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Venezuela: Machado vince le primarie ma la strada per la presidenza è ancora lunga

Caracas
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La vera partita delle primarie organizzate dalle opposizioni del Venezuela per scegliere il candidato alla presidenza si apre ora che le urne sono chiuse. La vittoria di Maria Corina Machado, da tempo ampiamente prevista dai sondaggi, era diventata praticamente una certezza con il ritiro dalla competizione di alcuni dei possibili concorrenti, tra cui l’ex candidato alla presidenza Henrique Capriles Radonski. Ma la strada per le elezioni del 2024, apparentemente spianata dal 92 per cento dei voti raccolti da Machado, si è in fretta popolata di ostacoli legali e politici. Poche ore dopo la diffusione dei primi bollettini, che prefiguravano la vittoria della leader di Vente Venezuela e una affluenza superiore al previsto, nomi pesanti del governo – dal presidente Nicolas Maduro alla moglie e “prima combattente” Cilia Flores, passando per il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodriguez – parlavano di un processo “fraudolento”, antipasto di una contestazione su più livelli. In breve il procuratore generale Tarek William Saab rendeva infatti nota l’apertura di indagini sugli organizzatori, con ben quattro capi di possibile imputazione. Senza contare che sulla stessa Machado grava una sentenza di “inabilitazione” alle cariche politiche per reati amministrativi, fortemente contestata nel merito e nel metodo.


Un’offensiva che per le opposizioni e per molti osservatori nazionali e internazionali punta a sterilizzare le possibilità di sconfitta elettorale per Maduro, così come denunciato alle elezioni del 2018. Ma sulla scena c’è stavolta un fattore importante: l’accordo che governo e opposizioni hanno firmato il 17 ottobre a Barbados per tentare un’uscita dalla crisi politica e sociale in corso da anni. Un’intesa che prevede anche lo svolgimento di elezioni libere e trasparenti ma che probabilmente non sarebbe stata raggiunta senza il forcing dell’amministrazione degli Stati Uniti. Nelle ore in cui le parti mettevano nero su bianco l’intenzione di riaprire il dialogo – sospeso da quasi un anno -, Caracas e Washington davano conto di un negoziato in corso da settimane, il primo di una certa intensità dopo anni di relazioni congelate: il Venezuela acconsentiva a ricevere migranti entrati illegalmente negli Usa, concedendo all’amministrazione di Joe Biden un parziale sollievo nella gestione di un fenomeno sempre più delicato e presente nella incipiente campagna elettorale. La Casa Bianca “benediceva” quindi l’accordo tra Maduro e gli oppositori concedendo una pausa di sei mesi dalle sanzioni che da anni soffocano il settore energetico Venezuelano. A patto che, precisava il dipartimento di Stato, che entro novembre Caracas liberasse gli oppositori ancora in carcere per reati politici e desse la garanzie che le elezioni saranno aperte a tutti.

Uno schema che, al momento, le autorità venezuelane sembrano voler mettere sotto pressione. Il motivo tecnico delle contestazioni mosse agli organizzatori delle primarie sta nel rifiuto opposto alla collaborazione offerta dalla Commissione nazionale elettorale (Cne), in grado di garantire il voto elettronico, i seggi e l’apparecchiatura biometrica per identificare gli elettori. Senza quest’organismo, denunciano dal governo, mancano le garanzie di trasparenza e affidabilità del voto, inficiando l’accordo di Barbados nella parte in cui si assicurava che i processi elettorali si sarebbero svolti secondo la legge nazionale. “Non credo si aspettassero questo livello di partecipazione”, ha commentato il capo delegazione delle opposizioni, Gerardo Blyde, ricordando che l’intesa assicurava il rispetto del “diritto di ogni attore politico a selezionare i propri candidati alle elezioni in modo libero e seguendo i meccanismi interni che esse desiderano”. Lo stesso motivo tecnico è stato posto alla base delle indagini aperte dalla procura, nei confronti – per il momento – di presidente e vice presidente dela Commissione organizzativa.

La comunità internazionale tiene alta l’attenzione sul dossier. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invitato il governo di Nicolas Maduro a rispettare gli accordi stretti con le opposizioni il 17 ottobre. Guterres – ha detto il portavoce, Stéphane Dujarric – lancia un “appello a tutte le autorità a garantire la piena adesione e rispetto dei diritti politici ed elettorali dei cittadini” e ribadisce l’appello ad applicare in “buona fede l’accordo parziale su promozione dei diritti politici e garanzie elettorali per tutti firmate a Barbados”. Poco dopo il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), Luis Almagro, ha invitato Caracas a celebrare presidenziali “limitazioni”, in accordo con quanto stabilito dai recenti accordi tra governo e opposizione. “Mi congratulo con la commissione nazionale delle primarie per l’azione civica del 22 ottobre”, giornata elettorale svoltasi con “alta partecipazione”, e con “Maria Corina Machado per il trionfo e la candidatura”, ha scritto Almagro in un messaggio pubblicato sul proprio profilo X. “Condanno le successive aggressioni del regime”, ha proseguito il segretario generale rimandando alle indagini aperte dalla procura generale nei confronti del comitato e alla minaccia di non ammettere Machado al voto. Il “Venezuela deve votare nel 2024 senza inabilitazione né persecuzione e in stretto compimento di quanto accordato a Barbados”, ha chiosato.

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