Corno d'Africa
10.11.2017 - 17:48
Analisi
 
Somalia: avviato ritiro missione Amisom, ma avanzata dello Stato islamico minaccia stabilità del paese
Mogadiscio, 10 nov 17:48 - (Agenzia Nova) - Con un annuncio arrivato all’inizio di questa settimana, la Missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) ha avviato le operazioni di ritiro parziale del suo contingente dal paese, come previsto dalla risoluzione adottata nel mese di agosto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta di una mossa ampiamente prevista ma che, tuttavia, giunge in un momento estremamente delicato per la stabilizzazione della Somalia, soltanto meno di un mese fa colpita dall’attentato di Mogadiscio, il più grave mai avvenuto sul suo territorio con la morte di 358 persone. Nel motivare la decisione il capo della missione Amisom, Francisco Madeira, ha precisato nel corso di una conferenza stampa che i primi mille uomini lasceranno il paese entro il prossimo 31 dicembre ma che il ritiro sarà “graduale” e “subordinato alle condizioni” di sicurezza nel paese. “I movimenti delle truppe sono iniziati in diverse parti della Somalia e continueranno nelle prossime settimane. Si tratta di un processo di riallineamento che prevede la riduzione del numero di uomini e l’avvio del passaggio di consegne alle forze di sicurezza somale”, ha detto Madeira, assicurando che il processo sarà condotto “con cautela per garantire che la sicurezza della popolazione non venga compromessa”. In compenso, ha aggiunto il diplomatico, altri 500 agenti di polizia saranno dispiegati per intensificare la formazione della polizia somala. “Il dispiegamento di agenti di polizia aggiuntivi contribuirà a rafforzare la legge e la sicurezza in Somalia. Rinnoviamo il nostro appello a tutti i partner affinché garantiscano un sostegno ben coordinato alle forze armate somale”, ha aggiunto.

Lo scorso 31 agosto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha esteso fino al 31 maggio 2018 il mandato della missione Amisom, prevedendo al contempo una riduzione del personale da 22.126 a 20.626 effettivi. La risoluzione prevede un graduale passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza somale al fine di ridurre la minaccia costituita dal gruppo jihadista al Shabaab e di agevolare il processo di costruzione della pace nel paese. La missione Amisom è stata autorizzata il 19 gennaio 2007 dopo il conflitto in Somalia, in atto dal 2006, ed è stata approvata dalle Nazioni Unite il 20 febbraio 2007 per assicurare la protezione dei membri del congresso per la riconciliazione nazionale somala e la messa in sicurezza delle infrastrutture chiave. Tuttavia la situazione sul terreno resta abbastanza instabile, nonostante a poche ore dall’annuncio di Madeira il portavoce del governo somalo Abdirahman Osman si sia affrettato ad affermare in un’intervista all’emittente “Bbc” che al Shabaab “è stato sconfitto sul piano militare ed è ora costretto ad intensificare le sue tattiche di terrorismo”. È notizia di ieri, infatti, che tre miliziani jihadisti sono stati uccisi e altri quattro sono rimasti feriti in un’operazione condotta dall’esercito nazionale somalo nei pressi della città di Basra, nella regione del Medio Scebeli. Secondo quanto riferito da fonti militari citate dall’agenzia di stampa “Sonna”, l’operazione in corso mira a strappare ad al Shabaab i territori al confine tra le regioni del Medio e del Basso Scebeli, ancora sotto il controllo degli insorti.

