Omicidio Mastropietro: al via il processo bis, a cinque anni dalla morte di Pamela si torna in aula

La corte di Cassazione di Roma, a febbraio del 2022, ha confermato l'accusa di omicidio volontario per Innocent Oseghale, ma non quello della violenza sessuale

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A 5 anni dall’omicidio, si apre domani in corte d’appello a Perugia, un nuovo capitolo della vicenda giudiziaria per stabilire le responsabilità della morte di Pamela Mastropietro. La ragazza romana aveva 19 anni quando, il 30 gennaio 2018, le membra del suo corpo vennero trovate sezionate e divise in due valigie in via dell’Industria, a pochi chilometri da Macerata. Quando tutto sembrava volgere al termine con la condanna all’ergastolo per il nigeriano 33enne Innocent Oseghale, spacciatore e irregolare in Italia, la corte di Cassazione di Roma, a febbraio dello scorso anno, ha confermato il quadro accusatorio di omicidio volontario, ma non quello della violenza sessuale. Un aspetto che fa la differenza tra il carcere a vita e una possibile condanna a 30 anni. E’ su questo che, ad iniziare da domani, la Corte d’assise d’appello di Perugia indicata dalla Cassazione, dovrà dare risposta nel corso di un processo bis.

La vicenda comincia a Roma, la città che Pamela lascia per recarsi, nell’ottobre 2017, in una comunità terapeutica di Macerata. E’ una ragazza problematica con una personalità borderline, con dipendenze da droga e alcol. Il 29 gennaio 2018 si allontana dalla comunità con l’intenzione di tornare a Roma dove però non arriverà mai. Lasciata la comunità si imbatte in un uomo che, in cambio di un rapporto sessuale, la accompagna in stazione quando il treno era ormai partito. Un tassista le offre ospitalità in cambio di sesso. Il giorno dopo, nei giardini Diaz a Macerata, Pamela si imbatte nello spacciatore Oseghale. Da quel momento se ne persero le tracce e il suo corpo venne ritrovato il giorno dopo, terribilmente mutilato, in via dell’Industria. Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, ad ucciderla è stato proprio il 33enne dopo averla drogata con eroina e dopo averla violentata. Poi, per disfarsi del corpo, l’aveva smembrata e gettata via nei due trolley. Per questo la corte d’assise di Macerata lo aveva condannato alla pena dell’ergastolo. Pena confermata dalla corte d’assise d’appello di Ancona, ma non dalla Cassazione.

La Suprema non ha ritenuto sufficientemente motivate le sentenze precedenti in merito alla violenza sessuale intesa come movente dell’omicidio. “Pamela era drogata perché aveva assunto eroina e aveva una evidente limitazione psichiatrica; il rapporto era avvenuto senza protezione” tutti elementi che, secondo la difesa della parte civile sostenuta dall’avvocato Marco Valerio “dimostrano che il rapporto non è stato consenziente”. La procura generale di Perugia, su indicazione dei giudici di Cassazione, chiederanno un nuovo dibattimento per ascoltare le ultime due persone che hanno visto in vita Pamela: il tassista e l’uomo che la portò in stazione. Resta inoltre il dubbio sul fatto che Oseghale non abbia agito da solo. “Sono state infatti ritrovate tracce di dna sui trolley e sul corpo della ragazza ma queste non sono state comparate con i database”.

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