Libia: il petrolio “vittima” dello scontro tra i premier rivali Dabaiba e Bashagha

Le forze alleate al generale Khalifa Haftar hanno avviato un nuovo blocco dei giacimenti e dei terminal petroliferi sotto il loro controllo. Sono stati chiusi, per ora, i giacimenti di Sharara ed El Feel, entrambi situati nella regione meridionale del Fezzan, ed è stato dichiarato lo stato di forza maggiore al terminal petrolifero di Brega, nel Golfo di Sirte

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Era solo una questione di tempo prima che lo scontro politico in Libia tra le due coalizioni rivali colpisse la princopale ricchezza del Paese nordafricano: il petrolio. Le forze alleate al generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che ha tentato senza successo di conquistare Tripoli “manu militari” nell’aprile del 2019, hanno avviato un nuovo blocco dei giacimenti e dei terminal petroliferi sotto il loro controllo, con il pretesto del mancato pagamento dei salari e dell’iniqua distribuzione dei proventi petroliferi. L’obiettivo sembra essere quello di spingere il premier del Governo di unità nazionale (Gun), Abdulhamid Dabaiba, a lasciare la capitale Tripoli al rivale Fathi Bashagha, primo ministro del Governo di stabilità nazionale (Gsn) designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk e appoggiato da Haftar. La produzione del Paese membro del cartello petrolifero Opec intanto è scesa da 1,2 milioni a 800 mila barili di petrolio al giorno, con danni all’erario pubblico per decine di milioni di dollari. Sono stati chiusi, per ora, i giacimenti di Sharara ed El Feel, entrambi situati nella regione meridionale del Fezzan, ed è stato dichiarato lo stato di forza maggiore al terminal petrolifero di Brega, nel Golfo di Sirte. E proprio oggi l’esecutivo Bashagha si riunirà a Sebha – capoluogo del sud e importante crocevia delle rotte del carburante, del petrolio e anche del contrabbando – per la sua prima riunione da quando ha ottenuto la fiducia a inizio marzo.

Da Tobruk, intanto, la commissione Difesa e sicurezza della Camera dei rappresentanti di Tobruk, il parlamento dell’est della Libia, ha lanciato un avvertimento a Dabaiba: “Se cercherà di trascinare il Paese in guerra, riceverà una risposta dura e rapida”. In una dichiarazione pubblicata ieri, il presidente della commissione, Talal Al Maihoub, definisce “un passo verso giusta direzione” la chiusura dei giacimenti petroliferi, definita “una risposta del popolo libico” contro “il governo Dabaiba, il cui mandato è scaduto, che ha sospeso gli stipendi e il bilancio delle Forze armate che presidiano i porti e giacimenti”. Poi l’ultimatum: “Dopo i recenti movimenti di Dabaiba e le sue dichiarazioni pubbliche che incitano alla guerra e ai conflitti per i giacimenti petroliferi, avvertiamo lui e le sue milizie che cercano di trascinare il Paese in guerra: la risposta sarà dura e rapida contro di lui”.

A Tripoli, la consigliera del segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, sta cercando di gettare acqua sul fuoco. “Bisogna evitare di politicizzare la produzione di petrolio, garantendo al contempo una gestione efficace e trasparente e un’equa distribuzione delle relative entrate”, ha detto Williams in un incontro con Dabaiba e con i membri del Gun. Vale la pena ricordare il Parlamento di Tobruk non ha mai approvato il bilancio presentato dal governo di Tripoli per il 2022. Gli stipendi, i sussidi e i fondi pubblici vengono erogati tramite esercizio provvisorio mensile, con un tetto massimo pari a un dodicesimo di quanto previsto nel bilancio dell’anno precedente. Teoricamente, secondo il sistema 1/12, la spesa mensile del Gun non dovrebbe essere superiore a 7,16 miliardi di dinari, equivalenti a poco più di 1,5 miliardi di dollari. Le somme vengono distribuite dalla Banca centrale libica in tutto il Paese, incluse le regioni del sud e dell’est, e a tutte le istituzioni militari, comprese le Guardie delle strutture petrolifere e le unità dell’autoproclamato Esercito nazionale libico che fanno capo ad Haftar. Tuttavia, alcuni gruppi armati si rifiutano di fornire le generalità dei propri membri al governo di Tripoli, temendo ritorsioni, motivo per il quale diverse milizie lamentano di non venire pagate.

Secondo Jalel Harchaoui, ricercatore specializzato in Libia, il generale Haftar ha commesso “un terribile errore” bloccando il petrolio. “L’ultima volta che lo ha fatto era il gennaio 2020: allora non c’era ancora il Covid, il petrolio costava poco (60 dollari al barile circa) e non importava a nessuno del blocco in Libia. Oggi la situazione è diversa. Gli Stati Uniti non hanno dimenticato che i russi sono ancora in Libia e non vogliono vedere alcun nuovo blocco petrolifero”, ha detto Harchaoui a “Nova”. Vale la pena ricordare che in Libia sono ancora presenti i mercenari del gruppo russo Wagner, attivi in particolare nel sud-ovest del Paese ricco di petrolio. “Haftar pensava di essere vicino al traguardo e che Tripoli si sarebbe rivoltata contro Dabaiba, ma questo non è avvenuto. Forse Bashagha era vicino a prendere il potere due o tre settimane fa, ma l’istituzione di questo blocco è un fatto disastroso per lui”, ha detto ancora Harchaoui.

Secondo Ahmed al Ghoul, ricercatore e specialista nel settore petrolifero libico, il blocco della produzione e delle esportazioni di petrolio in Libia rischia di portare la crisi nel Paese nordafricano al punto di partenza. “La situazione per quanto riguarda le infrastrutture petrolifere in generale è molto difficile, sia nei giacimenti che nei porti. Il settore soffre ancora degli effetti delle chiusure precedenti. Le perdite e le fuoriuscite di petrolio sono diventate quasi quotidiane a causa dell’assenza del budget necessario per la manutenzione. La maggior parte dei rapporti di ispezione indica che molte apparecchiature sono usurate o danneggiate”, ha detto Al Ghoul a “Nova”. Secondo l’esperto, la National Oil Corporation (Noc, la compagna petrolifera statale della Libia) ha profuso molti sforzi per persuadere le maggiori compagnie internazionali a tornare a investire nel Paese nordafricano, ottenendo anche buoni risultati, “ma le recenti tensioni potrebbero riportarci al punto di partenza”.

“Tutti sanno che il petrolio è l’unica risorsa per la Libia. Chiudere il settore significa strozzare lo Stato e la popolazione, vuol dire sconvolgere interessi pubblici e privati. È diventato necessario che le persone capiscano la gravità di queste chiusure e le loro conseguenze. Tutti devono opporsi, soprattutto in questo momento in cui i prezzi del petrolio hanno raggiunto livelli record che potrebbero non essere ripetuti”, ha aggiunto Al Ghoul, sollecitando a “cogliere l’opportunità per beneficiare di incassi extra per risolvere colli di bottiglia e ripagare debiti accumulati per anni”. L’esperto ricorda la chiusura dei giacimenti e dei terminal petroliferi libici nel 2020 ad opera delle forze alleate al generale Khalifa Haftar. “Le ragioni anche questa volta sono le stesse: solo in apparenza sono rivendicazioni popolari e tribali, ma la verità è che sono interventi esterni, da un lato, e tentativi di imporre la realtà attraverso attori interni, dall’altra. Ognuno protegge il proprio interesse in questo gioco, ma il risultato è lo stesso: l’industria petrolifera in Libia viene spinta sempre più verso il collasso“, ha concluso Al Ghoul.

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