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Primarie in Venezuela, gli analisti a Nova: “Il governo sorpreso dal successo dell’opposizione”

"Il sistema di potere del Paese ha dato il via a una controffensiva incalzante, correndo il rischio - apparentemente calcolato - di mettere in discussione la trama diplomatica per riportare Caracas fuori dalla crisi"

Roma
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Sorpreso dal “successo” delle primarie presidenziali, il “sistema di potere” del Venezuela ha dato il via a una controffensiva incalzante, correndo il rischio – apparentemente calcolato – di mettere in discussione la trama diplomatica per riportare il Paese fuori dalla crisi. È l’analisi che tre osservatori della scena politica e mediatica venezuelana hanno fatto ad “Agenzia Nova”, all’indomani della decisione della Corte suprema (Supremo tribunal de justicia, Stj) di sospendere “gli effetti” del voto realizzato il 22 ottobre per scegliere un candidato oppositore alla presidenza. Un intervento che segue le denunce su presunte “frodi” sul processo elettorale presentate dai governanti già nelle ore successive alla chiusura delle urne.


Le primarie, vinte con maggioranza schiacciante dalla leader di Vente Venezuela, Maria Corina Machado, sono state “un successo”, con livelli di partecipazione “molto alta anche nelle zone popolari, quelle storicamente affini al chavismo”, ha detto Piero Trepiccione, vice direttore del centro studi sociali Gumilla. “Gli elettori sono accorsi numerosi alle urne nonostante il clima ostile, le minacce e i limiti posti dalle autorità”, ha sottolineato l’analista, secondo cui la giornata del 22 ottobre ha dato il via a una “narrativa importante a favore di Machado e delle opposizioni”. A fronte di questo, il governo cerca di costruire una “nuova narrativa”, una “post-verità” in grado di “alimentare dubbi nella popolazione e nella comunità internazionale”, tale da ridurre la portata di un evento che “lo ha sorpreso”. Il risultato delle primarie – spiega Mibelis Acevedo, giornalista e notista, specialista in gestione di Immagine e comunicazione – sembra “aver preso di sorpresa” il governo, che ora si “concentra nella strategia tante volte rivelatasi utile: intimorire tramite le istituzioni, condizionare la politica con decisioni giudiziarie, sviluppare situazioni che scoraggiano l’elettorato anti governativo, e cercare di costringere le opposizioni a dividersi sulle strategie da adottare”.

Ed è peraltro “assurda” la stessa decisione della Corte suprema, che “sospende gli effetti di un evento già realizzato”, sottolinea il politologo Ricardo Rios, presidente della società “Poder y Estrategia”. “Per dirla con alcuni giuristi, è come distruggere una casa che non esiste più”, osserva Rios ricordando inoltre che Machado è formalmente inabilitata. L’analista non esclude che la decisione riveli una “insicurezza politica” del governo, il “tentativo di surriscaldare” la scena, “creare agitazione nella piazza per consolidare la narrativa di una opposizione violenta”, proprio nel momento in cui le forze anti-governative hanno scelto di “percorrere la via democratica”. Per Acevedo si potrebbe trattare di un tentativo di aumentare il numero degli ostacoli legali sul processo, base per certificare la ineleggibilità di Machado. Ma anche di “una dimostrazione di forza utile non solo a ricordare al rivale chi detiene il potere, nei fatti, ma anche a sedare un malcontento nella base ‘chavista’”, per allontanare eventuali ricadute negative sull’esito del voto.

D’altro canto, disconoscendo le primarie, il governo non mette solo in discussione parte degli accordi che hanno permesso di riaprire – dopo poco meno di un anno – un tavolo negoziale con le opposizioni, ma espone al rischio che gli Stati Uniti possano rivedere la decisione di togliere per sei mesi le sanzioni al settore energetico, mossa nominalmente legata al buon esito di un processo democratico nel Paese. Un rischio tutto sommato calcolato, osservano gli analisti. “Il governo ha bisogno di poter continuare a vendere petrolio, per non rischiare nuove ripercussioni economiche, ma al tempo stesso intende mantenersi al potere”, ha detto Rios. In questo senso è bene ricordare che “da una parte c’è l’accordo con le opposizioni, firmato a Barbados il 17 ottobre”, un testo che il governo “non prende tanto sul serio considerato il modo in cui è stato attaccato il processo delle primarie”, quasi un “protocollo aggiuntivo” di quello raggiunto con la Casa Bianca, frutto di un negoziato “che va avanti da mesi. Caracas sta giocando col fuoco ma probabilmente con la convinzione che il bisogno di avere petrolio impedisca a Washington di varare nuove sanzioni”. Un “calcolo che può risultare corretto se si pensa al solo settore degli idrocarburi, ma bisogna vedere se il Dipartimento di Stato decide di penalizzare altri comparti produttivi e finanziari, o varare nuove sanzioni individuali”:

