Mezzaluna
05.06.2020 - 17:00
 
 
ANALISI
  
Libia: con la ritirata di Haftar dalla Tripolitania possono iniziare i colloqui di riconciliazione
Roma, 5 giu 17:00 - (Agenzia Nova) - La ritirata delle forze alleate al generale Khalifa Haftar da Tarhuna, ultima sua roccaforte in Tripolitania se si esclude Al Jufra, a ridosso del confine con la Cirenaica, può rappresentare il punto di svolta nella crisi in Libia a favore della ripresa del dialogo e di una soluzione politica. Dopo la perdita prima della base aerea di Al Watiya, poi dell'aeroporto internazionale di Tripoli e infine di Tarhuna, il comandante dell'Esercito nazionale libico (Lna) si è visto costretto a cercare la via del dialogo, spinto anche dai suoi sponsor russi. Già dopo la perdita della base aerea di Al Watiya, avvenuta lo scorso mese, erano iniziati i preparativi da parte della Missione di supporto Onu in Libia (Unsmil) per riprendere i colloqui di Ginevra del gruppo militare 5+5, composto da cinque esponenti dell'Lna e cinque del Gna. La decisione dell'Lna di ritirare le truppe da Tarhuna è coincisa con un giro di consultazioni sia a Tripoli che a Bengasi, segno evidente della necessità di ascoltare gli sponsor internazionali dei due contendenti per stabilire su quali basi riprendere il dialogo.

La novità sul fronte diplomatico, secondo quanto ha appreso "Agenzia Nova", è che si è già svolto un primo incontro in videoconferenza tra l'Unsmil e la nuova delegazione che dovrà rappresentare Haftar ai colloqui del 5+5 di Ginevra, dopo che nelle scorse settimane il generale aveva deciso di cambiarne alcuni membri (due su cinque), tra cui il capo delegazione. Nel corso dell'incontro "preparatorio" si è discusso di quali saranno le regole di questo nuovo round di colloqui: i diplomatici delle Nazioni Unite hanno insistito in particolare sulla necessità di non avanzare proposte massimaliste e di attenersi a richieste realisticamente fattibili. E' previsto nelle prossime ore un nuovo incontro tra l'Unsmil e i cinque rappresentanti della delegazione del Gna. Solo dopo sarà possibile iniziare il vero e proprio negoziato del 5+5 di Ginevra tra le due delegazioni mediate dalla missione Onu in Libia. Tutto questo nonostante ieri il capo del Consiglio presidenziale del Gna, Fayez al Sarraj, abbia annunciato che nessun negoziato avrà luogo fino alla completa liberazione del Paese. Parole che però vanno inserite nel contesto dei festeggiamenti per la liberazione di Tripoli, pronunciate peraltro in Turchia accanto al capo dello Stato turco, Recep Tayyip Erdogan, campione della Fratellanza musulmana e principale artefice dei successi militari del Gna.

Ancora non è chiaro quali saranno i nuovi confini interi in Libia dopo la ritirata delle forze di Haftar dalla Tripolitania. Si ritiene infatti che Al Jufra, dove si trovano i nuovi aerei da guerra russi arrivati da poco dalla Siria dopo essere stati ridipinti per mascherarne l'origine, sia una "linea rossa" che le forze del Gna non possono oltrepassare, su indicazione della stessa Turchia che non vuole, almeno in questa fase, uno scontro frontale con Mosca. Non è ancora dato sapere cosa succederà a Bani Walid, dove sono fuggite migliaia di famiglie sfollate da Tripoli e da Tarhuna che potrebbero essere oggetto di ritorsioni e vendette da parte delle forze del Gna. Sirte, ancora in mano alle milizie della Cirenaica, potrebbe invece tornare sotto l'ala della "città-Stato" di Misurata, la "Sparta" libica alleata di Tripoli. Ex roccaforte di Muammar Gheddafi, occupata dallo Stato islamico in Libia nel 2016, liberata dalle milizie di Misurata grazie all'appoggio statunitense e, infine, conquistata dalle forze di Haftar nel 2019 dopo il “tradimento” delle milizie salafite, la città di Sirte è considerata una "città verde", cioè una roccaforte dei gheddafiani che hanno sempre considerato Haftar come un traditore.

Un discorso a parte va fatto per il Fezzan, teoricamente ancora sotto il controllo dell'Lna ma dominato da realtà tribali che godono di un'ampia autonomia. Parlando ad "Agenzia Nova" dopo la conquista della base di Al Watiya, il vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Abdel Salam Kajman, esponente della regione storica meridionale del Fezzan nell'esecutivo riconosciuto dalle Nazioni Unite, aveva annunciato che "presto ci saranno altre buone notizie che riguarderanno il sud". Va ricordato come questa regione ospiti anche i giacimenti petroliferi di Sharara ed El Feel, che da soli coprono oltre un terzo della produzione di greggio della Libia, attualmente ferma per il "blocco" imposto da Haftar attraverso le tribù a lui fedeli con il presto di una più equa ridistribuzione della risorse.

