Omicidio Mastropietro: la madre in tribunale mostra le foto di Pamela fatta a pezzi

La rabbia dei genitori della vittima e degli amici, arrivati a Perugia per assistere al processo bis, è divampata quando gli agenti della penitenziaria hanno fatto scendere l’imputato dal furgone per farlo entrare nel palazzo di giustizia

pamela-mastropietro

Tensione a tratti palpabile, questa mattina nell’aria gelida di piazza Matteotti in corte d’appello a Perugia, dove si sono incontrati i familiari di Pamela Mastropietro, la 19enne uccisa e fatta a pezzi a Macerata il 30 gennaio 2018 e Innocent Oseghale, lo spacciatore nigeriano imputato per l’efferato omicidio. “Giustizia per Pamela” era scritto su alcuni striscioni, oppure “Pamela grida giustizia e noi siamo la sua voce” ma soprattutto c’erano le foto scioccanti dei resti della ragazza smembrata. Gli stessi resti che qualcuno ha ritrovato chiusi in due trolley, alcune ore dopo l’omicidio in via dell’Industria a Macerata. Quegli scatti, stampati in grande formato sulla propria maglietta, Alessandra Verni, la mamma di Pamela, ha tentato più volte di mostrare a Oseghale. La rabbia dei genitori della vittima e degli amici arrivati nel capoluogo umbro per assistere al processo bis, è divampata quando gli agenti della penitenziaria hanno fatto scendere l’imputato dal furgone per farlo entrare nel palazzo di giustizia.


 

Di lì a poco, è cominciato il secondo processo in appello per l’uomo. Il primo, quello che si è svolto nella corte d’appello di Ancona, aveva confermato la condanna all’ergastolo letta già dalla corte d’assise di Macerata. Oseghale rispondeva di omicidio volontario, violenza sessuale, vilipendio e distruzione di cadavere. La vicenda è cominciata a Roma quando Pamela, nell’ottobre 2017, si era trasferita in una comunità terapeutica di Macerata. La ragazza aveva una personalità borderline, con dipendenze da droga e alcol. Il 29 gennaio 2018 si era allontanata dalla comunità con l’intenzione di tornare a Roma dove però non è mai arrivata. Lasciata la comunità si è imbattuta in un uomo che, in cambio di un rapporto sessuale, l’avrebbe accompagnata in stazione ma troppo tardi per prendere il treno diretto alla Capitale. Un altro uomo, un tassista, le ha offerto ospitalità, anche lui in cambio di sesso. Il giorno dopo, nei giardini Diaz a Macerata, Pamela si è imbattuta nello spacciatore Oseghale.

L’arrivo di Innocent Oseghale a Perugia

Da quel momento se ne sono perse le tracce e il suo corpo è stato ritrovato il 30 gennaio, terribilmente mutilato, chiuso in due trolley in via dell’Industria. Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, a ucciderla è stato proprio lo spacciatore, 33enne all’epoca dei fatti, dopo averla drogata con eroina e dopo averla violentata. Poi, per disfarsi del corpo, l’ha smembrata e gettata via in quella maniera. Per questo la corte d’assise di Macerata e quella d’Appello di Ancona lo avevano condannato alla pena dell’ergastolo, ma la Cassazione, pur confermando l’accusa di omicidio volontario, non ha ritenuto sufficientemente motivate le sentenze precedenti in merito alla violenza sessuale intesa come movente dell’omicidio. Un aspetto che fa la differenza tra il carcere a vita e una possibile condanna a 30 anni. Ecco perché, su disposizione dei giudici del Palazzaccio, si è tornati davanti a una seconda corte d’appello. Non poteva essere quella di Ancona perché nelle Marche c’è una sola sezione e non può essere lo stesso giudice a rivedere la sentenza.

I genitori di Pamela, Alessandra Verni e Stefano Mastropietro

Si è quindi arrivati a Perugia dove, questa mattina, è iniziato il processo bis che prevedeva la riapertura del dibattimento per ascoltare due testimoni: i due uomini che avevano avuto rapporti con la vittima prima che venisse uccisa. La discriminante che il procuratore generale tenta di avvalorare sarebbe legata al fatto che Pamela non aveva rapporti sessuali se non protetti, quindi che il rapporto avuto con Oseghale senza protezione, e per di più drogata, dovrebbe dimostrare, a parere dall’accusa, la mancanza di consenso e, di fatto, avvalorare la violenza sessuale. Su questo dovrebbero riferire i due testimoni che, però, oggi non si sono presentati in aula: il tassista ha giustificato l’assenza con un certificato medico, l’altro teste è risultato ingiustificato e, per questo, oltre a disporre l’accompagnamento coattivo per la prossima udienza fissata per il 22 febbraio, il presidente lo ha anche multato. “Mi aspetto che da questo secondo processo in appello esca una sentenza di ergastolo, e che” Oseghale “resti in carcere a vita”, ha detto Alessandra Verni. “Dopo 5 anni ancora a discutere se merita l’ergastolo o no. Pamela – ha detto ancora la madre della vittima – muore ogni santo giorno mentre lui se ne sta tranquillo in carcere”. E mostrando le foto della figlia smembrata Verni ha detto: “Ecco come l’ha ridotta”.

“Non riteniamo giusto – ha spiegato l’avvocato Marco Valerio Verni, legale della madre della vittima – stare qui a discutere se” Pamela sia stata violentata o meno “dopo che due gradi di giudizio lo hanno accertato nel merito”. Un aspetto, quello della violenza sessuale “che funge da discrimine per determinare la pena dell’imputato”. Intanto Oseghale il 22 febbraio resterà in carcere a Forlì dove è detenuto, rinunciando alla possibilità di assistere all’udienza. Il suo avvocato Simone Matraxia, riferendosi ai due testimoni assenti oggi ha detto che “il loro comportamento non rassicura e il loro contributo” al processo “non potrà ritenersi attendibile ai fini della decisione”.

Gli striscioni davanti la corte d’appello di Perugia

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