Per Acevedo, “il governo sembra voler giocare su due tavoli, apparentemente inconciliabili tra loro: mostrarsi rispettoso del dettato dell’accordo, ma lasciando lo spazio per continuare a introdurre problemi e ostacoli, soprattutto con l’uso della giustizia, per impedire il riorganizzarsi delle forze rivali”. Più difficile immaginare che il governo, con “livelli di gradimento ai minimi storici” sia interessato a “bloccare un accordo, che comunque gli garantisce un certo recupero finanziario, essenziale per tenere sostenere le spese clientelari legate alle elezioni”. È peraltro possibile che Maduro stia speculando sulla “virata pragmatica del governo Usa, sapendo che il negoziato bilaterale è segnato, oggi più che mai, dalla necessità di alleviare la crescente incertezza del mercato energetico globale”. In questo senso, per la notista politica, il “costo” di una marcia indietro sulle sanzioni, in termini di “reputazione” non colpisce solo Maduro ma anche l’amministrazione di Joe Biden. Anche se le sanzioni, precisa Trepiccione, incidono sulla “capacità del governo di rispondere alle domande della cittadinanza”, ma il regime “ha meccanismi di controllo finanziario e rapporti internazionali che gli permettono di mantenere comunque il potere”.

In tutto questo, il sistema di potere creato attorno al potere, non dà segnali immediati di potersi sfaldare anche se, avvertono gli analisti, sotto traccia il chavismo è attraversato da diverse tensioni. Quella più importante, spiega Rios, “si è avuta a inizio anno, con l’uscita dell’allora ministro del Petrolio, Tareck el Aissami”, estromesso nel pieno di indagini su fatti di corruzione. Un funzionario che “maneggiava molte risorse finanziarie e operative, che ad oggi ancora non si sa dove si trova”. Episodi anche importanti cui il governo riesce a “sopravvivere” anche grazie a un meccanismo che Rios definisce di “reciproca distruzione assicurata”. I principali protagonisti della scena politica – , Maduro, il ‘numero due’, Diosdado Cabello, con la sua ascendenza sulle Forze Armate, la vice presidente Delcy Rodriguez o il fratello, presidente del parlamento Jorge – sono tutti dotati di un peso specifico tale che “se cade uno, si distrugge tutto l’impianto, e nessuno di loro, da solo sopravvive”. Un governo tenuto dunque assieme dalla “necessità di sopravvivenza”.

Nicolas Maduro, osserva Trepiccione, “mantiene una super-ledership all’interno del governo, ma sotto traccia ci sono molte divisioni. Ci sono lotte di potere, e contese intestine come in tutti gli scenari politici. Al momento il presidente riesce, soprattutto all’interno del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) a rendere poco visibili queste dinamiche”. Al momento Maduro è ancora il “centro di gravità”, ma con una quota di consenso popolare stimata tra il 15 e il 20 per cento, “questa nuova opportunità di partecipazione popolare e di ritorno alla politica promossa dalle primarie potrebbe creare un effetto valanga trascinando con se il governo”. Acevedo parla di un “forte malcontento” nella base del chavismo, tale da intaccare quello zoccolo duro “che un tempo garantiva non la maggioranza dei voti, ma più grande, robusta e organizzata minoranza del Paese”. Studi privati, osserva la giornalista, dicono che lo stesso Maduro potrebbe perdere la leadership, nel caso il Psuv decidesse di ricorrere a primarie interne. “Ma a differenza delle opposizioni, il governo mostra una capacità molto marcata di resilienza, di compattarsi in momenti di crisi”. Lungi dall’aver prodotto “conseguenze devastanti”, l’allontanamento di El Aissami sembra “essere stato speso per un riequilibrio dei poteri, con un rinnovato ruolo di influenza di Maduro e del suo gruppo”. Una compattezza che per il momento non sembra poter essere insidiata dalle opposizioni, “che hanno da poco intrapreso un cammino di riorganizzazione interna”.

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