Riaffermando l’intenzione di sconfiggere definitivamente al Shabaab sul piano militare, come promesso nel corso dell’ultima campagna elettorale, il presidente somalo Mohamed Abdulahi “Farmajo” ha incontrato nei giorni scorsi a Mogadiscio i nuovi vertici delle forze armate del paese per concordare quella che ha definito “l'operazione finale” contro il gruppo jihadista. La visita di Farmajo è giunta a una settimana dal licenziamento dei capi dell’intelligence e della polizia somala, rispettivamente Abdillahi Mohamed Sanbalooshe e Abdihakim Dahir Said, rimossi dal loro incarico a seguito degli attentati avvenuti lo scorso 28 ottobre a Mogadiscio, che hanno provocato la morte di almeno 29 persone. Il licenziamento dei due funzionari è a sua volta seguito a quelli del ministro della Difesa, Abdirashid Abdulahi Mohamed, e del capo di Stato maggiore dell'esercito Mohamed Ahmed Jimale, annunciati alla vigilia della strage di Mogadiscio dello scorso 14 ottobre. Ma complicare ulteriormente la situazione c’è la graduale penetrazione dello Stato islamico nel nord della Somalia, come denunciato da un rapporto pubblicato questa settimana da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, secondo cui la fazione dello Stato islamico fedele allo sceicco somalo Abdulqader Mumin, attiva nel nord del paese, ha visto aumentare i suoi effettivi da poche decine ad oltre 200 nell’ultimo anno. Una presenza che starebbe allarmando non poco i vertici militari statunitensi, che temono che l’area possa trasformarsi in un rifugio sicuro per i militanti del Califfato in ritirata dalla Siria e dall’Iraq. E rientrerebbero in questo contesto, secondo gli esperti Onu, i ripetuti raid aerei effettuati negli ultimi mesi dalle forze speciali Usa contro obiettivi jihadisti, l’ultimo dei quali è avvenuto ieri nella regione meridionale di Bai provocando l’uccisione di “diversi miliziani”, come riferito in un comunicato dal Comando africano delle forze armate statunitensi (Africom).

Il raid di ieri segue quelli effettuati nei mesi scorsi dalle forze speciali Usa a Brava, a sud-ovest della capitale Mogadiscio, e a Tortoroow, nella regione del Basso Scebeli, dove è rimasto ucciso uno dei leader del gruppo jihadista al Shabaab, Ali Muhammad Hussein, noto come Ali Jabal. A testimonianza della crescente preoccupazione statunitense per l’avanzata dello Stato islamico in Somalia, nel marzo scorso il presidente Donald Trump ha firmato un decreto che autorizza il dipartimento della Difesa Usa a condurre azioni contro i jihadisti all'interno di una zona geografica definita di “ostilità attiva”. “(Il gruppo) sta crescendo in modo significativo e ora è costituito da oltre 200 combattenti. Anche poche centinaia di combattenti armati potrebbero destabilizzare l’intera regione”, si legge nel rapporto degli esperti Onu, secondo cui la gran parte dei jihadisti provengono dallo Yemen. La notizia della graduale penetrazione dello Stato islamico in Somalia non è una novità, dal momento che all'inizio di quest'anno il gruppo ha effettuato i suoi primi attacchi uccidendo quattro guardie in un hotel nella città di Bosaso, nella regione semi-autonoma del Puntland, e altre tre persone in precedenza prese in ostaggio. La Somalia è infatti diventata negli ultimi anni terreno di scontro fra al Qaeda – di cui le milizie al Shabaab rappresentano una filiale nel Corno d’Africa fin dalla loro formazione avvenuta nel 2006 – e lo Stato islamico, la cui penetrazione nel paese è cresciuta a partire dal 2015, quando al Shabaab si è diviso in due fazioni dopo che lo sceicco Mumin ha giurato fedeltà allo Stato islamico dalla sua base nelle montagne di Galgala, nel Puntland. Da allora si è fatta sempre più marcata la tendenza che sembra confermare una certa presa dello Stato islamico nei territori somali ancora controllati dagli insorti jihadisti, soprattutto in seguito al ridimensionamento territoriale imposto loro dall’avanzata dell’Esercito nazionale somalo (Sna) e della missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) con l’offensiva congiunta lanciata nel luglio 2015 e finalizzata alla riconquista dei territori del basso corso del fiume Giuba.
 
Agenzia Nova