Roma: la guerra tra i due boss albanesi, mortali nemici

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I carabinieri durante l'operazione a Roma

L’operazione portata a termine dai carabinieri di Roma con cui, questa mattina, sono state sgominate due bande italo abanesi in guerra tra loro per la spartizione delle piazze dello spaccio a sud della Capitale, segue una meticolosa indagine svolta dai militari con la quale è stata disegnata la storia degli ultimi due anni delle bande e di molteplici tentativi compiuti dai due boss per assassinarsi a vicenda. Le contestazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare scaturiscono da due indagini, confluite successivamente in un unico procedimento penale. La prima riguarda il gruppo criminale facente capo al cittadino albanese Ermal Arapaj e avviata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati dopo il brutale omicidio di Cristian Di Lauro, avvenuto a Velletri il 27 dicembre 2017. La seconda, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, ha avuto origine dall’attività svolta a carico di Elvis Demce, malvivente di nazionalità albanese, iniziata nell’aprile del 2020 subito dopo la sua scarcerazione con la concessione degli arresti domiciliari. L’attività investigativa sul sodalizio capeggiato e promosso da Demce Elvis è iniziata con il controllo discreto dell’abitazione di quest’ultimo, ubicata nel quartiere Prenestino, i cui esiti hanno permesso di riscontrare un immediato riavvicinamento del predetto a diversi personaggi con pregiudizi penali, tra cui alcuni inseriti nella cerchia del noto Fabrizio Piscitelli, assassinato nel mese di agosto dell’anno 2019. Sulla base di tali sviluppi investigativi, è iniziata un’attività tecnica che ha confermato l’elevato profilo criminale di Elvis Demce, caratterizzato dalla volontà di realizzare rapidamente, attraverso il rifornimento di ingenti quantitativi di stupefacenti e il recupero di crediti con modalità violente, la liquidità necessaria per consolidare la forza criminale della sua associazione.

Un episodio degno di rilievo è avvenuto il 27 luglio 2020, quando dall’attività tecnica sono emersi chiarissimi elementi relativi all’imminente acquisizione di un ingente carico di stupefacente che è stato poi successivamente sequestrato in data 7 agosto 2020, in occasione del controllo di un’autovettura Porsche Macan con a bordo due giovani, organizzato mentre percorrevano l’autostrada A1, all’altezza di Orvieto; all’interno del bagagliaio sono stati rinvenuti 900 panetti di sostanza stupefacente del tipo hashish per un peso complessivo di circa 90 Kg. Per il sodalizio criminoso investigato viene, inoltre, ipotizzata l’aggravante dal metodo mafioso consistita nell’imporre il predominio sul territorio a scapito di altri gruppi criminali, avvalendosi della forza di intimidazione, in particolare ponendo in essere atti intimidatori ai danni di rivali o di acquirenti morosi. A tal proposito è opportuno menzionare l’estorsione consumata ai danni di due fratelli residenti nel quartiere di San Basilio, considerata una delle piazze di spaccio più fiorenti della Capitale, per il recupero di un credito ammontante a 100mila euro, derivante da una partita di stupefacente non corrisposta.

L’organizzazione riconducibile, invece, ad Arapaj è collocata in un ambito territoriale specifico, ma è gravemente indiziata di essere fornitrice di numerosi acquirenti procurando anche considerevoli quantitativi di narcotici, destinati alla successiva immissione in diverse piazze di spaccio, pur mantenendo come centro delle proprie attività criminali la città di Velletri. Da quanto accertato, il gruppo criminale è sospettato essere solito svolgere la propria attività illecita mediante consegne di narcotico effettuate in forma itinerante e “a domicilio”, modalità adottata anche per evitare di incorrere in frequenti controlli da parte delle forze dell’ordine. Dagli elementi acquisiti, inoltre, per l’approvvigionamento della “cocaina”, il gruppo di Arapaj è indiziato di rifornirsi in Italia da connazionali domiciliati nella zona di Porto S. Elpidio nelle Marche, mentre all’estero faceva riferimento alla tratta olandese e colombiana. Il sodalizio in argomento risultava attivo a Roma, nei Castelli Romani, fino al Litorale Pontino, mentre, come base di appoggio, gli indagati utilizzavano sia le proprie abitazioni, dove custodivano parte dei quantitativi di narcotici da consegnare ai clienti, sia garage utilizzati per la specifica attività illecita.

I carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e quelli del Nucleo investigativo di Frascati, lavorando in stretta sinergia, hanno ricostruito, dettagliatamente, la vicenda che ha visto Demce reclamare il controllo delle piazze di spaccio di Velletri, gestite, sino al giorno della sua scarcerazione, da Arapaj. Le conversazioni intercettate hanno confermato l’astio nutrito da Demce nei confronti del connazionale, il quale, dopo il suo arresto, ne aveva acquisito la gestione, senza riconoscergli alcun ristoro economico. I mancati indennizzi hanno portato il Demce a progettare un agguato nei confronti del rivale in data 9 luglio 2020 nel comune di Lanuvio (RM), al quale la vittima è riuscita a sottrarsi sparando per primo e attingendo ad una gamba uno degli esecutori incaricati da Demce. Successivamente a tale episodio, sono stati raccolti indizi che portano a ritenere che la mattina del 5 settembre 2020, il sodalizio di Demce avrebbe appiccato un incendio, a Velletri, ai danni della villa e delle auto in uso proprio ad Arapaj e alla compagna.

A seguito dei diversi atti intimidatori subiti, Arapaj ha deciso di fuggire in Spagna per il timore di ritorsioni violente da parte del gruppo avversario per poi rientrare, dopo un breve periodo, in Italia, quando ha iniziato a pianificare, in modo molto dettagliato, l’assassinio di Demce. L’uomo, però, non è riuscito a realizzare l’intento omicidiario perché colpito nel frattempo da un’ordinanza di custodia cautelare, eseguita il 9 febbraio 2021 dai carabinieri di Latina. Nelle fasi esecutive del citato provvedimento restrittivo si procedeva ad una perquisizione all’interno dell’abitazione sita in Fermo, dimora di fatto di Arapaj e della compagna, dove veniva rinvenuta una pistola modello Steyr calibro 40 con matricola abrasa, un caricatore contenente 12 proiettili ed una maschera in silicone riproducente un volto maschile; equipaggiamento che, è ipotizzabile, fosse destinato ad essere utilizzato per consumare l’omicidio del rivale.

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