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Myanmar: il leader della giunta invita i ribelli a “risolvere i problemi politicamente”

L’esito dei combattimenti in corso non può essere dato per scontato

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Il leader della giunta militare del Myanmar, il Generale Maggiore Min Aung Hlaing, ha invitato i gruppi etnici armati coinvolti in un’offensiva contro l’esercito governativo del paese a risolvere i loro problemi “politicamente”. Lo hanno riferito oggi i media di Stato birmani. “(Il generale) ha avvertito che se le organizzazioni armate continuano a comportarsi in modo sciocco, i residenti delle regioni interessate subiranno gravi conseguenze. E’ pertanto necessario prendere in considerazione la vita delle persone, e tali organizzazioni devono risolvere i loro problemi sul piano politico”, ha riferito il giornale “Global New Light of Myanmar”. Il “governo ombra” che riunisce gli oppositori della giunta militare birmana ha però respinto immediatamente l’appello di Min Aung Hlaing al dialogo: “Cercano una via d’uscita perché stanno perdendo pesantemente sul campo. Ci sarebbe un dialogo sincero se l’esercito garantisse di non avere più un ruolo nella politica; devono sottostare a un governo eletto,” ha dichiarato Kyaw Zaw, portavoce del governo di unità nazionale.


Il 27 ottobre l’Alleanza delle tre confraternite (Tba) formata da altrettante organizzazioni etniche armate – l’Esercito dell’Arakan (Aa), l’Esercito dell’Alleanza nazionale democratica del Myanmar (Mndaa) e l’Esercito di liberazione nazionale ta’ang (Tnla) – lanciava l’Operazione 1027, un’offensiva contro le forze armate agli ordini della giunta militare al potere in Myanmar dal colpo di stato del 2021. Un mese dopo Zin Mar Aung, ministro degli Esteri del Governo di unità nazionale (Nug), l’esecutivo ombra in esilio, intervistato dal quotidiano giapponese “Nikkei”, parla di un Esercito regolare “pronto a dissolversi da solo”. “Stiamo già ricevendo molti disertori, e la maggior parte dei campi militari è pronta ad arrendersi”, sostiene il politico, spiegando che “il morale della giunta militare e dei suoi soldati è al minimo storico, perché stanno perdendo il loro fondamento logico”, ovvero la pretesa di porsi come garanti della coesione e della sicurezza nazionali. Sulla stessa linea Bo Nagar, comandante dell’Esercito rivoluzionario nazionale di Birmania (Bnra), altra organizzazione armata, di recente formazione, impegnata contro le forze che rispondono a Naypyidaw. “È l’inizio della fine del Consiglio di amministrazione dello Stato (Sac)”, afferma in un’intervista all’emittente statunitense “Cnn” riferendosi al governo della giunta.

Le dichiarazioni degli oppositori trovano conferme in informazioni fornite da analisti indipendenti e organizzazioni internazionali, nelle reazioni di Paesi vicini e della regione e nell’allarme della giunta stessa. L’esito dei combattimenti in corso non può essere dato per scontato, ma è certo che la giunta si trova ad affrontare la più grande minaccia da quando si è insediata, ormai quasi tre anni fa. Con l’Operazione 1027 le milizie alleate hanno attaccato simultaneamente diverse postazioni dell’Esercito, della Polizia e di altre forze di sicurezza nello Stato settentrionale di Shan. Gli attacchi si sono poi estesi alle regioni di Mandalay e Sagiang. Il 28 novembre la Tba ha rivendicato la conquista di oltre 220 postazioni del regime. Zin Mar Aung ha annunciato una nuova ondata di attacchi “nelle prossime settimane”. L’escalation militare, comunque, è già una realtà e le tre confraternite sono solo alcune delle forze ribelli attive sul territorio: un’Operazione 1107 e un’Operazione 1111 sono state lanciate il 7 e l’11 novembre da altre organizzazioni etniche armate nello Stato orientale di Kayah. In Myanmar, infatti, l’etnia birmana (bamar) è maggioritaria (circa due terzi della popolazione), ma sono presenti consistenti gruppi etnici minoritari (tra cui shan e karen) dotati di milizie. Secondo gli ultimi dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), aggiornati al 22 novembre, il recente acuirsi del conflitto ha provocato oltre 286 mila sfollati interni, in un Paese che ne aveva già più di due milioni.

