L’Ucraina teme il collasso energetico

Le truppe di Mosca potrebbero puntare a conquistare i bacini di gas e carbone che, nell'est del Paese, garantiscono il 90 per cento della produzione nazionale

Che la guerra del fronte si affianchi sempre di più a quella energetica è ormai chiaro ai Paesi che da occidente guardano al conflitto in Ucraina. Se gli Stati dell’Unione europea pensano però alla carenza delle forniture come conseguenza delle operazioni belliche, anche per Kiev la questione è diventata dirimente. Un potenziale collasso del sistema energetico ucraino potrebbe infatti rappresentare per Mosca un enorme vantaggio per l’andamento sul fronte. E forse, a guardare le mosse sul campo delle truppe russe e il posizionamento delle risorse energetiche ucraine, proprio questo potrebbe essere visto come il “Cavallo di Troia” da parte del Cremlino. L’importanza di difendere la centrale nucleare di Zaporizhzhia – finita sotto il controllo dei russi sin dalle prime fasi dell’invasione iniziata il 24 febbraio scorso – è infatti data anche dalle difficoltà attuali, per l’Ucraina, di procurarsi le altre materie prime necessarie al funzionamento del suo sistema energetico e di produzione elettrica, ovvero il gas e il carbone.

Nonostante la presenza di quattro centrali nucleari sul territorio, con 15 reattori in totale, l’energia da combustibili fossili rappresenta la quota maggiore della capacità di produzione di energia elettrica, circa il 52 per cento. Secondo l’Energy Information Administration (Eia) degli Stati Uniti, nel 2019 l’Ucraina ha soddisfatto il 70 per cento del suo fabbisogno di gas con la produzione nazionale mentre il restante 30 per cento è arrivato dalle importazioni. Se queste, sino all’annessione della Crimea, provenivano per lo più dalla Russia, in seguito Kiev ha cercato aiuto dai Paesi europei, che però, a loro volta, utilizzano pur in diversa misura gas russo. Il carbone rappresenta invece oltre il 90 per cento delle riserve di combustibili fossili dell’Ucraina. Viene estratto carbone sia termico che da coke dal bacino carbonifero di Donetsk, nella parte orientale del Paese, dal bacino di Leopoli-Volyn nell’area occidentale e da quello del Dnepr, nella parte centrale del territorio ucraino. Nonostante nel 2019 l’Ucraina si sia classificata al sesto posto nel mondo per riserve di carbon fossile, Kiev ha iniziato a fare sempre più affidamento sulle importazioni di carbone. Nel 2019, il 45 per cento del carbone consumato in Ucraina è stato importato e nel 2020 la Russia era la fonte del 70 per cento delle importazioni.

Il conflitto costringe a rivedere il regime delle esportazioni e delle importazioni, e la difficoltà degli scambi unita all’interruzione di importazioni dalla Russia porta a fare affidamento sulle proprie risorse nazionali. Queste si trovano, guarda caso, esattamente in prossimità delle aree occupate dai russi o che sono oggetto degli scontri più aspri. Secondo la rivista di analisi russa dedicata al settore del gas, “Trubgaz”, il giacimento ucraino di gas di Shebelinskoe (nel distretto di Balakleysky, regione di Kharkiv) fa parte della cosiddetta “provincia del gas e del petrolio”. La località di Shebelinskoe contiene il 10 per cento del gas a disposizione dell’Ucraina e sta entrando nella zona di conflitto, con una linea del fronte che attualmente è a soli 15 chilometri di distanza. Sempre nell’area di Kharkiv, da mesi teatro di conflitto, esistono altri due giacimenti di gas che rappresentano in totale il 30 per cento della disponibilità interna ucraina. Ma la potenzialità maggiore sta più a ovest, nell’adiacente distretto di Poltava.

Secondo quanto riferiva già a luglio l’emittente televisiva ucraina “Tsn”, “mentre le truppe d’invasione tentano di prendere controllo del Donbass, gli oligarchi russi stanno prendendo di mira una zona strategica nella regione di Poltava”, mettendo così “in pericolo la sicurezza nazionale”. In particolare, la Russia starebbe tentando di prendere il controllo dei giacimenti di Svystunsk e Chervonolutsk. Secondo i calcoli dei geologi, quasi 2,2 miliardi di metri cubi di gas si trovano sotto terra in quell’area e rappresentano un valore potenziale di oltre 4 miliardi di euro. Il distretto attorno a Poltava contiene circa il 50 per cento delle risorse di gas dell’Ucraina e ospita l’impianto Poltavsky gas. Se si sommano le percentuali di risorse di gas finora menzionate si arriva ad un 90 per cento della capacità totale interna del Paese. Le risorse carbonifere sembrano essere sotto assedio in egual modo, se non peggiore.

I luoghi di maggiore concentrazione dei giacimenti carboniferi sono attorno alle città di Pavlograd e Synelnykove, nel distretto di Dnipropetrovsk, considerato da molti il centro industriale più importante del Paese. Sulla mappa geografica, Pavlograd può essere vista come l’altro estremo, opposto a Kharkiv, di una linea immaginaria che guarda alla sua sinistra la regione dove è situata Poltava, mentre a destra, a circa 170 chilometri, si trova la repubblica filorussa di Donetsk. A Pavlograd e Synelnykove si estrae quello che in ucraino si chiama “carbone gassoso”, in grado cioè di produrre un gas combustibile da impiegare nelle centrali per l’energia elettrica. I russi distano attualmente un centinaio di chilometri da queste aree e per il momento la produzione è ancora sotto il controllo di Kiev. La lotta si fa sempre più intensa per proteggere non solo i siti di produzione ma anche i punti nevralgici della logistica per il trasporto del carbone di quest’area. Questi sono in particolare due, ovvero la cittadina di Lozova, da tempo sotto assedio da parte delle truppe russe, e il ponte di Pavlograd. Se quest’ultimo dovesse essere bombardato dai russi, il sistema potrebbe fermarsi definitivamente.

Un altro tipo di carbone, prodotto nella zona di Pokrovsk, nel distretto di Donetsk, è di importanza fondamentale ma questa volta per le esportazioni. La cittadina di Pokrovsk, pesantemente attaccata negli ultimi mesi, ha fatto dire allo Stato maggiore ucraino che i russi “hanno ottenuto un parziale successo” a metà luglio. Se Pokrovsk dovesse cadere sotto il controllo di Mosca andrebbero a interrompersi definitivamente le speranze di poter proseguire delle esportazioni molto vantaggiose per gli ucraini. Il carbone di Pokrovsk, particolarmente adatto per la produzione di energia elettrica, viene esportato in diversi Paesi europei. Il gruppo ucraino Pokrovsk Coal faceva sapere a luglio che la capacità operativa è mantenuta al 75 per cento, nonostante le problematiche legate alla guerra. Ma se il flusso operativo della località dovesse interrompersi, in questo caso verrebbe a mancare denaro prezioso per il mantenimento delle truppe e delle operazioni belliche per Kiev.

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