Scontro tra Bolsonaro e la Corte suprema: i governatori chiedono un incontro con il presidente

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I rappresentanti dei governi di 24 stati e del Distretto federale del Brasile hanno deciso di chiedere un’udienza al presidente Jair Bolsonaro nel tentativo di allentare la tensione tra il governo e la Corte suprema (Stf). La riunione segue di tre giorni la richiesta con cui il capo dello Stato intende far allontanare dall’incarico Alexandre de Moraes, uno dei magistrati della suprema corte, accusato da Bolsonaro di “aver superato le prerogative costituzionali”. Si tratta dell’ultima di una serie di tensioni istituzionali tra Bolsonaro – indagato per diffusione di notizie false, presunta violazione del segreto istruttorio, accuse non supportate da prove – e diverse alte magistrature statali. Una cronaca che ha spinto il forum dei governatori a cambiare l’ordine del giorno dei lavori, inizialmente centrato sulla riforma fiscale, ha detto il coordinatore del forum Wellington Dias (capo di governo dello Stato di Piauì) alla testata “G1”. All’incontro di oggi non hanno partecipato solo due governatori Mauro Caresse di Tocantins e Wilson Lima di Amazzonia.

Al termine dell’incontro, Wellington Dias ha affermato che i governatori hanno assunto una posizione unanime “in difesa della democrazia, del rispetto della Costituzione e della legge”. Con ciò, secondo Dias, i governatori hanno deciso di chiedere un incontro con il presidente Bolsonaro per discutere sullo stato della democrazia brasiliana. L’aspettativa è che l’incontro si svolga entro la prossima settimana. “Per fare passi concreti, chiediamo un incontro con il Presidente della Repubblica, con l’obiettivo di sottolineare l’importanza che il Brasile viva un ambiente di pace, di serenità e impedire agli investitori di lasciare il paese” di fronte alla crescente instabilità, ha detto Dias.

I governatori hanno raggiunto un accordo per garantire “che le corporazioni di Polizia degli stati agiranno nella forma e nei limiti della Costituzione e della legge. È un impegno del Forum dei Governatori con il Brasile”, ha affermato. Come denunciato dalla stampa brasiliana infatti, molti componenti delle polizie militari degli stati si stanno preparando per partecipare a una manifestazione indetta in favore del presidente Bolsonaro prevista per il prossimo 7 settembre, festa dell’Indipendenza. In particolare il governatore dello stato di San Paolo, Joao Doria, ha allertato i colleghi per una radicalizzazione dei poliziotti, pronti a scendere in piazza armati. Doria, ha anche allontanato dall’incarico un alto ufficiale della polizia militare paulista per aver incitato colleghi e popolazione a partecipare alle manifestazioni.

Al centro delle diverse dispute istituzionali ci sono le polemiche alimentate da Bolsonaro sulle presunte illegalità del sistema di voto elettronico. Un’accusa che il presidente ha ribadito in diverse occasioni, rilanciata con particolare enfasi a inizio agosto, quando aveva promesso di esibire in diretta sui canali social e su “Tv Brasil” le prove a sostegno della sua tesi, salvo poi ammettere di possedere solo “indizi”. Nel corso della diretta di due ore, il capo dello Stato aveva invece mostrato spezzoni di video già circolanti sulla rete e più volte contraddetti dalle autorità, considerati “fake news”. Per sostenere le sue tesi, il presidente aveva deciso di utilizzare vari documenti. Nella lista era finita anche un’inchiesta della Polizia federale relativa a un presunto attacco cibernetico al sistema interno del tribunale elettorale avvenuto nel 2018. Un caso che Bolsonaro ha presentato come prova della vulnerabilità del sistema nonostante l’inchiesta avesse mostrato che l’attacco non avesse offerto alcun rischio.

