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Somalia: la revoca dell’embargo Onu sulle armi pone seri rischi per la sicurezza

La decisione accoglie così le richieste espresse da tempo dal governo di Mogadiscio, in una fase di massimo impegno contro il gruppo jihadista Al Shabaab

Mogadiscio
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Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione presentata dalla delegazione del Regno Unito per porre fine all’embargo per la fornitura di armi al governo della Somalia e alle sue forze di sicurezza, dopo oltre 30 anni. Il Consiglio ha adottato anche una seconda risoluzione, presentata sempre dalla delegazione di Londra, per imporre un nuovo embargo al gruppo jihadista di al Shabaab. La decisione accoglie così le richieste espresse da tempo dal governo di Mogadiscio, peraltro in una fase di massimo impegno contro il gruppo jihadista Al Shabaab. La decisione rappresenta un ulteriore successo politico del presidente Hassan Sheikh Mohamud, il cui secondo mandato sta ottenendo diversi riconoscimenti a livello internazionale sul piano della lotta al terrorismo e per la sicurezza del Paese. “La Somalia ora può accedere alle armi, acquistarle da altri Paesi e prenderle in prestito dai nostri amici per sconfiggere il gruppo terroristico”, ha dichiarato il presidente in un discorso trasmesso in diretta televisiva dopo il voto a New York. Mohamud ha detto che la decisione Onu sosterrà concretamente gli sforzi della Somalia “nel mantenimento della pace, nella promozione della stabilità e nella promozione dello sviluppo economico”, e ha elogiato la costanza del suo governo nel perseguire questo obiettivo, anche tramite il rafforzamento delle capacità di difesa del Paese. Il leader somalo ha quindi promesso impegno e vigilanza da parte di Mogadiscio sul flusso delle armi, con l’obiettivo di ridurne l’uso improprio e l’acquisto illegale di armi da parte di individui privati piuttosto che del governo. Soddisfatto anche il premier Hamza Abdi Barre, che ha parlato di “decisione storica” e si è detto ottimista sulle possibilità del Paese di sconfiggere Al Shabaab, in grado ora di procurarsi “armi sofisticate” decisive sul campo di battaglia e di “ricostruire un esercito forte”.


Nel corso della sessione di New York, che si è tenuta venerdì 1 dicembre, sono state adottate due risoluzioni, sulla base di un ragionamento che intende distinguere fra i destinatari delle commesse armate. La prima risoluzione, la numero 2713, rinnova il regime sanzionatorio imposto nei confronti di al Shabaab, prorogando il divieto di importazioni illegali di armi, di suoi componenti o di carbone, necessario per costruire esplosivi. Nel quadro di questa risoluzione, le Nazioni Unite hanno inoltre esteso fino al 15 gennaio del 2025 il mandato del Gruppo di esperti che assiste il Comitato per le sanzioni dell’organismo multilaterale. La seconda sanzione, la numero 2714, revoca invece l’embargo nei confronti del governo della Somalia, misura disposta nel 1992 nell’intento di tutelare i somali dalla guerra civile scoppiata dopo la deposizione del presidente e leader militare Mohamed Siad Barre, impedendo il trasferimento di armi fra le parti in conflitto. In quella difficile fase della storia somala una quantità di armi saccheggiate dalle caserme abbandonate sono passate nelle mani dei signori della guerra locali, sollevando la preoccupazione internazionale per un’ulteriore destabilizzazione del Paese est africano, i cui effetti sulla sicurezza regionale avrebbero potuto essere drammatici in caso di espansione del terrorismo.

Successivamente, negli anni 2000, queste stesse armi furono utilizzate dai miliziani dell’Unione delle Corti islamiche, alleanza islamista i cui miliziani hanno espulso da Mogadiscio i signori della guerra confluendo poi nella futura al Shabaab. L’intervento delle truppe dell’Unione africana in Somalia (missione Amisom, poi rinominata Atmis) e la ripresa di Mogadiscio nel 2011 hanno portato ad un allentamento delle sanzioni senza tuttavia mai eliminarle del tutto. Adottata con 14 voti favorevoli sui 15 membri, la risoluzione sul mantenimento delle sanzioni ad Al Shabaab ha visto l’astensione significativa della Francia. Sulla posizione di Parigi ha probabilmente influito il timore, da tempo espresso dal gruppo di esperti dell’Onu sulla Somalia, che la revoca totale dell’embargo causasse una proliferazione di armi in un Paese dove il governo controlla solo la metà del territorio e degli snodi commerciali. La Somalia è uno dei Paesi più poveri al mondo, con un alto tasso di corruzione sistemica e dove la diversione delle armi è pratica diffusa. Secondo i dati riferiti da “Le Monde”, nel 2016 quasi il 40 per cento delle armi importate da Mogadiscio grazie alle esenzioni dall’embargo sono finite sui banchi del mercato nero, di facile accesso per le milizie e i clan terroristici.

Se la revoca dell’embargo governativo è senza dubbio un successo politico del presidente Mohamud – il secondo a stretto giro dopo l’adesione della Somalia alla Comunità dell’Africa orientale (Eac) -, la distinzione operata fra reti ufficiali e mercato nero appare un gesto di fiducia internazionale difficile da concretizzare sul piano del monitoraggio e della sicurezza. Uno studio del centro di ricerca somalo Hiraal del 2022 incoraggiava una revisione dell’embargo da parte della comunità internazionale in modo da migliorare la responsabilità e i processi di gestione delle armi, ricordando che l’anno precedente Al Shabaab era comunque riuscita a spendere 24 milioni di dollari nell’acquisto di armi. In base ai dati raccolti e pubblicati nel rapporto intitolato “L’arsenale di Al Shabaab: dalle tasse al terrore”, l’istituto precisa che l’organizzazione terroristica affiliata ad Al Qaeda spende in armi in media 2 milioni di dollari al mese, di cui 1,8 milioni vengono utilizzati per esplosivi “interni” e 150 mila dollari per altri tipi di armi e osserva che il gruppo ha entrate per circa 180 milioni di dollari l’anno e una spesa prevista di circa 100 milioni. Una prova di come finora l’embargo non abbia funzionato, e della “grande disparità tra le armi che sono accessibili ad Al Shabaab e quelle disponibili per le forze di sicurezza dello Stato somalo”. In questo quadro, il ritiro delle forze della Missione di transizione dell’Unione africana in Somalia (Atmis) si profila come un ulteriore ostacolo alla gestione della sicurezza nel Paese. Seppur momentaneamente sospeso (su richiesta dello stesso governo somalo), il ritiro delle circa 18 mila unità è previsto entro la fine del 2024, aprendo all’incognita di una possibile espansione e riorganizzazione di Al Shabaab sulla falsariga di quanto accaduto nel Sahel di Mali, Burkina Faso e Niger dopo il ritiro delle forze francesi ed internazionali e la caduta dei governi istituzionali.

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