alla normalizzazione delle relazioni tra i due paesi”, ha scritto Netanyahu su Twitter subito dopo l’incontro, avvenuto a porte chiuse. L’incontro, il primo ad alto livello avvenuto fra i rappresentanti dei due paesi, è stato accolto con favore dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti ed è arrivato sulla scia delle polemiche internazionali e regionali sul cosiddetto “Piano del secolo” per il Medio Oriente annunciato dal presidente Usa, Donald Trump, fortemente respinto dalla leadership palestinese e dalla Lega araba, di cui il Sudan fa parte. In una dichiarazione rilasciata dal portavoce del dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, quest’ultimo ha ringraziato Burhan “per la sua leadership nella normalizzazione dei legami con Israele”, confermando che il segretario di Stato Mike Pompeo ha invitato Burhan a visitare Washington nel prossimo futuro.

L’incontro fra Netanyahu e Burhan ha tuttavia sollevato forti polemiche in Sudan. Il Consiglio sovrano ha dichiarato di non essere stato informato in anticipo dell’incontro, come confermato dal portavoce del governo Faisal Mohamed Saleh. “Abbiamo ricevuto informazioni attraverso i media. Il Consiglio dei ministri non è stato informato o consultato, quindi stiamo aspettando chiarimenti dopo il ritorno del capo del Consiglio sovrano”, ha osservato il ministro al sito “Middle East Eye”. Secondo quanto riferito da fonti militari citate dallo stesso sito, l'incontro fra Netanyahu e Burhan sarebbe stato facilitato dagli Emirati Arabi Uniti, con l'Arabia Saudita e l'Egitto informati del fatto. L’incontro è stato invece fortemente criticato dalla leadership palestinese che, per voce del segretario generale dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Saeb Erekat, l’ha definito “una pugnalata alle spalle”. Erekat ha quindi esortato la coalizione delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) a respingere il piano di Trump e i tentativi di normalizzazione delle relazioni tra Sudan e Israele. I due paesi non hanno mai avuto relazioni bilaterali ufficiali, anche se Israele intrattiene strette relazioni con il Sud Sudan, che si è separato dal Sudan nel 2011.
 
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