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Lula parla con Maduro: Evitare misure unilaterali che aggravino la tensione sul Territorio Essequibo

Il presidente del Brasile in una conversazione telefonica con l'omologo del Venezuela ha lanciato un nuovo appello al dialogo proponendo come interlocutore "per le due parti" il presidente di turno della Comunità dei Paesi dell'America latina e dei Caraibi (Celac), il primo ministro di San Vicente e Grenadine, Ralph Gonsalves

Brasilia
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Il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, ha trasmesso al presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, la “crescente preoccupazione” per le tensioni sul Territorio Essequibo, sottolineando l’importanza di “evitare misure unilaterali che possano portare a un aggravio della situazione”. Lo riferisce una nota della presidenza brasiliana, citando la conversazione telefonica tenuta questa mattina tra i due capi di Stato. Ricordata la “lunga tradizione di dialogo in America latina”, Lula ha lanciato un nuovo appello al dialogo proponendo come interlocutore “per le due parti” il presidente di turno della Comunità dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi (Celac), il primo ministro di San Vicente e Grenadine, Ralph Gonsalves. Il Venezuela ha celebrato domenica un referendum consultivo sul futuro del Territorio Esequibo, considerato dal governo Maduro come il mandato per trasformare la regione in un nuovo Stato della federazione. Una strategia portata avanti con una serie di decreti che la Guyana ha denunciato come illegittimi chiedendo l’intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.


Acquisito il risultato del referendum, Maduro ha lanciato una pesante offensiva sul Territorio Esequibo acuendo così il rischio di un nuovo conflitto. Il presidente ha infatti concesso “tre mesi” alla statunitense Exxon Mobil, alla francese TotalEnergies e alle altre imprese energetiche straniere per interrompere le attività di esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi concesse dal governo della Guyana e “abbandonare” la regione. Solo dopo, ha precisato il capo dello Stato, Caracas potrà tornare a dialogare sulla contesa internazionale aperta con Georgetown. Forte del mandato “sacro” ricevuto dal referendum consultivo di domenica – con cui il governo ha visto riconosciute ad ampia maggioranza le rivendicazioni storiche sulla regione -, Maduro ha presentato un piano per rendere il “Territorio” un nuovo Stato del Venezuela, dando anche ordine di stampare e diffondere una nuova mappa geografica aggiornata.

Nelle scorse settimane, a fronte delle crescenti tensioni, il Brasile ha inviato 16 carri blindati nel Roraima, lo stato federale che condivide la frontiera con i due Paesi. Analisti militari fanno notare che una eventuale, per quanto ancora remota, invasione della Guyana Esequiba da parte del Venezuela potrebbe essere condotta per via terrestre solo attraverso il Roraima. Si tratta di fatto dell’unico settore di frontiera percorribile, a fronte di un’ampia zona di fitta vegetazione e di paludi. Nella zona, il Brasile dispone di dodici basi militari, la maggior parte delle quali nella città di Boa Vista, a circa 50 chilometri dal confine col Territorio conteso, con un totale di circa cinquemila militari. Nella generale prudenza del governo, il ministro della Difesa, José Mucio, intervistato dalla “Cnn”, ha assicurato che il Brasile farà di tutto per difendere i confini nazionali.

La zona, una ampia fascia di terra tra il fiume Esequibo e l’attuale confine orientale del Venezuela, è oggetto di una contesa iniziata oltre cento anni fa. Georgetown difende un confine territoriale stabilito nel 1899 da un tribunale arbitrale a Parigi, quando la Guyana era ancora una colonia britannica. Caracas rivendica l’Accordo di Ginevra, firmato nel 1966 con il Regno Unito prima dell’indipendenza della Guyana, che pose le basi per una soluzione negoziata e annullò il trattato del 1899. Il Venezuela ritiene che il confine naturale tra i due Paesi sia il fiume Esequibo, oggi margine orientale del Territorio. Nonostante la contrarietà del Venezuela, che in un primo tempo ammetteva la sola possibilità di un arbitrato bilaterale, il caso è dal 2018 nelle mani della Corte internazionale di giustizia (Cig). Respingendo una serie di obiezioni di Caracas, il tribunale Onu ha confermato di avere i titoli per decidere sulla contesa, avviando ora l’esame del merito.

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