Sempre sul fronte diplomatico, molto è avvenuto negli ultimi due giorni da quando il vice premier del Governo di accordo nazionale libico, Ahmed Maiteeg, è volato a Mosca insieme al ministro degli Esteri, Mohammed Siyala, incassando il via libera della Russia alle trattative, mentre il premier Fayez al Sarraj è andato ad Ankara per incontrare il presidente Recep Tayyep Erdogan. Sull'altro fronte, invece, prima Khalifa Haftar e poi il presidente del parlamento di Tobruk, Aguilah Saleh, si sono recati al Cairo, in Egitto. Nella sua recente "road map" in otto punti, Saleh ha proposto un’intesa con il Governo di accordo nazionale, basato a Tripoli: le tre regioni storiche della Libia, Cirenaica, Fezzan e Tripolitania, dovrebbero eleggere nuovi rappresentanti nel Consiglio di presidenza, e preparare il terreno per nuove elezioni nazionali. In quello che è sembrato un appello al governo italiano, Saleh ha affermato in un'intervista concessa in esclusiva ad "Agenzia Nova" il primo maggio che gli “amici della Libia nella comunità internazionale devono contribuire a riunire le parti in conflitto e non alimentare la divisione politica e aggravare la crisi”.

L'avvitamento della crisi libica sembra aver destato anche l'interesse degli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda la sponda del dipartimento di Stato. A margine della sua visita in Turchia, Al Sarraj ha incontrato l'ambasciatore degli Stati Uniti ad Ankara, David Satterfield (ex assistente segretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente) per colloqui "circa gli sviluppi della situazione in Libia e delle relazioni bilaterali tra i due paesi amici e dei modi per migliorarle", ha riferito l'ufficio stampa del Gna in una nota. La crisi in Libia e la prospettive di una risoluzione politica nel paese nordafricano, peraltro, sono stati gli argomenti al centro di un colloquio telefonico tra il segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, e il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Gli Emirati Arabi Uniti sono considerati uno stretto alleato degli Usa nel Golfo e, insieme all'Egitto e alla Russia, sono i principali sponsor del generale Haftar.

Sempre sul ruolo degli Stati Uniti, l'ambasciatore in Libia, Richard Norland, parlando oggi nel corso di una conferenza proprio a Dubai, ha detto che se le parti in conflitto in Libia "non sfrutteranno questa occasione per arrivare ad un accordo ci troveremo di fronte ad una nuova Siria". Le parti in conflitto, secondo Norland, "si trovano davanti a due scelte e non a tre: o arrivare ad una tregua o fare si che il conflitto si trasformi in una guerra regionale". Un recente articolo pubblicato dal quotidiano statunitense "Wall Street Journal" ha riferito che Washington sta indagando insieme ad altri paesi occidentali sul presunto commercio illegale di petrolio del generale Haftar dal Mediterraneo verso il Venezuela. I proventi del contrabbando, spiega ancora il giornale di New York, sarebbero stati utilizzati per pagare i mercenari russi del Wagner Group. Le nuove e strette relazioni di Haftar con Mosca e Caracas "hanno inasprito" i rapporti tra l'amministrazione del presidente Donald Trump e il generale Haftar, "considerato in precedenza come il fulcro di qualsiasi accordo di pace". Non solo: secondo le fonti del quotidiano Usa, Haftar avrebbe svolto un ruolo nell'accordo petrolifero tra Caracas e l'Iran. "La nostra intelligence sta esaminando questo dossier", ha spiegato un alto funzionario Usa.

Mentre a Tripoli si festeggia per la conquista di Tarhuna e la liberazione della capitale, Sarraj fa la voce grosse accanto al suo alleato turco, promettendo in un discorso da Ankara di voler proseguire la guerra fino a Bengasi, in Cirenaica. Dall'altra parte, il portavoce dell'Lna, Ahmed al Mismari, ha già minacciato di "sospendere la partecipazione ai colloqui militari 5 + 5 di Ginevra" mediati dalle Nazioni Unite "se l'altra parte non si atterrà agli accordi". Al di la dei proclami e delle dichiarazioni di circostanza, il vero nodo in questo momento è la ripresa del dialogo politico. Il Gna teme infatti che un prolungamento dei negoziati senza risultati concreti possa consentire all'Lna di riorganizzarsi e tornare a colpire, circostanza che finora si è effettivamente verificata. D'altra parte, a Tripoli e a Misurata non ritengono più Haftar come un interlocutore credibile, ma il fronte della Cirenaica non riesce a proporre un leader alternativo. In queste circostanze, l'ipotesi più probabile è quella di un "congelamento" del conflitto almeno fino a quando la situazione nazionale e internazionale non consentiranno di cambiare lo status quo.
 
 
 
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