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Venezuela: seggi aperti per il referendum sull’Esequibo, il territorio conteso con la Guyana

Il territorio al centro della contesa è un'area di 159.500 chilometri quadrati che la Guyana ha incorporato all’interno dei propri confini ma la cui sovranità è reclamata dal Venezuela

Caracas
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In Venezuela sono aperti i seggi per il referendum sul territorio di Esequibo, ricco di preziose risorse naturali e conteso con la Guyana. Il Consiglio nazionale elettorale (Cne) venezuelano ha attivato 15.857 centri di votazione e ha convocato alle urne 20.694.124 cittadini iscritti nei registri elettorali. Il presidente dell’organismo elettorale, Elvis Amoroso, ha precisato che 139.227 persone sono coinvolte nella gestione della consultazione referendaria. Da mercoledì 356.513 membri delle Forze armate nazionali sono stati dispiegati in tutto il Paese per presidiare i seggi elettorali. Nel piano di sicurezza rientrano anche 51.778 agenti di polizia. Inoltre, dal primo al 4 dicembre è stato imposto il divieto di vendita di bevande alcoliche, porto d’armi e riunioni pubbliche. A monitorare le operazioni ci sono anche 1.200 pubblici ministeri e il procuratore generale, Tarek William Saab, ha attivato una linea telefonica per eventuali denunce.


I seggi sono stati aperti alle 6 del mattino e si chiuderanno alle 18 (ore locali). Gli elettori sono chiamati a rispondere a cinque quesiti. Ai votanti viene chiesto se sono d’accordo a respingere la linea imposta dal lodo arbitrale di Parigi del 1899; se sostengono l’Accordo di Ginevra del 1966 come unico strumento giuridico valido; se concordano nel non riconoscere la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia; se si oppongono alla pretesa della Guyana di disporre unilateralmente di un mare in attesa di delimitazione e, infine, se sono favorevoli alla creazione di un territorio chiamato Guayana Esequiba.

Il territorio al centro della contesa è un’area di 159.500 chilometri quadrati che la Guyana ha incorporato all’interno dei propri confini ma la cui sovranità è reclamata dal Venezuela. Georgetown difende un confine territoriale stabilito nel 1899 da un tribunale arbitrale a Parigi, quando la Guyana era ancora una colonia britannica. Caracas rivendica l’Accordo di Ginevra, firmato nel 1966 con il Regno Unito prima dell’indipendenza della Guyana, che pose le basi per una soluzione negoziata e annullò il trattato del 1899. La questione della sovranità è tornata di prepotente attualità nel 2015, quando il gigante statunitense Exxon Mobil ha annunciato la scoperta di giacimenti di petrolio nella zona marittima. Il successivo annuncio della Guyana di una serie di aste petrolifere – iniziativa che per il Venezuela è prova di un’ingerenza degli Stati Uniti – ha acceso la controversia. Caracas ha avviato un’offensiva politica e mediatica, nonché giudiziaria, con un’inchiesta aperta dalla procura generale su una denuncia penale nei confronti del presidente della Guyana, Mohamed Irfaan Alì.

Nonostante la contrarietà del Venezuela, che in un primo tempo ammetteva la sola possibilità di un arbitrato bilaterale, il caso è dal 2018 nelle mani della Corte internazionale di giustizia (Cig). Respingendo una serie di obiezioni di Caracas, il tribunale Onu ha confermato di avere i titoli per decidere sulla contesa. La Corte internazionale di giustizia ha ordinato al governo del Venezuela di astenersi dall’intraprendere azioni che possano aumentare la tensione sul caso del territorio Esequibo. La Corte, che dovrà poi decidere nel merito della questione, era chiamata nello specifico a pronunciarsi sulla richiesta di Bridgetown di sospendere la convocazione del referendum consultivo indetto da Caracas.

La Cig ha approvato all’unanimità una mozione secondo cui il Venezuela dovrebbe “astenersi da qualsiasi azione che modifichi la situazione attualmente prevalente nel territorio, secondo cui la Repubblica Cooperativa della Guyana amministra ed esercita il controllo sulla zona”, come si legge nella sentenza. Al tempo stesso, dinanzi a un crescendo di tensioni, entrambe le parti “dovrebbero evitare qualsiasi azione che potrebbe aggravare o estendere la contesa presentata alla Corte, o rendendola più difficile da risolvere”. Nessun invito esplicito alla sospensione del referendum ma un chiaro monito a Caracas. Esiste “un grave rischio che il Venezuela acquisisca ed eserciti il controllo e l’amministrazione del territorio conteso”, è scritto nella sentenza. La Corte teme che eventuali mosse del Venezuela possano “pregiudicare in modo irreparabile i diritti della Guyana”.

Per quanto riguarda le reazioni di altri Paesi della regione, il ministero della Difesa del Brasile nei giorni scorsi ha fatto sapere che avrebbe rafforzato la presenza alla frontiera nord, in località strategiche per l’accesso al territorio Esequibo, denunciando l’intensificarsi di attività militari del Venezuela. Oggi il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha auspicato una soluzione all’insegna della ragionevolezza: “Ciò di cui il Sud America non ha bisogno è la confusione. Non possiamo continuare a pensare a combattere. Spero che prevalga il buonsenso, sia da parte del Venezuela sia della Guyana”, ha dichiarato. La Comunità caraibica in un comunicato pubblicato dopo la sentenza della Corte internazionale di giustizia ha scritto di aspettarsi che il Venezuela la rispetti e non intraprenda azioni in violazione del diritto internazionale. Inoltre, ha fatto appello affinché i Caraibi siano rispettati come “zona di pace” e la tranquillità della regione non venga turbata. Il governo del Venezuela ha respinto “categoricamente” il comunicato e accusato l’organizzazione di essere diventata “una struttura disfunzionale e ideologizzata, con obiettivi distruttivi e asservita a interessi imperiali”.

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