Le ripetute denunce sulle presunte “frodi” commesse in passato nelle urne, mai accompagnate da prove vincolanti, hanno innescato diverse indagini: la Corte suprema ha inserito Bolsonaro nella lista degli indagati sull’inchiesta sulla diffusione di “fake news” aperta nel 2019, e curata proprio dal magistrato de Moraes. A inizio agosto il Tribunale superiore elettorale (Tse) aveva approvato l’apertura di una indagine amministrativa nei confronti del presidente, proprio per le ripetute e non documentate critiche rivolte al sistema del voto. Una indagine al momento in fase di istruttoria, di cui il tribunale elettorale ha allargato i confini spingendosi a verificare eventuali abusi di potere economico e politico, uso indebito dei media, corruzione e frode. Ultima in ordine di tempo l’inchiesta aperta dalla Polizia federale sulla presunta violazione del segreto istruttorio, che Bolsonaro avrebbe compiuto rivelando in televisione proprio i dettagli delle indagini compiute sul presunto attacco informatico del 2018.

Un tempo della partita aperta da Bolsonaro si è giocato anche in parlamento, cui Bolsonaro ha chiesto senza successo di approvare una proposta di modifica costituzionale per reintrodurre la documentazione cartacea nei processi elettorali. La proposta di modifica, che ha ottenuto solo 229 voti favorevoli contro i 309 necessari, prevedeva che dopo aver espresso il voto nell’urna elettronica, ciascun elettore potesse ottenere una prova cartacea della preferenza appena espressa. Una riforma del meccanismo che secondo Bolsonaro avrebbe inficiato le presidenziali del 2014 e del 2018. Di più, il capo dello Stato aveva minacciato di non far celebrare le elezioni del 2022, nel caso in cui si fosse mantenuto il sistema del voto integrale elettronico.

Ma è stata l’ultima mossa, la richiesta di impeachment avanzata da Bolsonaro a carico di de Moraes, a esacerbare il confronto politico-giudiziario. Nell’istruire le sue indagini sulle “notizie false” – e dandogli “del bugiardo” – de Moraes avrebbe superato i limiti a lui imposti dalla Costituzione e del rispetto istituzionale. La toga è accusata di accentrare su di se l’apertura dell’inchiesta, la raccolta delle prove e il giudizio. “Quest’azione è fuori dai limiti della Costituzione e l’unica risposta va cercata fuori dalla Costituzione”, aveva spiegato Bolsonaro dicendosi pronto a usare le “stesse armi” della magistratura. Ne è seguita la richiesta di dimissioni, presentata il 20 agosto alla presidenza del Senato, con il seguito di vivaci polemiche da tutto l’arco politico.

Mentre la Corte suprema, il Tribunale superiore di giustizia (equivalente per funzioni alla Corte di Cassazione) e il Tribunale superiore elettorale hanno emesso note riaffermando la fiducia in Moraes e nell’azione della Corte, i parlamentari di vari schieramenti hanno definito l’azione una “follia” e auspicato che il governo possa concentrarsi sui problemi reali del paese. In particolare dieci partiti di sinistra, centro sinistra e centro destra (che riuniscono 43 degli 81 senatori) hanno inviato note di censura verso l’azione di Bolsonaro e a sostegno dell’azione della Corte suprema. “È deplorevole che in un momento di così grave crisi socio-economica, il Brasile debba ancora fare i conti con l’instabilità politica e lo spettro dell’autoritarismo”, affermano i partiti. Inoltre dieci ex giudici supremi hanno inviato una lettera al presidente del Senato, Rodrigo Pacheco, chiedendogli di ignorare la richiesta di impeachment. Dal canto suo, Pacheco aveva immediatamente escluso la possibilità che potesse dare seguito alla richiesta del presidente.

Sul tema, raccogliendo le prime minacce di “impeachment”, un gruppo di 14 governatori aveva già pubblicato una nota congiunta in difesa dell’operato della Corte suprema federale esprimendo solidarietà ai giudici “di fronte alle continue minacce e aggressioni” subite in particolare nell’ambito dello scontro politico-istituzionale in corso con Bolsonaro. Secondo quanto riferito dai governatori “lo Stato di diritto democratico è garantito solo con una magistratura indipendente, libera di decidere secondo la Costituzione e le leggi”.

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