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Usa: l’incriminazione di un indiano a Manhattan mette alla prova l’asse con Nuova Delhi

L’incriminazione di Gupta arriva infatti in un momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno dell’appoggio dell’India, reduce dalla presidenza di turno del G20, su tanti dossier delicati dell’attualità internazionale

Washington
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L’incriminazione a Manhattan di un cittadino indiano, Nikhil Gupta, accusato di aver tentato di assassinare un attivista della comunità sikh, Gurpatwant Singh Pannun, rischia di essere una bomba a orologeria sulle relazioni tra Stati Uniti e India, un asse in rapido consolidamento sul quale la Casa Bianca punta con forza in funzione del contenimento della Cina. Soprattutto se gli inquirenti statunitensi dovessero provare un coinvolgimento delle autorità di Nuova Delhi nella vicenda, i cui contorni restano al momento in gran parte oscuri. Secondo l’atto di accusa depositato ieri alla corte federale Usa, Gupta avrebbe infatti ricevuto l’incarico di uccidere Pannun da un non meglio identificato “ufficiale sul campo” con “responsabilità di gestione della sicurezza e d’intelligence”, che si sarebbe occupato di coordinare l’operazione dall’India. Successivamente avrebbe offerto 100 mila dollari a un altro individuo che avrebbe dovuto commettere materialmente il delitto, ma che si sarebbe rivelato in realtà un agente sotto copertura della Drug enforcement administration (Dea), l’agenzia antinarcotici degli Stati Uniti. Tutto questo sarebbe avvenuto lo scorso maggio. A giugno Gupta sarebbe stato arrestato in Repubblica Ceca (dove tuttora si trova, in attesa di estradizione), proprio mentre il premier indiano Narendra Modi veniva accolto a Washington in pompa magna per una visita di Stato definita “storica” da molti osservatori.


La tempistica della vicenda, scrive la rivista “Foreign Policy”, solleva dei dubbi. L’incriminazione di Gupta arriva infatti in un momento in cui gli Stati Uniti, ancorché preoccupati dall’impegno di Nuova Delhi a confermare il proprio percorso democratico, hanno bisogno dell’appoggio dell’India, reduce dalla presidenza di turno del G20, su tanti dossier delicati dell’attualità internazionale. L’amministrazione del presidente Joe Biden punta con decisione sul governo del premier Modi per contenere l’influenza della Cina in Asia e in particolare nel subcontinente indiano (nei prossimi mesi sono in programma importanti appuntamenti elettorali in Pakistan e in Bangladesh, mentre in Myanmar è in corso una vasta offensiva delle forze ribelli contro la giunta militare filo-cinese al potere dal 2021), ma anche per accelerare l’isolamento della Russia durante la guerra in Ucraina e per creare le condizioni per un cessate il fuoco duraturo nella Striscia di Gaza (Nuova Delhi, sin dall’inizio del conflitto, ha preso pubblicamente posizione a sostegno d’Israele condannando con nettezza gli attacchi terroristici di Hamas). L’India, dal punto di vista della Casa Bianca, è un alleato chiave per controbilanciare l’influenza di Cina e Russia sul cosiddetto Sud globale, della cui voce Modi si è voluto far interprete in occasione del vertice del G20 dello scorso settembre.

Non è dunque da escludere l’ipotesi che dietro l’affaire Gupta vi siano attori interessati a far deragliare il consolidamento dell’asse tra Washington e Nuova Delhi. Tanto più che non si tratta di un episodio isolato. Solo due mesi fa il primo ministro del Canada, Justin Trudeau, accusava l’India di essere coinvolta nell’assassinio di un altro attivista sikh, Hardeep Singh Nijjar, in un sobborgo di Vancouver. Gli Stati Uniti hanno successivamente fatto sapere di aver fornito alle autorità di Ottawa informazioni d’intelligence sul caso. Così come Pannun, Nijjar si batteva per la creazione di uno Stato indipendente per la comunità sikh, denominato Khalistan, in un territorio che oggi fa parte dello Stato indiano del Punjab.

Alle accuse canadesi l’India, a settembre, rispondeva duramente, invitando il Canada a ridurre in maniera sostanziale il proprio personale diplomatico a Nuova Delhi e sospendendo l’emissione di visti d’ingresso nel Paese per i cittadini canadesi. L’incriminazione di Gupta arriva proprio in un momento in cui le relazioni tra Nuova Delhi e Ottawa sembrano essere tornate su un percorso di normalizzazione, con la ripresa dell’emissione dei visti da parte indiana. Questa volta la risposta indiana è stata più mite. Il portavoce del ministero degli Esteri, Arindam Bagchi, ha dichiarato oggi che il governo non può esprimersi sul caso, che considera “preoccupante” e “in contrasto” con le proprie politiche. “Non possiamo condividere alcuna informazione su tali questioni di sicurezza”, ha detto il portavoce, riferendosi agli “input” ricevuti dagli Usa “relativi al nesso tra organizzazioni di sicurezza criminali, trafficanti d’armi e terroristi”. Bagchi ha ribadito che la parte indiana “prende tali input molto seriamente” e che ha istituito un comitato d’inchiesta di alto livello per occuparsi della questione.

Il caso statunitense e quello canadese sono stati collegati anche dallo stesso Gupta. Il quale, sempre secondo l’atto d’accusa depositato ieri a Manhattan, avrebbe commentato l’omicidio di Nijjar a Vancouver con l’agente della Dea sotto copertura. “Era anche lui nella nostra lista, ce ne sono molti altri”, avrebbe detto l’indiano, 52 anni. Eppure non è chiaro il motivo per il quale proprio ora, in un momento di grande protagonismo sulla scena internazionale, l’India avrebbe dovuto lanciare una campagna di omicidi in territorio straniero. Il movimento per il Khalistan è considerato da Nuova Delhi una minaccia alla sicurezza nazionale, ma la questione è vecchia di decenni ed è molto più sentita tra i membri della diaspora sikh che all’interno dei confini nazionali. “Nel Punjab – scriveva il “New York Times” lo scorso settembre – c’è poco sostegno per una causa secessionista che ha provocato violenze decenni fa e si è successivamente spenta”. Anzi, proseguiva il quotidiano statunitense, Modi potrebbe aver “amplificato” la minaccia separatista per garantirsi “un tema politico importante in vista delle elezioni nazionali del prossimo anno”, quando si voterà per il rinnovo della Camera del popolo (Lok Sabha, la camera bassa del parlamento federale) e di diverse assemblee legislative statali.

Il movimento per il Khalistan, la patria per cui si battono gruppi separatisti sikh, ha origine addirittura nell’epoca coloniale britannica, ma cresce negli anni Settanta e raggiunge il suo culmine negli anni Ottanta. Dagli anni Novanta è andato scemando, sia per la repressione delle forze dell’ordine sia per le divisioni interne, anche se non è del tutto scomparso e trova ancora un seguito soprattutto tra gli espatriati (le più grandi comunità sikh di origine indiana sono in Canada, nel Regno Unito e negli Stati Uniti). I confini del Khalistan variano a seconda dei gruppi: la terra dei sikh potrebbe comprendere sia il Punjab indiano sia quello pachistano ma anche parti di altri Stati indiani, Haryana, Himachal Pradesh, Jammu e Kashmir, Rajasthan.

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