Proteste in Iran: 17 morti negli scontri

Non si fermano le proteste iniziate lo scorso fine settimane in seguito alla morte di Mahsa Amini

Proseguono per il quinto giorno consecutivo le proteste in Iran dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane curda deceduta dopo essere stata arrestata a Teheran dalla polizia religiosa per aver indossato male il velo. È salito a 17 il numero delle persone morte finora negli scontri tra i manifestanti e le forze di sicurezza iraniane, iniziati lo scorso fine settimana. “Diciassette persone, compresi manifestanti e agenti polizia, hanno perso la vita negli eventi degli ultimi giorni”, ha riferito la Tv di Stato. In precedenza, l’agenzia di stampa iraniana semiufficiale “Fars” aveva confermato undici morti: sette manifestanti e quattro membri delle forze di sicurezza in gran parte appartenenti al gruppo paramilitare per la sicurezza interna Basij. L’agenzia di stampa semiufficiale legata ai Guardiani della rivoluzione iraniana ha affermato che tre paramilitari Basij “mobilitati per affrontare i rivoltosi” sono stati uccisi con armi da taglio rispettivamente nelle città di Tabriz (nordovest dell’Iran), Qazvin (nella parte centrale dell’Iran) e Mashhad (nel nordest del Paese). Un altro esponente delle forze di sicurezza è stato ucciso il 20 settembre durante le proteste nella città di Shiraz, a circa 650 chilometri dalla capitale Teheran. Per quanto riguarda i manifestanti uccisi, la “Fars” afferma che è una persona è morta ieri nella città di Qazvin. Altri quattro manifestanti sono morti nelle proteste nella regione del Kurdistan, di cui era originaria Mahsa Amini. Infine altre due persone sono rimaste uccise negli scontri nella città di Kermanshah, a circa 400 chilometri a sudovest di Teheran.

Secondo l’organizzazione non governativa curda Hengaw, almeno sette manifestanti sono morti, tra cui una donna e un minore, e più di 161 persone sono rimaste ferite nelle dimostrazioni tenute nel Kurdistan iraniano. Intanto, le autorità iraniane hanno iniziato a oscurare Internet, bloccando l’accesso a Instagram, una delle poche applicazioni ancora disponibili nel Paese degli ayatollah. Il movimento Anonymous, da parte sua, ha rivendicato, sul proprio account Twitter, un attacco hacker contro i siti di diverse istituzioni in Iran, tra cui quello della Banca centrale e dell’ufficio del governo iraniano.

Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha accennato al fatto che “un evento è sotto chiesta in Iran”, senza però mai citare il nome di Mahsa Amini. Il capo dello Stato iraniano ha denunciato i presunti “doppi standard di alcuni governi nel campo dei diritti umani”, citando a titolo di esempio “la morte di decine di senza tetto in un Paese occidentale”, senza però dire quale, “le fosse comuni dei nativi americani canadesi” e “le sofferenze del popolo palestinese sotto occupazione nella più grande prigione a cielo aperto del mondo”. Nessuna menzione al caso Amini neanche da parte della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Nella sua prima apparizione pubblica dopo lo scoppio delle proteste, il leader supremo ha detto ai funzionari del governo e delle forze di sicurezza che “il nemico si fa grande quando c’è un pericolo”.

L’agenzia di stampa iraniana “Tasnim” ha riferito che a Mashhad, nell’Iran nord-orientale, un poliziotto è stato “dato alle fiamme” durante le dimostrazioni “radicali” avvenute “con l’incitamento dei media stranieri”. Alcuni manifestanti “hanno cercato di spegnere i vestiti in fiamme”, ma l’agente ha riportato “gravi ustioni”. A detta della stessa agenzia, in diverse zone poliziotti sono stati “brutalmente picchiati”, mentre dalla città di Rasht, sulla costa settentrionale, sono giunte immagini di una moschea data alle fiamme. Secondo l’emittente “Radio Free Europe”, un “assistente delle forze di polizia” ha perso la vita nella città meridionale di Shiraz a seguito delle gravi ferite riportate nel corso delle violente manifestazioni. Secondo “Irna”, sono state 15 le città che hanno assistito a proteste nel corso della notte scorsa. In un video pubblicato sui social media, un agente di polizia a Rasht, 230 chilometri a nord-ovest di Teheran, viene accerchiato e picchiato dalla folla nonostante fosse in possesso di manganello e taser.


Nei giorni scorsi migliaia di studenti iraniani si sono riuniti davanti alle principali università del Paese per contestare il governo. Secondo l’emittente televisiva iraniana “Iran International”, con sede a Londra, gli studenti dell’Università Al Zahra, nel quartiere Vanak della capitale Teheran, hanno tenuto una manifestazione scandendo slogan come “Niente velo, niente turbanti, libertà e uguaglianza”. Proteste anche davanti all’Università di Allameh Tabatabai, dove gli studenti hanno urlato “Siamo tutti Mahsa”, e dell’Università di Teheran, la più antica e prestigiosa del Paese, dove i manifestanti hanno scandito “Morte al dittatore”. Molte donne e ragazze si sono tolte il velo, sfidando la polizia religiosa, mentre diversi “hijab” sono stati dati alle fiamme nel corso delle dimostrazioni.

Secondo Ellie Geranmayeh, esperta di Iran e vice direttrice del programma Nord Africa e Medio Oriente del think tank European council on foreign relations (Ecfr), le proteste in corso potrebbero portare le autorità ad “allentare l’applicazione dell’hijab obbligatorio e l’uso della polizia morale a tal scopo”. Vale la pena ricordare che anche nel 2019 e nel 2021 l’Iran aveva assistito a vaste dimostrazioni di piazza. “L’Iran non è estraneo alle proteste. Le manifestazioni precedenti erano state innescate principalmente da ragioni economiche. Questa volta, la questione riguarda il modo in cui viene imposto l’hijab obbligatorio e la morte in custodia di una giovane donna. I primi giorni dopo la notizia della morte di Mahsa Amini, le autorità hanno concesso uno spazio ai manifestanti per sfogare la loro frustrazione. Ma con il passare dei giorni la violenza ha preso il sopravvento e l’apparato di sicurezza dello Stato ha iniziato un giro di vite, cosa che nel recente passato ha dissolto le proteste. Penso che probabilmente vedremo lo stesso risultato. Questi movimenti di protesta mancano di leadership e strategia”, afferma la vice direttrice del programma Mena dell’organismo paneuropeo.

Rispetto alle ondate di protesta precedenti, tuttavia, stavolta sembra esserci un minimo comun denominatore. “Molte persone, al di là delle differenze politiche e religiose, hanno una convinzione comune: la ‘polizia della moralità’ ha oltrepassato i limiti e l’hijab obbligatorio non dovrebbe essere imposto”, aggiunge Geranmayeh. L’esperta di Iran esprime scetticismo sulla possibilità che l’attuale ondata di proteste possa portare a un cambio ai vertici del Paese degli ayatollah. “Non credo ci saranno cambiamenti importanti dall’oggi al domani, ma potremmo vedere le autorità statali allentare l’applicazione dell’hijab obbligatorio e l’uso della polizia morale per questo scopo”, afferma Geranmayeh. Diversi osservatori considerano il velo obbligatorio una linea rossa invalicabile per i vertici della Repubblica islamica. Un arretramento del regime su questo dogma potrebbe essere l’inizio della fine per la Rivoluzione islamica? “La lotta contro l’hijab obbligatorio è una caratteristica costante dalla Rivoluzione del 1979. Non credo che queste proteste siano come la caduta del Muro di Berlino”, risponde l’analista di Ecfr.

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