L’Unione africana ha sospeso la sua partecipazione ai colloqui facilitati dalle Nazioni Unite per porre fine alla crisi politica in Sudan. Parlando in conferenza stampa a Khartum, il rappresentante dell’Ua in Sudan, Mohamed Belaish, ha citato la mancanza di trasparenza e l’esclusione di importanti attori politici dal processo e ha affermato che “l’Unione africana non può partecipare a un processo che non sia basato su trasparenza, onestà e non esclusione”. Per questo motivo, ha aggiunto Belaish, “l’Ua non parteciperà a un processo che non rispetti tutti gli attori e li tratti con pieno rispetto e su un piano di parità”. Stando a quanto riferisce il quotidiano online “Sudan Tribune”, ad innescare la decisione è stata, in particolare, l’esclusione dell’Ua dai colloqui diretti tra le Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc, piattaforma che riunisce le sigle della società civile sudanese) e la componente militare del Consiglio sovrano di transizione. La coalizione delle Ffc ha infatti tenuto nei giorni scorsi un incontro con i diplomatici africani a Khartum per motivare il proprio rifiuto degli incontri diretti con la componente militari mediati dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, incontri che miravano a portare le due principali forze rivali a concordare l’attuazione di misure di rafforzamento della fiducia, compreso il rilascio dei detenuti e la fine delle violenze, e le modalità procedurali del dialogo intra-sudanese su chi venga ammesso a partecipare al processo politico.
Intervistato dal “Sudan Tribune”, Belaiche ha ribadito l’impegno dell’Unione africana nel processo intra-sudanese, aggiungendo che riprenderà la sua partecipazione se la situazione cambierà. “L’Unione africana non si è ritirata dal meccanismo, ma non può continuare gli incontri in un’atmosfera diversa dalla trasparenza, dalla non esclusione, dal rispetto di tutte le parti e dall’onestà nel trattare con tutti”, ha detto, aggiungendo di non voler ripetere quanto accaduto nel 2019, quando l’accordo politico era limitato alle Ffc, sottolineando che la scena politica è cambiata nel 2022. “Ci sono partiti politici che non possiamo escludere dal dialogo e tutti devono partecipare, tranne quelli vietati dalla legge”, ha sottolineato. Le divergenze scaturiscono dal fatto che i vertici militari appoggiavano la partecipazione ai colloqui di alcuni gruppi islamisti e di altre forze alleate all’ex presidente Omar al Bashir (estromesso dal potere nel 2019) con il supporto della squadra dell’Unione africana, mentre al contrario le Ffc chiedevano che il processo includesse le forze rivoluzionarie come i Comitati di resistenza.
Nelle scorse settimane le Ffc, dopo aver boicottato i colloqui ufficiali iniziati lo scorso 8 giugno, avevano avviato colloqui informali con il Consiglio sovrano di transizione mediati da Stati Uniti e Arabia Saudita allo scopo di porre fine alla lunga situazione di stallo politico seguita al colpo di Stato militare dello scorso ottobre. È quanto aveva riferito in una nota l’ambasciata Usa a Khartum, precisando che i rappresentanti dell’esercito e del comitato centrale della Ffc si erano incontrati “per scambiare opinioni su come risolvere l’attuale crisi politica, nonché su un processo che porti a una transizione democratica”. L’ambasciata, si legge nella nota, aveva quindi accolto con favore l’impegno delle parti a mettere al primo posto gli interessi della nazione e a coinvolgere altre parti interessate, precisando al contempo che l’incontro non sostituisce il dialogo che l’Unione africana, le Nazioni Unite e l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) stanno portando avanti per facilitare un ritorno al governo democratico.
Alla sessione di apertura della conferenza di dialogo hanno partecipato la componente militare, il Fronte rivoluzionario sudanese (Srf), la coalizione di consenso nazionale degli ex gruppi ribelli che hanno sostenuto il colpo di Stato, il Partito islamico del Congresso popolare (Pcp) e alcuni altri gruppi alleati con il precedente regime tra cui l’Alleanza per la rinascita del Sudan Renaissance di Tijani al Sisi. Il Srf – che fa parte del governo a guida militare – e il Pcp sono state le uniche formazioni politiche che hanno espresso la loro opposizione al colpo di Stato dell’ottobre scorso, accusando anche la componente militare di essere responsabile dell’uccisione di numerosi manifestanti nelle proteste. Al tavolo dei colloqui non sono presenti invece i gruppi anti-golpe: oltre alle Ffc, i Comitati di resistenza, il Partito comunista sudanese (Scp) e l’Associazione professionale sudanese (Spa). Dal 2019 la coalizione Ffc condivideva il potere con i militari, ma il colpo di Stato di ottobre ha posto fine all’accordo di condivisione del potere dando vita a numerose proteste che hanno causato la morte di decine di manifestanti.
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