Medio Oriente, analista Pam a Nova: “La fame può incendiare tensioni sociali e portare a rivolte”

La guerra in corso tra Russia e Ucraina, l’alto tasso di inflazione, la svalutazione delle monete e l’avvicinarsi del mese sacro del Ramadan rischiano di avere un profondo impatto sulla sicurezza alimentare dei Paesi del Grande Medio Oriente

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La guerra in corso tra Russia e Ucraina, l’alto tasso di inflazione, la svalutazione delle monete e l’avvicinarsi del mese sacro del Ramadan rischiano di avere un profondo impatto sulla sicurezza alimentare dei Paesi del Grande Medio Oriente, con implicazioni politiche, sociali ed economiche potenzialmente drammatiche. Oltre mezzo miliardo di persone, dal Marocco all’Iran, rischiano di vedere doppiati o triplicati il costo del pane – un bene che nei Paesi arabi ha provocato rivolte anche in tempi recenti – per un motivo molto semplice: i prezzi dei cereali al livello mondiale stanno aumentando a dismisura andando ben oltre i livelli pre-Covid. “Agenzia Nova” ne ha parlato con Eugenio Dacrema, analista economico del Programma alimentare mondiale (World Food Programme, Wfp). “Stiamo analizzando le possibili ricadute sui Paesi della regione in termini di bisogni umanitari, che purtroppo saranno piuttosto rilevanti. I Paesi a cui guardiamo in particolare sono Yemen, Siria e Libano, che a causa delle crisi in corso sono estremamente vulnerabili a shock esterni. Sotto osservazione sono anche molti altri Paesi Mena che potrebbero trovarsi in grave difficoltà, come ad esempio la Tunisia”, afferma Dacrema.

“Per adesso siamo ancora nella fase della valutazione dell’impatto, sia rispetto ai nostri interventi attuali, sia rispetto ai nuovi interventi che sarà necessario mettere in campo per far fronte ai nuovi bisogni che si stanno generando”, ha proseguito l’analista, secondo il quale il costo totale delle operazioni del Wfp stimato per il 2022 è di 18,9 miliardi di dollari, che raggiungeranno “137 milioni di persone in oltre 80 Paesi”. Parlando delle iniziative del Wfp Dacrema parla di una “vera e propria catastrofe” di fronte al dislivello tra i fondi necessari e quelli per i prossimi sei mesi. “Il gap superava il 60 per cento, ma in conseguenza di quanto sta accadendo in queste settimane in Ucraina, stimiamo un aumento di costi di circa 70 milioni di dollari in più al mese”, ha ribadito l’analista, sottolineando come il mondo si trovasse già di fronte ad un anno caratterizzato da condizioni di fame “senza precedenti”. “Un terzo di questo aumento dovrebbe riguardare la regione Mena”, ha proseguito Dacrema, spiegando che gli aumenti dei costi sono principalmente dovuti a prezzi maggiori di beni alimentari e carburante.

In merito ai Paesi della regione maggiormente esposti alla carenza di forniture di grano da parte di Russia e Ucraina, l’analista del Wfp ha ricordato che tutti gli attori regionali sono importatori di materie prime alimentari, soprattutto cereali, e quasi tutti importano notevoli quantità dall’area del Mar Nero. “Egitto e Turchia sono gli esempi più rilevanti in termini di numeri assoluti, anche a causa delle loro grandi popolazioni. Congiuntamente importano circa 17,2 milioni di tonnellate all’anno di grano”, ha affermato Dacrema, secondo il quale i Paesi più dipendenti in termini relativi dalle importazioni di beni alimentari, sono Paesi più piccoli “come Yemen (che importa il 22 per cento del fabbisogno di grano dall’Ucraina) Libia, Giordania, Algeria, Libano (che arriva ad importare oltre il 50 per cento del grano dall’Ucraina) e Tunisia (42 per cento)”. Per quanto riguarda Turchia e Siria, l’analista ha evidenziato come la prima sia “la maggior produttrice della regione di farina di grano, che esporta in molti Paesi mediorientali, e che si avvale per gran parte delle materie prime del Mar Nero”. “Il venire meno di queste materie prime e gli alti prezzi per approvvigionamenti sostitutivi porteranno con grande probabilità a un aumento consistente dei prezzi della farina in tutta la regione”, ha affermato Dacrema.

