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L’Italia lascia la Nuova via della seta, cooperazione e dialogo proseguiranno tramite il partenariato strategico

La disdetta del protocollo d’intesa firmato nel 2019 dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata notificata tramite una “nota verbale” fatta pervenire dal ministero degli Esteri all’ambasciata cinese in vista del 23 dicembre, termine ultimo per impedire un tacito rinnovo dell’accordo per un altro quinquennio

Pechino
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L’Italia è ufficialmente il primo Paese al mondo ad essere uscito dalla Nuova via della seta (Belt and Road Initiative, Bri), la grande iniziativa di diplomazia infrastrutturale promossa dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013. La disdetta del protocollo d’intesa firmato nel 2019 dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata notificata tramite una “nota verbale” fatta pervenire dal ministero degli Esteri all’ambasciata cinese in vista del 23 dicembre, termine ultimo per impedire un tacito rinnovo dell’accordo per un altro quinquennio. Contrariamente a quanto annunciato dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni a margine del vertice del G20 tenuto in India lo scorso settembre, il disimpegno di Roma è avvenuto senza la convocazione di una sessione parlamentare che avrebbe certamente ravvivato il clamore intorno all’adesione italiana al progetto, definita da Meloni “un grosso errore” fin dalle prime fasi del suo insediamento. La discrezione con cui l’Italia si è ritirata dall’accordo punta anche a ridurre al minimo le eventuali ritorsioni da parte cinese, con cui il governo italiano si è detto comunque pronto a rinsaldare la cooperazione nella cornice del partenariato strategico globale stipulato nel 2004.


La prima reazione ufficiale di Pechino al passo indietro dell’Italia è giunta oggi dal ministero degli Esteri cinese, ed è stata piuttosto risentita, pur senza riferimenti diretti al nostro Paese: “La Cina si oppone fermamente alla diffamazione e al danneggiamento della cooperazione nella costruzione congiunta della Belt and Road”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin. Pechino si oppone anche alla “contrapposizione e alla separazione tra fazioni che causano divisione”, ha aggiunto il funzionario, che ha menzionato l’Italia solo per ricordare come il nostro Paese avesse “inviato rappresentanti” al forum sulla Nuova via della seta che si è tenuto a Pechino lo scorso ottobre. Il portavoce ha fatto nuovamente riferimento ai più di 150 Paesi partecipanti alla grande iniziativa cinese, a dimostrazione – ha affermato Wang – che la Bri “è oggi il prodotto pubblico internazionale più popolare e la piattaforma di cooperazione internazionale più grande al mondo”.

Ieri, frattanto, sulle motivazioni del mancato rinnovo del protocollo è tornato il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Antonio Tajani, il quale ha ribadito che la Nuova via della seta “non era una prospettiva vantaggiosa per noi”. Il memorandum avrebbe dovuto sbloccare finanziamenti, infrastrutture e indotto per un valore di 20 miliardi di euro. Tuttavia, i risultati sono stati largamente inferiori alle attese. Le esportazioni italiane in Cina hanno registrato un modesto incremento da 13 miliardi di euro nel 2019 a 16,4 miliardi di euro nel 2022, mentre le importazioni dalla Cina sono rimbalzate da 32 a 57 miliardi di euro, risultando in un significativo squilibrio commerciale. Non ci sono stati inoltre investimenti cinesi nelle infrastrutture italiane né collaborazioni in Paesi terzi. Nel frattempo, i consistenti accordi stipulati da Pechino con altri Paesi europei come Francia e Germania hanno reso evidente in Italia l’inefficacia della Nuova via della seta nell’ottenere una relazione privilegiata con Pechino, provocando graduali ripensamenti in seno al secondo governo Conte, in quello guidato da Mario Draghi e infine nell’esecutivo di Meloni.

La scelta dell’Italia di aderire all’iniziativa – inaugurata da Xi con l’obiettivo esplicito di rafforzare la connettività infrastrutturale a livello globale e con quello implicito di espandere l’influenza cinese in Africa, Asia ed Europa – era stata fortemente criticata da Stati Uniti e Unione europea, che proprio nel 2019 bollò la Cina come “rivale sistemico”. A tentare di incentivare un cambio di rotta dell’Italia nei rapporti con Pechino era stato lo scorso luglio anche il presidente statunitense Joe Biden, che aveva invitato Meloni alla Casa Bianca per discutere di progetti economici pur senza diretti riferimenti all’iniziativa cinese. Ciononostante, come ribadito da Tajani durante l’incontro tenuto con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Pechino lo scorso settembre, l’Italia punta a valorizzare e rafforzare la cooperazione bilaterale nel quadro del partenariato strategico globale, definito dal titolare della Farnesina persino “più importante della Via della Seta”. Una tendenza, questa, già dimostrata da Roma nell’ultimo mese, con la visita a Pechino di una delegazione guidata dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che ha assistito al rinnovo di un protocollo esecutivo tra la Farnesina e il ministero della Scienza e tecnologia cinese. “Abbiamo già convocato per l’anno prossimo a Verona la riunione intergovernativa Italia-Cina per affrontare tutti i temi di commercio internazionale. Continuano ad esserci ottime relazioni e rapporti, pur essendo un Paese che è anche un nostro competitor a livello globale”, ha inoltre fatto sapere Tajani in merito ai progetti futuri con Pechino.

A riequilibrare il delicato rapporto con la Cina contribuirà infine la visita che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha in programma a Pechino il prossimo febbraio, in occasione dei 700 anni della morte dell’esploratore Marco Polo. Nel complesso, la decisione dell’Italia di revocare la propria adesione all’iniziativa cinese della Nuova via della seta è stata formalizzata in un momento delicato per la Cina, che solo all’inizio del mese ha concesso ai detentori di passaporti italiani e di soli quattro altri Paesi un regime di esenzione dai visti d’ingresso per i soggiorni di breve durata. Il tutto per tentare d’incentivare il turismo in un momento di forte incertezza economica, alimentata sul piano interno da una significativa contrazione dei consumi, da una disoccupazione giovanile senza precedenti e dalla persistente fragilità del settore immobiliare. Sul piano esterno, pesano piuttosto le tensioni con gli Stati Uniti e la politica di “de-risking” adottata dai leader dell’Unione europea, che proprio oggi si sono riuniti a Pechino con le controparti cinesi per la 24ma edizione del vertice bilaterale.

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