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Perù: l’ex presidente Alberto Fujimori scarcerato dopo 16 anni di reclusione

Fujimori scontava una condanna a 25 anni di reclusione per violazioni dei diritti umani commesse durante il suo governo decennale, tra il 1990 e il 2000

Lima
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L’ex presidente del Perù, Alberto Fujimori, è stato scarcerato ieri dopo che la Corte Suprema del Paese ha ripristinato una controversa grazia concessa all’ex capo dello Stato nel 2017. Fujimori, oggi 85enne, è stato rilasciato dal carcere Barbadillo di Lima, un giorno dopo che la Corte ha deciso di ripristinare la grazia che era stata concessa all’ex presidente per motivi umanitari, nonostante le critiche della Corte Interamericana dei diritti umani (Cidh) e delle famiglie delle vittime del suo governo. Fujimori scontava una condanna a 25 anni di reclusione per violazioni dei diritti umani commesse durante il suo governo decennale, tra il 1990 e il 2000.


La Corte interamericana dei diritti umani aveva chiesto alle autorità del Perù di sospendere la “immediata scarcerazione” dell’ex presidente Fujimori, così come disposto martedì dal Tribunale costituzionale. La Cidh chiedeva di poter prima verificare l’esistenza dei presupposti legali per la scarcerazione, una volta letta nel dettaglio la sentenza, in modo da garantire “l’accesso alla giustizia” per le “vittime dei casi di Barrio Altos e La Cantuta”, episodi cui si riferiscono i crimini contro l’umanità che sono costati 25 anni di carcere a Fujimori. L’organismo giudiziario panamericano teme infatti che una volta consegnato Fujimori ai domiciliari, si leda irrevocabilmente il diritto delle vittime a veder soddisfatta la richiesta di giustizia per questo tipo di reati. Si tratta dell’ultimo di una complicata vicenda legale.

L’ex presidente, 85 anni, aveva ottenuto nel 2017 l’indulto umanitario dall’allora presidente, Pedro Pablo Kuzsynscki, oggi indagato per corruzione. La Cidh era intervenuta nel giugno del 2018 negando la possibilità di concedere una misura di questo genere, trattandosi di reati contro l’umanità. Di più, la Corte aveva sollecitato un’indagine sui motivi che avevano spinto Kuzsyncski all’indulto, rilanciando i sospetti che l’ex presidente avesse ottenuto, in cambio, il sostegno del partito di Kejko Fujimori, figlia di Alberto, a fronte di una mozione di impeachment. La Corte suprema del Perù recepì la sentenza e azzerò l’indulto costringendo Fujimori a rientrare in carcere. Nel marzo del 2022 il Tribunale costituzionale revocò l’intervento della Corte ristabilendo l’indulto di Kuzcynscki. Passate poche settimane, aprile 2022, la Cidh censurava il Tribunale costituzionale chiedendo a Lima di fornire prove che l’indulto non rappresentasse una garanzia di impunità per crimini contro i diritti umani.

A novembre, i legali di Fujimori hanno però presentato un nuovo ricorso puntando ad ottenere – “per motivi di salute” – l’habeas corpus. Richiesta accolta dal Tribunale costituzionale, che a fine mese ordinava i domiciliari per l’ex presidente. Il giudice competente, Vicente Fernandez Tapia, aveva però rimesso le carte dichiarando la non applicabilità della decisione del Tribunale. Di qui il nuovo richiamo del Costituzionale, emesso ieri, a eseguire “immediatamente” la sentenza.

Alberto Fujimori, presidente del Perù dal luglio del 1990 al novembre del 2000, è stato condannato a 25 anni di carcere per reati contro l’umanità. In particolare gli si addebita la responsabilità delle efferate azioni sferrate dai gruppi paramilitari nei confronti di presunti terroristi di “Sendero lumionso”, il più importante dei quali – il cosiddetto “Grupo Colina” – è autore dei pesanti massacri di Barrios Altos (1991) e La Cantuta (1992). Nel 2000, incalzato dal montare delle accuse in patria, Fujimori aveva approfittato di una trasferta istituzionale in Brunei per recarsi in Giappone, paese di cui ha il passaporto, e da lì, consegnare le dimissioni via fax. Lima aveva a lungo chiesto a Tokyo, senza successo, di estradare l’ex presidente. Fujimori è stato però arrestato nel corso di un viaggio fatto a bordo di un aereo privato in Cile. Qualche mese dopo sarebbe tornato in patria per iniziare ad affrontare i processi.

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