Mezzaluna
06.09.2018 - 16:56
ANALISI
  
Libia: regge la tregua a Tripoli, ma resta il problema delle milizie nella capitale
Roma, 6 set 16:56 - (Agenzia Nova) - A due giorni dalla firma della tregua avvenuta a Zawiya, città costiera della Libia occidentale, la sera 4 settembre tra le parti in conflitto a Tripoli, resta il problema di come evitare che si ripetano ulteriori spargimenti di sangue nella capitale libica. A poche ore da questo risultato, ottenuto grazie alla mediazione dell’Inviato dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, una fonte della Banca centrale della Libia (Bcl) ha reso noto che il capo delle lettere di credito della Bcl, Ahmed al Farjani, è stato rapito da un gruppo armato e portato in un luogo sconosciuto. I media locali hanno citato una fonte della Bcl secondo la quale Al Farjani sarebbe stato fermato nella Piazza dei Martiri di Tripoli da un gruppo non identificato e portato in una destinazione sconosciuta. Il rapimento costituisce uno sviluppo inquietante nella lotta fra le milizie tripoline, alimentando l'idea che lo scontro non sia solo politico, ma anche e soprattutto di natura economica.

In queste ore di calma relativa a Tripoli molte sono le voci che si sono levate contro la presenza delle milizie in città, considerata come la causa principale della mancanza di sicurezza nel paese. L'ambasciatore libico presso l’Onu, al Mahdi al Majbari, ha chiesto alle Nazioni Unite di “rimuovere le armi in Libia”, in quanto “le sole parole non cambieranno la situazione in Libia: bisogna punire chi è implicato nel conflitto”. Parlando nella notte nel corso del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla crisi libica, il diplomatico ha affermato che “il compito è difficile per qualsiasi governo se si trova ad operare sotto la minaccia delle armi. La crisi di Tripoli ha mostrato il volume della sfida che riguarda la sicurezza”.

Anche il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, ha chiesto che si risolva in modo definitivo il problema della presenza delle milizie a Tripoli. In una nota il portavoce della Lega araba, Mahmoud Afifi, ha sottolineato che l'organizzazione ha accolto con favore il lavoro del rappresentante del segretario generale dell’Onu in Libia che ha portato ad una tregua dopo nove giorni di scontri nella capitale libica. "Aboul Gheit ha elogiato il ruolo dell’inviato Onu e ha ribadito la necessità di conformarsi completamente all’accordo di cessate il fuoco, riaprendo l’aeroporto di Mitiga ed evitando ogni azione che possa portare nuovamente allo scontro”, si legge nella nota.

Sul fronte politico interno la Coalizione delle forze nazionali libica, formazione politica dell’ex premier libico, Mahmoud Jibril, ha affermato che “senza il disarmo delle milizie non si troverà mai una soluzione”. In una nota, infatti, il partito di stampo liberale libico ha ribadito “l’urgenza di dare vita ad una road map che dica in modo chiaro quando e come disarmare queste milizie e liberare la capitale da queste formazioni in modo completo a prescindere da quale sia la loro matrice o appartenenza”. Senza questo punto “sarà inutile formare qualsiasi consiglio presidenziale o andare a elezioni”.

Sul tema è intervenuto anche il presidente dell'Alto Consiglio di Stato libico, Khalid al Mishri, il quale ha affermato che la ragione principale della guerra di Tripoli è dovuta al fatto che il “Consiglio presidenziale non ha attuato le disposizioni di sicurezza stipulate nell'accordo politico” firmato nel 2015 a Skhirat, in Marocco.Al Mishri ha detto in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook che l'altro motivo “è la corruzione finanziaria per gli stanziamenti”, aggiungendo che "l'Alto Consiglio di Stato è attento a questo problema e ha chiesto riforme economiche urgenti". Il presidente dell'istituzione libica sottolineato che da quando ha assunto la guida del Consiglio di Stato lo scorso aprile, ha subito presentato al primo ministro, Fayez Serraj, e al governatore della Banca centrale della Libia, Sadiq al Kabir, una proposta per rilanciare l'economia libica. Per al Mishri, nato a Zawiya nel 1967 ed esponente di spicco dei Fratelli musulmani libici, “l'obiettivo principale della proposta di riforma è eliminare il mercato parallelo per la vendita di valuta estera”.

