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Venezuela: vittoria dei “sì” ai referendum per la sovranità sul territorio Esequibo. Tensioni con la Guyana

Il governo del Brasile ha disposto il rafforzamento del confine nord, segnalando sospetti movimenti militari del Venezuela

Caracas
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Si è chiuso con la vittoria netta dei “sì” in tutti e cinque i quesiti, il referendum consultivo tenutosi oggi in Venezuela per sostenere le rivendicazioni di sovranità sul territorio Esequibo, la regione ricca di risorse naturali contesa con la Guyana. I dati diffusi dalle autorità elettorali dicono che nessuno dei quesiti ha ottenuto meno del 95 per cento dei “sì”. Le percentuali di consenso maggiori sono andate ai primi due quesiti (97,8 e 98,1 per cento), per i quali anche le opposizioni avevano invitato a votare sì. Farà discutere il dato sull’affluenza, oltre 10,5 milioni sui circa venti milioni di aventi diritto, dopo le numerose cronache audio e video di seggi elettorali apparentemente andati deserti. L’iniziativa referendaria aveva nei giorni scorsi acceso l’allarme su possibili minacce alla stabilità della regione. Timorosa che il referendum – pur meramente consultivo – potesse inficiare la soluzione pacifica del contenzioso, la Guyana aveva cercato di ottenerne la sospensione, ma la Corte internazionale di giustizia (Cig), chiamata a premere su Caracas, si è limitata ad invitare le parti a non prendere iniziative che possano aumentare la tensione. Nel frattempo, il governo del Brasile aveva disposto il rafforzamento del confine nord, segnalando sospetti movimenti militari del Venezuela.


La Guyana aveva acceso l’allarme soprattutto su due quesiti: il numero 3, quello con cui si chiedeva alla cittadinanza se fosse d’accordo “con la posizione storica del Venezuela di non riconoscere la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia” sul caso. La domanda insiste su un dubbio che la Corte ha risolto di recente, affermando la propria competenza sul caso, proprio in risposta a un ricorso di Caracas. La Guyana fa inoltre notare che nel corso del tempo il Venezuela ha chiesto proprio all’Aja di sciogliere questioni incidentali sulla causa. Il quesito numero 5 chiedeva il consenso all’idea di creare un nuovo Stato federale venezuelano, la Guyana Esequiba, “sviluppando un piano accelerato per l’attenzione integrale della popolazione attuale e futura del territorio che contempi, tra le altre cose, la concessione della cittadinanza e il rilascio del documento di identità venezuelano”. L’allarme è in questo caso rivolto al pericolo che Caracas possa annettere di fatto il territorio conteso.

Ricco di preziose risorse naturali, il Territorio Esequibo è tornato al centro di un serrato braccio di ferro internazionale dopo il recente annuncio della Guyana di indire una nuova serie di aste petrolifere. Manovra che per Caracas – rimandando agli interessi nutriti dalla Exxon Mobil nella zona – è prova di una ingerenza diretta degli Stati Uniti. Diversi analisti mettono in questo senso in risalto l’importante svolta rappresentata dalla messa in funzione, a metà novembre, della Unità galleggiante di produzione stoccaggio e scarico “Prosperity”, la terza Fpso di ExxonMobil nell’area, potenzialmente in grado di spingere la produzione nazionale a 620mila barili al giorno, cifra che potrebbe insidiare quella della stessa Venezuela. Caracas ha avviato un’offensiva politica e mediatica, nonché giudiziaria, con un’inchiesta aperta dalla procura generale su una denuncia penale nei confronti del presidente della Guyana, Mohamed Irfaan Alì.

Il territorio al centro della contesa è un’area di 159.500 chilometri quadrati che la Guyana ha incorporato all’interno dei propri confini ma la cui sovranità è reclamata dal Venezuela. Georgetown difende un confine territoriale stabilito nel 1899 da un tribunale arbitrale a Parigi, quando la Guyana era ancora una colonia britannica. Caracas rivendica l’Accordo di Ginevra, firmato nel 1966 con il Regno Unito prima dell’indipendenza della Guyana, che pose le basi per una soluzione negoziata e annullò il trattato del 1899. La questione della sovranità è tornata di prepotente attualità nel 2015, quando il gigante statunitense Exxon Mobil ha annunciato la scoperta di giacimenti di petrolio nella zona marittima. Nonostante la contrarietà del Venezuela, che in un primo tempo ammetteva la sola possibilità di un arbitrato bilaterale, il caso è dal 2018 nelle mani della Corte internazionale di giustizia (Cig). Respingendo una serie di obiezioni di Caracas, il tribunale Onu ha confermato di avere i titoli per decidere sulla contesa, avviando ora l’esame del merito.

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