Turchia: venerdì nero a Istanbul, la Borsa perde oltre l’8 per cento

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Venerdì nero per la principale borsa valori della Turchia, costretta oggi a interrompere le negoziazioni dopo che la crisi valutaria del Paese, che già impattava sulle obbligazioni, sembra aver contagiato ormai anche il mercato azionario. La Borsa di Istanbul ha annunciato una “interruzione temporanea” delle negoziazioni dopo che il principale indice (Bist 100) ha perso oltre il 5 per cento. Dopo la ripresa delle contrattazioni, l’indice ha perso altri tre punti chiudendo al -8,52 per cento. Intanto la valuta turca è scesa di un ulteriore 7 per cento oggi, toccando un nuovo minimo storico di oltre 17 lire per dollaro Usa. Ieri, la Banca centrale aveva nuovamente ridotto i tassi di interesse di 100 punti base, arrivano dal 14 per cento, nonostante il tasso di inflazione annuo sia di oltre 20 per cento. La lira si è dimezzata di valore quest’anno a seguito dei tagli dei tassi di interesse. Il presidente Recep Tayyip Erdogan, infatti, rifiuta la politica economica secondo cui gli alti tassi di interesse frenano l’inflazione, ed esercita un controllo sempre più stretto sulla Banca centrale.

Contestualmente, il rendimento delle obbligazioni a 10 anni della Turchia è aumentato oggi di 0,3 punti percentuali al 21,5 per cento. La svalutazione della lira non aveva ancora impattato negativamente il mercato azionario turco. Gli investitori, infatti, avevano scommesso sul fatto che una lira più debole fosse un bene per le esportazioni. Gli analisti, tuttavia, ritengono ora che il rapido declino della lira possa suscitare timori per la salute finanziaria delle società che hanno ottenuto prestiti in valuta estera, o sulla possibilità che i turchi possano iniziare a ritirare in massa i loro contanti dal sistema bancario per cambiarli in dollari. La Banca centrale, da parte sua, continua a intervenire sui mercati nel tentativo di sostenere la lira vendendo valuta estera, una politica che però sembra innervosire le imprese turche. Ieri, Erdogan ha annunciato un aumento del 50 per cento del salario minimo nel tentativo di proteggere i lavoratori dal rapido aumento dei prezzi, una mossa che secondo gli economisti potrebbe alimentare ulteriormente l’inflazione.

Gli esperti ritengono che gli interventi diretti del governo della Turchia, tramite la Banca centrale e il taglio al tasso di interesse, siano tra le cause della crisi economica che sta colpendo il Paese. Il professore di relazioni internazionali in Medio Oriente e Nord Africa, specializzato nell’analisi economica, Michael Tanchum, ha recentemente paragonato la traiettoria dell’economia della Turchia con quella dell’Argentina. Infatti, secondo l’esperto, ci sarebbero dinamiche e peculiarità simili in entrambi i contesti. Nello specifico, i due Paesi sono caratterizzati non solo dal crollo delle valute nazionali nel tasso di cambio con il dollaro statunitense, ma anche dalla crescita dell’inflazione. Al momento, infatti, in Turchia l’inflazione sfiora il 21 per cento a livello annuale. A livello mensile però, l’economia del Paese mediterraneo ha registrato per tre mesi di fila (settembre, ottobre e novembre) un aumento dell’inflazione del 50 per cento sul periodo precedente, aprendo la strada a una possibile iperinflazione, esattamente come si è verificato nel caso argentino. In entrambi i contesti, inoltre, l’approccio statale alla crisi si concentra sull’intervento diretto sul mercato piuttosto che su eventuali riforme in grado di guidare la crescita.

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