Eppure sono tanti gli attori in campo nella capitale ed appare estremamente difficile disarmarli. La battaglia conclusa con la tregua mediata dall'Onu ha visto in campo attori vecchi e nuovi. Vi hanno preso parte le milizie che hanno combattuto nel 2014 per la presa dell'aeroporto di Mitiga, i gruppi che si sono confrontati nel 2017 ma anche altre forze che non avevano mai preso parte agli scontri in città. Le violenze sono scoppiate quando la Settima brigata proveniente da Tarhuna (città situata 80 chilometri circa a sud-est di Tripoli), formalmente sciolta dal Consiglio presidenziale libico lo scorso aprile, pur apparentemente senza una copertura politica e un finanziamento, ha mandato i propri uomini verso l'entrata meridionale di Tripoli tramite la zona di Qasr Bin Ghashir, prendendo la caserma di Yarmuk dopo una battaglia con le brigate militari di Tripoli che fanno capo al ministero dell'Interno del Governo di accordo nazionale (Gna).

A sostenere la Settima brigata è scesa in campo la 22ma Brigata di Tarhuna, mentre ancora non è chiaro il ruolo di Salah Badi, capo della brigata al Sumud, in passato sostenitore del Governo di salvezza (a trazione islamista), giunto a Tripoli insieme a una brigata berbera. Figura controversa di Alba della Libia (la coalizione di milizie che controllò Tripoli fino all'arrivo del Gna), Badi ha dichiarato di sostenere le milizie di Tarhuna, ma è stato smentito pubblicamente dalla Settima brigata. L'impressione è che l'ex "eroe" di Alba libica abbia approfittato della situazione di caos per ritornare a Tripoli, dove era stato cacciato dopo la capitolazione del precedente esecutivo. Le forze di Salah Badi, infatti, hanno avviato una serie di scontri nella parte occidentale della capitale, sostenuti anche dalla brigata Fursan Janzur, che si era sciolta dopo la sconfitta del Governo di salvezza libico.

La Settima brigata di Tarhuna, chiamata anche degli al Kani, perché guidata dai fratelli al Kani, si fa chiamare anche Brigata dei rivoluzionari di Tarhuna, dal nome del quartiere da dove provengono i suoi membri. Il deputato libico indipendente eletto a Tarhuna, Mohammed al Abani, ha riferito all'emittente televisiva qatariota "al Jazeera" che il Consiglio di presidenza aveva sciolto la Settima brigata ad aprile senza però eseguire l'ordine, aggiungendo che i suoi uomini "non sono affatto finanziati da Khalifa Haftar e proclamano il loro sostegno al Gna, anche se non ne rispettano gli ordini e non ricevono alcun sostegno se non dai notabili di Tarhuna e dalla 22ma Brigata di Tarhuna". Da segnalare che tra i politici di rilievo che hanno garantito sostegno alla Settima Brigata c'è Ahmed Qadaif al Damm, cugino del defunto colonnello Muammar Gheddafi in esilio in Egitto. La 22ma Birgata di Tarhuna invece è guidata da Amrani Ali Faraj. Quest'ultimo gruppo armato parrebbe "simpatizzare" per il generale Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica, e effettivamente combattuto in prima linea negli scontri dei giorni scorsi nella periferia sud di Tripoli.

Dall'altra parte, invece, ha combattuto la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli, teoricamente al fianco del governo Sarraj, considerata una delle brigate più numerose e guidata da Haytham al Tajuri; queste forze hanno giocato un ruolo centrale nel cacciare le forze del passato Governo di salvezza dalla capitale nel maggio del 2017. Poi c'è la brigata al Nawasi, chiamata anche l'Ottava forza, guidata da Mustafa Qadur, che controlla la zona di Suq al Jumua, ad est di Tripoli, dove si trova l'aeroporto di Mitiga che ha subito nei giorni scorsi la caduta di diversi colpi di mortaio. Il ministero dell'Interno ha delegato a questa forza, considerata la seconda più forte di Tripoli, il contrasto del crimine in città. Con il Gna ci sono anche le Forze di deterrenza (Rada) dette anche forze speciali di Abu Salim, chiamate anche della sicurezza centrale o brigata Ghaniua, guidate da Abdel Ghani al Kakli che fa capo sempre al ministero dell'Interno di Tripoli.

