Boluarte accusata di “incapacità morale”. E il Parlamento aumenta la pressione sulla presidente del Perù

A 50 giorni dall'arresto di Pedro Castillo non si placa la crisi del paese andino. E anche i governi di Messico, Bolivia, Colombia, Cile e Honduras criticano le modalità con cui Boluarte ha preso il potere

L’insediamento in tempi record di Dina Boluarte alla guida del Perù, il 7 dicembre 2022, doveva servire a ridare al più presto stabilità istituzionale a un Paese da poche ore orfano del presidente Pedro Castillo, arrestato per “ribellione”. Ma dopo 50 giorni di governo, lungi dal placarsi, la crisi politica e sociale non solo mette a rischio il futuro di Boluarte alla presidenza del Paese, ma rende ogni giorno di più quello del Perù un caso chiave nel dibattito politico regionale. Un gruppo di parlamentari di “Perù Libre”, la formazione di sinistra da cui Boluarte è stata espulsa dopo aver confessato che non ne aveva mai condiviso gli ideali, ha presentato una mozione di impeachment contro la presidente, accusata di “incapacità morale” per quanto fatto nella gestione delle sanguinose proteste in atto da oltre un mese. Nel frattempo, si intensificano le tensioni tra Lima e diverse capitali regionali, sempre più critiche rispetto alla gestione della crisi.

A vario titolo i governi di Messico, Bolivia, Colombia, Cile e Honduras hanno censurato le modalità dell’arresto di Castillo, senza un mandato dell’autorità giudiziaria, quelle dell’insediamento di Boluarte, in possibile contrasto con la Costituzione, l’operato delle forze di sicurezza giudicate responsabili delle repressioni nel sangue delle proteste. Un coro di critiche intonato alla più generale denuncia sulle manovre che la “destra” starebbe compiendo nella regione per sovvertire i principi e le istituzioni democraticamente elette. Ed è soprattutto in questi termini che il tema è stato trattato durante il VII vertice della Comunità dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi (Celac), tenuto martedì a Buenos Aires. Un appuntamento costruito sulla necessità di “abbattere” gli autoritarismi e costruire un percorso regionale unitario, complice il ritorno sulla scena di numerosi governi di sinistra.

Il presidente del Messico, Andrés Manuel Lopez Obrador, ha definito l’arresto di Castillo una “infamia” che i Paesi della regione avrebbero fatto bene a condannare in modo “unanime”. “Occorre firmare un comunicato congiunto per chiedere la fine della repressione, l’apertura del dialogo e che sia il popolo a decidere nella democrazia. Elezioni trasparenti, libere sul futuro del Perù”, ha detto. Il presidente del Cile, Gabriel Boric, ha chiesto al governo della presidente peruviana Dina Boluarte un “cambio di rotta” di fronte alle violenze “inaccettabili” registrate in Perù nell’ultimo mese. “Non possiamo essere indifferenti quando in Perù le persone che vanno a manifestare e chiedono ciò che considerano giusto finiscono per essere fucilate da coloro che dovrebbero difenderle”, ha detto Boric. Il presidente cileno ha quindi sottolineato l’urgente necessità di un cambio di rotta in Perù. “Il saldo della repressione e della violenza – dopo il fallito autogolpe dell’ex presidente Pedro Castillo – è inaccettabile”, ha aggiunto.

Parole destinate ad alimentare le frizioni diplomatiche che il governo Boluarte porta avanti da tempo. Al vertice, la ministar degli Esteri Ana Cecilia Gervasi, ha accusato alcuni governi dell’America Latina di dare priorità “all’affinità ideologica” piuttosto che al rispetto dello stato di diritto. Lima ha ritirato l’ambasciatore in Honduras dopo che la presidente, Xiomara Castro, aveva definito la crisi “un colpo di Stato” e manifestato solidarietà al presidente “legittimo, eletto” Pedro Castillo, di cui ha chiesto il “rilascio immediato”. Il 23 gennaio il ministero degli Esteri del Perù ha inviato una nota all’ambasciata della Colombia per protestare contro l’ingerenza del presidente Gustavo Petro, nei commenti fatti circa una operazione di polizia, e – per motivi analoghi – al governo della Bolivia. Con il Messico, primo tra i Paesi a contestare la crisi, i rapporti si erano già molto raffreddati a seguito dell’asilo concesso alla moglie di Castillo, Lilia Flores e a uno dei figli.

Sul fronte interno, oltre alla richiesta di impeachment per “incapacità morale”, lo stesso strumento agitato per far cadere diversi altri predecessori di Boluarte, si segnala l’iniziativa dell’Assemblea dei governi regionali del Perù, firmatari di una proposta per anticipare le elezioni generali alla metà 2023. Si tratta di una delle richieste portate avanti dai manifestanti, in piazza dal 7 dicembre, assieme a quella di dimissioni di Boluarte e scarcerazione di Castillo. Proteste che sono tornate ad infiammarsi dallo scorso fine settimana. A partire dal 19 gennaio migliaia di persone da varie regioni del Perù sono confluite nella capitale Lima. Secondo stime del Difensore civico del Perù 47 persone, tra cui un agente, sono morte negli scontri con le Forze di Polizia dall’inizio delle proteste. Altre 10 persone, tra cui un bambino di un anno, sono morte in incidenti legati ai numerosi blocchi stradali messi in piedi dai manifestanti. Secondo fonti del ministero della Salute oltre 900 persone sono rimaste ferite negli scontri.

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