Provando a ribadire il suo ruolo di presunto garante dell’unità nazionale, la giunta ha ammesso il rischio di una frammentazione, come hanno riferito i media di Stato: “Se il governo non gestirà efficacemente gli incidenti che si verificano nella regione di confine, il Paese finirà per dividersi in varie parti”, ha avvertito Myint Swe, presidente del Consiglio di amministrazione dello Stato, durante una recente riunione del Consiglio nazionale della difesa e della sicurezza. “Questo è un momento importante per lo Stato”, ha sottolineato, aggiungendo che “l’intera popolazione deve sostenere il Tatmadaw”, ovvero le forze armate. Il capo del governo militare, generale Min Aung Hlaing, ha accusato i gruppi ribelli di finanziare col traffico di sostanze stupefacenti un piano “per conquistare il potere tramite la lotta armata”. Il portavoce del governo militare, Zaw Min Tun, ha riconosciuto che l’Esercito ha subito “pesanti assalti da parte di un numero significativo di ribelli armati” negli Stati di Shan, Kayah e Rakhine. Secondo fonti stampa di opposizione, la difficoltà da un punto di vista militare è tale che la giunta è stata costretta a richiamare in servizio tutti i riservisti.

La novità dell’ultima offensiva è data da un livello di coordinamento senza precedenti e dall’uso di droni commerciali per colpire gli obiettivi, come infrastrutture e camion per il trasporto di merci. Notevole anche l’aumento dei fronti, benché non siano ancora coinvolte le grandi città come Yangon, Mandalay o Naypyidaw. Gli scontri si sono intensificati alle frontiere con la Cina e l’India, due Paesi non ostili al governo militare di Naypyidaw, astenutisi entrambi quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 21 dicembre 2022, ha approvato la sua unica risoluzione sulla situazione birmana: un documento in cui si chiede alla giunta di liberare tutti i prigionieri politici e si sollecita la fine delle violenze. L’offensiva delle milizie etniche del Myanmar contro le forze armate che sostengono il governo militare ha spinto migliaia di persone verso l’India: circa 5.000 sarebbero passate dallo Stato birmano di Chin a quello indiano di Mizoram nelle ultime settimane, e tra loro anche alcune decine di militari. Già dopo il golpe del 2021 altre migliaia di profughi hanno cercato rifugio nel Mizoram (i gruppi etnici chin e mizo, infatti, sono strettamente legati). Il governo indiano non si è espresso ufficialmente dopo il recente afflusso, ma è nota la sua preoccupazione per gli attacchi birmani vicino al confine e per l’immigrazione.

La Cina, che fornisce armi al Myanmar e ha interessi economici in territorio birmano, ha espresso una certa insoddisfazione per gli ultimi sviluppi, esortando più volte la controparte a garantire la “stabilità” lungo la frontiera e organizzando esercitazioni a fuoco vivo in vari punti della provincia meridionale dello Yunnan, al confine con il Myanmar. “Dallo scoppio delle ostilità, alcune persone provenienti dal Myanmar hanno attraversato il confine con la Cina per cercare rifugio. Per senso di umanità e amicizia, la Cina si è presa cura di queste persone, facendo ogni sforzo per curare i malati e i feriti”, ha reso noto a metà novembre il ministero degli Esteri cinese, condannando “qualsiasi azione che metta in pericolo la vita di coloro che sono fuggiti dal conflitto” e invitando “le parti in guerra nel nord del Myanmar a cessare le ostilità il prima possibile, in modo che queste persone possano tornare rapidamente alle loro case”. Il governo cinese ha tuttavia confermato la sua vicinanza a quello birmano, inviando anche una squadra navale, attualmente a Yangon, in visita di cortesia e respingendo presunti tentativi di “seminare discordia e minare l’amicizia tra Pechino e Naypyidaw”.

Anche l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) ha espresso profonda preoccupazione per l’inasprimento del conflitto e lo sfollamento di civili, compresi cittadini dei Paesi membri dell’organizzazione, i cui ministri degli Esteri la settimana scorsa hanno fatto appello alla moderazione e al rispetto del diritto internazionale umanitario. “Riaffermiamo il nostro impegno ad assistere il Myanmar nella ricerca di una soluzione pacifica e duratura alla crisi in corso attraverso la piena e rapida attuazione del Consenso in cinque punti”, si legge in una nota, che fa riferimento al documento concordato dai leader dell’Asean nel vertice straordinario del 24 aprile 2021 a Giacarta, poco dopo il golpe. I cinque punti hanno per oggetto la cessazione delle violenze, l’esercizio della moderazione da parte di tutti gli attori coinvolti, l’avvio di un dialogo costruttivo tra tutte le parti, il ruolo dell’inviato speciale dell’Associazione per facilitare la mediazione e la fornitura di assistenza umanitaria. L’ufficio dell’inviato speciale in Myanmar della presidenza indonesiana dell’Asean ha organizzato una serie di incontri separati con le parti coinvolte nella crisi politica birmana, che si sono tenuti a Giacarta dal 20 al 22 novembre. L’obiettivo, ha spiegato il ministero degli Esteri dell’Indonesia, era quello di portare le parti a dialogare, a ridurre la violenza e a garantire l’assistenza umanitaria: da quanto è emerso è stato tentato di facilitare uno “scambio di messaggi” per aprire la strada a un dialogo preliminare, che non appare ancora all’orizzonte.

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