A cambiare la situazione sul terreno è stato l'intervento delle milizie di Misurata. Solo alcuni gruppi armati della "città-Stato" a est di Tripoli, tuttavia, sono intervenuti a sostegno di Sarraj. Tra queste figura la Brigata 301, di stanza nella parte occidentale di Tripoli, ma anche le Forze della Regione militare centrale guidate dal generale Mohammed al Hadad. Quest'ultimo era stato rapito a Misurata tra sabato primo e domenica due settembre, per essere poi liberato due giorni dopo. Il generale è stato ritrovato privo di sensi dopo essere "scomparso" al termine di una riunione tra i suoi ufficiali su come intervenire nella crisi di Tripoli. Ci sono inoltre le forze di al Bunian al Marsu, in buona parte composta da uomini di Misurata (eroi della vittoria contro lo Stato islamico), la cui base è a Sirte, 450 chilometri a est di Tripoli, entrati nella capitale da Tajura, periferia est, per mettere in sicurezza la città in particolare dopo l'evasione di alcuni detenuti. Infine si parla della forza dell'anti-terrorismo guidata da Mohammed al Zayn con base a Misurata e formata nel 2017 dal Consiglio presidenziale, incaricata di sorvegliare il rispetto del cessate il fuoco.

Un ruolo importante nella partita di Tripoli è stato giocato anche dalle Forze della zona militare occidentale, guidate da Osama al Jauili, ex capo di Zintan, importante città libica situata a sud-ovest di Tripoli, e le milizie di Imad Trabelsi, che fanno capo al governo di Sarraj anche se nel 2014 hanno combattuto al fianco di Haftar. I miliziani della zona montana di Zintan hanno sempre mantenuto una certa indipendenza dopo la rivoluzione del 2011. Questa municipalità si è sempre considerata indipendente dal governo di Tripoli, ma anche dall'entità governativa non riconosciuta della Cirenaica, nell'est del paese, a sua volta legata all'autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Haftar. Dopo la rivoluzione del 2011 le milizie di Zinan si sono scontrate più volte con quelle di Misurata portando, nel luglio del 2014, alla distruzione dell’aeroporto di Tripoli. Il timore adesso è che le vecchie ruggini di quel conflitto possano riemergere da un momento all'altro.

L'intervento delle forze di Tarhuna, infatti, ha riportato a Tripoli alcune forze del passato Governo di salvezza libico. A preoccupare è soprattutto la brigata al Sumud guidata da Salah Badi, ex capo di Alba della Libia, sciolta nel 2016 dal Gna, protagonista degli scontri con le forze di Zintan per l'aeroporto internazionale di Tripoli nel 2014. Vanno aggiunti poi la Forza nazionale in movimento guidata da Said Gujil (composta da combattenti berberi) e i Cavalieri di Janzur, che hanno combattuto nel 2014 contro la brigata 301 di Misurata. Alla base di quest'ultimo conflitto tripolino, secondo l'analisi di "al Jazeera", c'è la volontà della Settima brigata di contendere soldi e potere alle altre brigate. La Settima è infatti composta da alcuni ufficiali del passato regime, da soldati rivoluzionari e da una terza componente che sosterrebbe Khalifa Haftar. Secondo il deputato Mohammad al Abani, in particolare, la 22ma Brigata di Tarhuna sarebbe una sorta di "testa di ponte" di Haftar in questo conflitto.

La Settima brigata, intanto, ha annunciato che le sue forze non lasceranno le posizioni conquistate nei nove giorni di scontri armati avvenuti a Tripoli. In un documento pubblicato dal sito informativo libico “al Marsad”, la brigata ha ribadito di voler conservare le posizioni acquisite nella parte sud di Tripoli assicurando però l’intenzione di rispettare la tregua. “Rispettiamo l’ordine dato dal comando delle operazioni di fermare ogni operazione militare – si legge – ma restiamo in allerta nei confronti delle milizie che controllano Tripoli”. In un video la Settima brigata rivendica di controllare la sede della compagnia industriale al Nahr nella zona di Wadi al Rabia di Tripoli, dopo aver cacciato le Forze di deterrenza (Rada) durante i combattimenti dei giorni scorsi.

Anche la brigata al Dhaman, che fa capo del cartello di milizie che difendono il Gna a Tripoli, ha annunciato di voler rispettare il cessate il fuoco firmato l’altro ieri notte, 4 settembre, a Zawiya grazie alla mediazione della missione Onu. In un messaggio su Twitter la brigata nega quanto affermato da un esponente della Settima brigata di Tarhuna, città situata circa 80 chilometri a sud-est di Tripoli, il quale li aveva accusati di aver già violato la tregua. “Rispettiamo il cessate il fuoco e salvaguardiamo le vite dei civili e i loro beni. Quanto riportato dalla milizia degli al Kani (la Settima brigata, ndr) si riferisce a coloro i quali sono penetrati nelle loro zone e hanno aperto il fuoco”. Ieri mattina infatti la Settima brigata ha denunciato “le milizie di Tripoli”, e in particolare la brigata al Dhaman, di aver violato il cessate il fuoco nella zona di Wadi al Rabia, ferendo tre dei suoi uomini.
 
Agenzia Nova