“Gli scarsi raccolti interni di quest’anno e il potenziale venire meno delle importazioni russe rischia di aggravare ulteriormente una situazione socioeconomica già estremamente fragile”, ha ribadito l’analista parlando della situazione in Siria, per la quale la Russia rappresenta “la sola fonte esterna di cereali”. “Il Wfp stima che circa dodici milioni di persone in Siria (oltre la metà della popolazione) si trovino in condizioni di insicurezza alimentare acuta, si tratta di oltre il 50 per cento in più rispetto al 2019, mentre oltre l’80 per cento della popolazione vive nell’insicurezza alimentare”, ha spiegato Dacrema. Parlando delle conseguenze del blocco delle esportazioni dalla Russia di fertilizzanti e dei minerali utilizzati per la loro produzione, l’analista ha dichiarato che al momento “è impossibile quantificale in modo preciso”. “Molto dipenderà dalle condizioni climatiche che si verificheranno prima dei prossimi raccolti”, ha spiegato Dacrema, secondo il quale gli alti prezzi dei fertilizzanti che vediamo oggi e che probabilmente rimarranno tali, “determineranno un loro minore uso in molti Paesi, soprattutto quelli più poveri”, con una conseguente diminuzione dei raccolti, una minore offerta e una ripercussione sui prezzi degli alimenti.

“Certamente il mese di Ramadan comporta ogni anno picchi consistenti della domanda in questi Paesi. La concomitanza quest’anno con la vertiginosa salita dei prezzi causata dalla crisi ucraina ha certamente il potenziale di generare un significativo scontento sociale”, ha affermato l’analista, parlando delle ripercussioni della situazione attuale sul clima sociale ed economico dei Paesi. “Sappiamo quanto fame e conflitti siano connessi tra loro, quanto i conflitti portino fame e quanto, a loro volta, la fame e l’insicurezza alimentare possano incendiare tensioni sociali e portare a rivolte”, ha ribadito. Per quanto riguarda un possibile scenario nel caso di un prolungamento del conflitto in Ucraina, Dacrema ha spiegato come il Wfp si stia preparando “ad alti prezzi internazionali, se non nel lungo, almeno nel medio periodo” a causa non solo della potenziale assenza del grano ucraino (che rappresenta il 50 per cento del grano che il Wfp comprava per le sue operazione nel mondo, circa 800 mila tonnellate), ma anche di numerosi fattori “tra cui la possibile contrazione delle esportazioni russe e gli alti prezzi dei fertilizzanti”. “Al momento stiamo anche cercando di stimare i danni che gli eventi attuali stanno causando alla futura produzione agricola ucraina. Certamente il grande spostamento di profughi in fuga da parte delle zone agricole del paese rende probabile una produzione sensibilmente inferiore per il prossimo raccolto”, ha affermato Dacrema, spiegando come questo spingerà il Wfp ad acquistare cibo non più dalla regione del Mar Nero portando ad un conseguente aumento dei costi e del tempo necessario a reperire il cibo.

Secondo l’analista, a livello globale bisogna tenere presente come gli aumenti dei prezzi delle materie prime alimentari possano riversarsi sul consumatore in modo diverso a seconda del Paese. “I paesi che importano gran parte del proprio fabbisogno sono più soggetti ad aumenti repentini”, ha proseguito Dacrema, secondo il quale i Paesi avanzati, dove si commercializzano prodotti in cui le materie prime sono “solo una piccola parte del prezzo finale”, assistono ad aumenti più contenuti e dilazionati nel tempo. “In Europa o negli Stati Uniti ci vuole quasi un anno perché tali aumenti delle materie prime si trasmettano sui prezzi al consumatore. Molto diverso è il discorso per le economie più povere, dove bastano uno o due mesi per sentire l’impatto di questi aumenti”, ha concluso l’analista.

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